Gazzara Plays Genesis: è la volta di Here it comes again

Quello di Francesco Gazzara con la “formula” Gazzara Plays Genesis, non è soltanto un “semplice” omaggio ai Genesis.

Francesca Gazzara - Gazzara Plays Genesis

E’ una chance unica di poter riascoltare i classici (e non) del repertorio della mitica band britannica di prog rock visti dalla prospettiva di un musicista (giornalista e scrittore) che i Genesis li ha sempre ammirati e che riesce, attraverso la reinterpretazione dei loro brani, a dare vita a nuove emozioni che appartengono al passato ma anche al presente e al futuro.

E’ in questa ottica che, dopo il successo di Play Me My Song arriva Here it comes Again by Gazzara Plays Genesis (digipack CD, IRMA Records label). Un nuovo lavoro per Francesco Gazzara, che segue le orme del precedente con l’inserimento di brani del repertorio dei Genesis che il musicista, coadiuvato da un ensemble orchestrale di alto livello, aveva in parte già proposto durante i suoi apprezzatissimi live show.

Here it comes again ha già riscosso l’approvazione di tantissimi ammiratori di Gazzara e dei Genesis, ma soprattutto può contare sul gradimento più importante di ogni altro, quello di Anthony Phillips, membro fondatore e “mente musicale” dei primi Genesis e di Steve Hackett, il bravo chitarrista che lo ha sostituito nel momento in cui Anthony decise di lasciare la band. Entrambi, infatti, si sono espressi molto positivamente riguardo l’attività di Gazzara Plays Genesis regalando a Gazzara e al suo progetto musicale un riscontro davvero prestigioso. Abbiamo intervistato Francesco Gazzara per farci raccontare i dettagli della realizzazione di Here it comes again…

Dopo Play me my Song è la volta di Here it comes again. Come mai hai sentito l’esigenza di incidere un secondo disco sempre a tema Genesis?

Ci sono un paio di ragioni principali. La prima risale alla difficoltà nel fare la selezione dei brani incisi su Play Me My Song, in quanto pur essendo un doppio album alcune cose che avevo abbastanza pronte da registrare erano rimaste fuori. La seconda è dovuta al fatto che nel frattempo, avendo fatto diversi concerti con la scaletta del primo album, spesso ho sentito la necessità di espandere il live set con brani dei Genesis che non avevo incluso in Play Me My Song. Così ho iniziato a eseguire dal vivo la mia trascrizione pianistica di Supper’s Ready e altre cose tratte da Wind&Wuthering e A Trick Of The Tail che poi ho inciso finalmente per il nuovo Here It Comes Again.

Qual è stato il più bel complimento che ti hanno fatto i fan dei Genesis che lo hanno ascoltato?

Il bello dei fan dei Genesis è che raramente dicono esattamente la stessa cosa uno con l’altro, quindi sono tanti i commenti che ricordo, per fortuna. Il migliore me l’hanno fatto dopo un concerto dal vivo, quando qualcuno, già avanti con gli anni e visibilmente emozionato, mi è venuto a dire che, stanco delle tante imitazioni da “show perfetto” o del “com’era veramente”, ha avuto un brivido che gli ha ricordato la sensazione di stupore di quando vide Gabriel & co. la prima volta in Italia nel 1972. Un complimento così non te lo dimentichi più, tra l’altro argomentato col fatto che, sempre a suo avviso, il dettaglio e la messa in evidenza al pianoforte di parti strumentali a volte anche nascoste nei mix originali erano “il giusto tributo al meccanismo da orologeria negli arrangiamenti dei primi Genesis”.

Quanto tempo ci hai messo ad incidere questo seguito ideale di Play me my Song?

Le session di pianoforte sono state abbastanza rapide, come fu per Play Me My Song, in quanto avevo a disposizione per appena due giorni un Bechstein a coda del 1878, recentemente restaurato. Volevo suonare con quello strumento per mantenere la tradizione, in quanto nel disco precedente utilizzai il Gran Coda Bosendorfer della Sala Assunta alla Radio Vaticana, in altre parole il pianoforte su cui suonava il Papa emerito Ratzinger, a suo tempo donato a Papa Woytila dalla casa produttrice tedesca.

Il resto dell’album ha portato via quasi dieci mesi, sia per la difficoltà di far eseguire gli overdubs senza metromono ai musicisti coinvolti, tutti molto esperti e in buona parte già presenti su Play Me My Song,che per l’aggiunta di altri strumenti acustici o elettroacustici che ho aggiunto io stesso, a partire dall’Hammond B3, Mellotron, Arp 2600, melodica, chitarra acustica.

Qual è stato il pezzo che ti ha dato più filo da torcere nel corso delle registrazioni e perchè?

Due in particolare, molto diversi tra loro. Supper’s Ready, non tanto per l’ovvia lunga durata, circa 23 minuti, più per il fatto che, a parte una parte di violoncello e altre di flauto, ha un arrangiamento in cui suono quasi tutto io e le sovraincisioni sul pianoforte non sono state facili. L’altro brano arduo, facile sotto mentite spoglie, è stato Undertow (da …And Then There Were Three). Come in molti brani scritti da Tony Banks il diavolo è nei dettagli, per dirla all’anglosassone. Nello specifico qui l’intonazione e i battimenti tra lo strumento che canta la melodia del ritornello – la scelta del contrabbasso può essere vista come una follia ma conoscendo l’interprete, Stefano Corato, sapevo che avrebbe suonato con grande trasporto emotivo – e il resto dell’arrangiamento hanno dato molto filo da torcere. Complice anche il pianoforte, essendo stato l’ultimo brano registrato col Bechstein dopo due giorni di incisioni, lo strumento iniziava a dare qualche segno di cedimento.

Qual è il tuo pezzo dei Genesis preferito e sono stati loro a farti avvicinare alla musica?

E’ davvero difficile trovarne uno solo e soprattutto, nell’arco dei tanti anni in cui ho frequentato la loro musica, ormai oltre 40, sono diversi i brani che si sono avvicendati come preferiti. Diciamo che nel profondo ho sempre avuto un debole per le modulazioni spesso insolite di Tony Banks, quindi i brani col suo timbro sono tra i miei preferiti. Però c’è anche il rapporto fisico-comunicativo con tutto l’universo musicale che mi circonda, quindi non solo Genesis e, per motivi anche professionali, con la musica per le immagini e il mondo delle soundtrack. Questo per giustificare che, si tratti di un’atmosfera alla 12 corde in Trespass o una ritmica jazz/rock inarrestabile come in Duke’s Travels, i Genesis possono prendermi anche con attacco musicale di pochissimi secondi. Alla fine degli anni ’70, ancora alle scuole medie, comprai Genesis Live, prima di allora il vinile che trovavo a casa dei miei genitori era comunque di buona fattura, tra classica, jazz e qualcosa di più sperimentale. Eppure quel disco, posso dirlo oggi con sicurezza, mi convinse più di ogni altro che stare su un palco e suonare una musica – qualsiasi essa sia – che hai studiato e sviscerato prima con passione e attenzione, era ciò che volevo fare da grande.

2084 è un tributo a 1984 di Anthony Phillips. Come mai hai voluto ispirarti a quel disco per comporre la tua musica? E cosa ne pensi da esperto del nuovo cd di Anthony Strings of Light?

Premetto che 1984 di Anthony Phillips, comprato nel giorno della sua uscita nel 1981, è stato per anni un disco insieme affascinante e misterioso per me. Probabilmente senza quell’album non avrei mai iniziato a interessarmi da vicino ai sintetizzatori analogici e alla musica elettronica. Eppure fino a un paio di anni fa non avrei mai pensato di ispirarmi direttamente a quell’opera, anche perché tuttora la considero in parte misteriosa, imprevedibile proprio come, ad esempio, l’accordatura incerta di certi oscillatori analogici. In realtà, dopo aver letto il romanzo 2084: La Fine Del Mondo dello scrittore franco-algerino Boulaem Sansal – una trasposizione di 1984 di George Orwell in un ipotetico futuro distopico governato da una dittatura di matrice islamica – ho deciso di scrivere una soundtrack immaginaria. E’ lì che ho pensato di utilizzare una strumentazione vicina a quella dell’album di Anthony Phillips e a strutturare in maniera simile, come un concept, il disco. In realtà più che un’ispirazione si tratta di un tributo ideale, non nel materiale musicale ma nell’aiuto realizzativo, a un artista che ho sempre stimato e considerato un faro guida. Anche adesso, riascolando il suo ultimo lavoro interamente acustico Strings Of Light rivivo le sensazioni che ebbi nei primi anni’80 quando attendevo con ansia le uscite dei suoi album, in particolare la serie Private Parts & Pieces. Se i Genesis hanno influenzato la mia voglia di suonare dal vivo e di registrare in studio, indubbiamente i dischi di Phillips sono quelli che hanno contribuito di più alla mia parte creativa e all’inizio della carriera come autore di colonne sonore per la tv, teatro e cinema.

Pensi che un disco come Here it comes again possa piacere soltanto a coloro che amano i Genesis o ritieni che potrebbe avere anche un pubblico al di fuori dei fans della storica formazione inglese?

Se mi avessi fatto questa domanda prima dell’uscita del primo album Play Me My Song, ti avrei risposto che questa era la mia unica e umile speranza: avvicinare ai Genesis un pubblico ancora ignaro o comunque non innamorato della band – in tutte le sue incarnazioni – e al tempo stesso non essere odiato da chi li ama al tal punto da non sopportarli trasfigurati da arrangiamenti inediti. Ebbene dopo l’uscita del secondo disco Here It Comes Again e diversi anni di concerti dedicati ai Genesis al pianoforte, posso rivelarti finalmente che il sogno si è avverato anche oltre il previsto. Dal vivo mi è capitato di suonare anche davanti a un pubblico casualmente ignaro dei Genesis – come ad esempio in una Notte dei Musei a Roma davanti a diverse centinaia di persone che passavano ciclicamente e si sedevano ad ascoltare quasi ipnotizzate – che poi ha rivelato di iniziare a seguirli dopo aver acquistato i miei album. Dal punto di vista delle vendite poi, è venuta la conferma dai veri appassionati del gruppo, senza distinzione tra fan incalliti, collezionisti o semplici e insospettabili professionisti col pallino dei Genesis tenuto in serbo per chissà quanti anni. La vera sopresa è arrivata però sia dall’inaspettato numero di riscontri internazionali – dal Giappone agli USA – che da ciò che più mi ha riempito il cuore: l’apprezzamento diretto e informale dei due album da parte di Steve Hackett e di Anthony Phillips. Ciascuno dei due ha motivato personalmente la propria reazione in un messaggio privato, per me un vero sogno realizzato.

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