Mario Giammetti: 30 anni di Dusk

La fanzine Dusk nasce il 16 marzo 1991 con un numero zero fotocopiato di 16 pagine inviato gratuitamente a chi ne fa richiesta, in cambio di un francobollo. A quei tempi il suo fondatore, il giornalista ed esperto dei Genesis, Mario Giammetti, sperava ovviamente che il progetto potesse avere successo, ma non poteva di certo prevedere che un giorno avrebbe addirittura festeggiato i trentanni di questo rivista che parla della mitica band dei Genesis e che del formato cartaceo ha fatto il suo vanto. A tenere a battesimo Dusk il leggendario chitarrista membro fondatore della band Anthony Phillips. Pensate infatti che Ant trent’anni fa rilasciò a Mario proprio la prima intervista che andò ad arricchire le pagine della fortunata fanzine.

Dusk - Genesis Magazine

Benvenuto Mario Giammetti. 30 anni di Dusk, una domanda doverosa: ce lo fai un bilancio?

Il bilancio non può che essere ampiamente positivo. Non si resiste tre decenni nel mondo della stampa indipendente (MOLTO indipendente) se non ci sono basi consistenti e contenuti interessanti: considera solo quanto è cambiatol’ambiente che ruota intorno alla musica, soprattutto in seguito alla rivoluzione digitale imposta da Internet. In questo, sicuramente un grosso aiuto è arrivato proprio dai Genesis, una formazione che non ha eguali nella storia del rock in termini di abbondanza e consistenza di carriere soliste. Ciò significa che, anche se il gruppo in questo lungo arco temporale ha pubblicato a suo nome soltanto due studio album, Collins, Gabriel, Hackett, Rutherford, Banks e Phillips hanno invece continuato a proporre cose nuove (chi più, chi meno, ovviamente), materia fondamentale, insieme alle ormai dilaganti restaurazioni di archivio (anche del gruppo madre, ovviamente), per permetterci di entrare sempre più nel dettaglio e realizzare ricostruzioni storico-critiche di tanti capolavori della musica.

Come mai all’epoca, ad un certo punto, sentisti l’esigenza di stampare una fanzine sui Genesis? E inizialmente come fu accolta dai fans della band?

L’idea nacque per caso, dato che, all’epoca, collaboravo regolarmente già da tre anni prima con Ciao 2001. Quindi giornalisticamente ho iniziato direttamente con il cartaceo in edicola e solo in seguito sono entrato nel mondo delle fanzine. Avevo intervistato a Londra Anthony Phillips, un personaggio misterioso e sul quale in giro almeno qui in Italia non c’era nulla, e non sapendo dove pubblicare l’intervista integrale (a parte le due pagine che mi aveva concesso il leggendario settimanale romano), decisi di provare con un numero zero che pubblicizzai proprio sul Ciao. Ci fu immediatamente una bella risposta dei fan e così partì quest’avventura che di certo mai avrei immaginato potesse durare così a lungo.

Nel corso degli anni di certo tutti i componenti della leggendaria formazione hanno avuto modo di sfogliare Dusk. Quali sono i commenti fatti da loro che ti ricordi con più piacere?

Dusk viene regolarmente inviato a tutti i membri del gruppo, o presso gli indirizzi privati, o presso i management. Tutti loro riconoscono la funzione che un’iniziativa come Dusk svolge per gli appassionati. Oggi può sembrare anacronistico, ma quando siamo partiti davvero non c’era altro modo per avere notizie fuori da quelle, spesso minimali e imprecise, diramate dalla stampa generalista. Naturalmente Dusk è in italiano e quindi la parte scritta è incomprensibile per gli inglesi, ma spesso qualcuno di loro ha commentato foto o contenuti. Ricordo per esempio che, durante un breve incontro con Phil Collins a Milano nel 1997, sfogliando le pagine del numero 18, dove molto spazio era dedicato proprio al suo addio ai Genesis avvenuto l’anno prima, lui puntò il dito e, sorridendo, disse “oh, this is my fax…”, riferendosi alla toccante lettera scritta a mano, in cui spiegava le sue ragioni per quella scelta, che lui stesso mi aveva inviato proprio via fax.

Perché scegliesti proprio Dusk come nome per la tua pubblicazione?

A parte la bellezza della canzone tratta da Trespass, volevo un nome breve e immediato, facile da ricordare. Inoltre mi piaceva il significato: crepuscolo, tramonto… Come tanta splendida musica dei Genesis.

Come mai continui a stampare Dusk quando ormai tutte le fanzine sono online?

Perché sono un vecchio romantico è una risposta esauriente? Potrei dirti che è per la stessa ragione per cui esistono ancora seppur poche certe riviste italiane stampate, seguite da appassionati secondo i quali il web non potrà mai neanche avvicinarsi al piacere di sfogliare un giornale “in carne ed ossa”, di sentire il profumo dell’inchiostro. Internet è uno strumento ovviamente imprescindibile, ma la carta stampata per quel che mi riguarda è tutt’altra cosa. E so di non essere solo in questa convinzione, anche se siamo ormai, ovviamente, in nettissima minoranza.

Qual è l’intervista che ti è piaciuto di più pubblicare in tutti questi anni? E perché?

La prima intervista non si scorda mai. Quella che feci ad Anthony Phillips a casa sua nell’agosto 1990 rimane nella mia memoria per l’emozione non solo di incontrare uno dei miei musicisti preferiti, ma anche una persona meravigliosa di cui posso definirmi oggi con orgoglio un buon amico.

Quant’è cambiato Dusk nel corso degli anni?

Anzitutto è diventato sempre più bello a vedersi, ma con la politica dei piccoli passi, migliorando progressivamente la qualità di stampa e delle foto. Credo che i contenuti siano stati eccellenti da subito, ma ovviamente acquisire credibilità col management e con gli artisti stessi ci ha permesso un punto di osservazione spesso privilegiato, il che ha generato servizi sempre più completi e approfonditi. Col tempo, abbiamo inaugurato rubriche di vario genere (collezionismo, discografie, studi sulle copertine, analisi dei testi, resoconti dei tour e tante altre) in modo da fornire ai nostri lettori, che sono giustamente esigenti, un quadro sempre più esauriente ed appagante.

Come vedi il futuro di questa pubblicazione?

Fintanto che ci sarà da scrivere e fintanto che i nostri sostenitori continueranno a seguirci, non vedo motivi per interrompere questa favola. Poi è chiaro che lo scorrere impietoso del tempo impone realismo e quindi non posso certamente fare programmi a lungo termine. Ma, del resto, non ne facevo nemmeno nel 1991 e invece… Siamo ancora qui.

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