Giorgio Borghetti: amo il mio lavoro

Giorgio Borghetti, noto ai molti per le tante fiction a cui ha preso parte e per la bellissima voce che presta a tanti artisti, sin da bambino, è nuovamente sul set della Soap Opera di Rai3, Un Posto al Sole, nei panni di Fabrizio Rosato. Un personaggio positivo, caratterizzato da un forte segreto, e follemente innamorato di Marina Giordano, alias Nina Soldano. Parleremo di questo rientro e dei progetti futuri, che vi invitiamo a seguire. Ringraziamo Giorgio della disponibilità, del suo fare gentile.

Giorgio Borghetti

Benvenuto su La Gazzetta dello Spettacolo a Giorgio Borghetti. Come stai?

Sono contento e soddisfatto di ciò che mi sta succedendo. Faccio il lavoro che amo e, di questi tempi, non è una cosa scontata, quindi meglio di così non potrei stare. Sono obiettivamente felice.

Viviamo un periodo particolare, legato ad una inaspettata pandemia. Come affronti tutto ciò?

Questa situazione mi ha costretto a stare due mesi lontano da mio figlio. Si, sarei potuto andare a trovarlo, ma non vi ero lo stato d’animo giusto per potersi muovere, non vi era modo di poter soggiornare in un’altra città. Ad ogni modo, non mi sono fatto sopraffare dalla tristezza e dall’angoscia. Mi sono inventato una rubrica quotidiana, intitolata “l’angolo del divano di Giorgio”. Sceglievo delle persone a caso e fungevo da jukebox. Era un modo per stare in contatto con la realtà, con le persone, seppure in maniera virtuale. In quel periodo, tra l’altro, insieme all’amica Francesca Di Meo, ci siamo inventati “TeatrArt Caffè Live”. Quattro appuntamenti pomeridiani, caratterizzati da alcuni importanti monologhi.

Attore e, al contempo, doppiatore. Ti andrebbe di affrontare un breve excursus sui tuoi esordi?

Devo tutto ciò ai miei genitori. Ho iniziato a fare doppiaggio all’età di otto anni. Ero un ragazzino sveglio e intonato, seppure fossi molto timido. Avevo una leggera inflessione romanesca che, al tempo, non guastava affatto. Ho iniziato dal bambino di E.T., un lavoro davvero importante. Dopo poco, non avendo scelto in autonomia di dedicarmi al doppiaggio, ormai stanco, pensai di voler fare altro: diventare un maestro di sci. Un amico, in poco tempo, mi ha riportato alla realtà, rendendomi consapevole delle difficoltà che comportava. Ho così incontrato, successivamente, il mio insegnante, Riccardo, e, in breve tempo, sono arrivati i primi lavori importanti: Le ragazze di Piazza di Spagna 3, Incantesimo, Carabinieri, CentoVetrine, La Figlia di Elisa – Ritorno a Rivombrosa, sino all’approdo ad Un Posto al Sole. Fondamentalmente, però, mancava sempre qualcosa. Ero ancora combattuto. Cinque anni fa ero ad un provino per un musical, “La regina di ghiaccio”, con Lorella Cuccarini, e mi chiesero di cantare “Nessun dorma”. Lì ho davvero realizzato di voler essere un attore, di voler perseguire questa strada. Su quel palcoscenico mi sentivo un leone!

Attualmente sei nel cast di Un Posto al Sole, nei panni di Fabrizio Rosato. Come sei arrivato alla Soap?

A gennaio 2019, purtroppo, la mia mamma ha deciso di uscire di scena. Mi ripeteva spesso di prendere parte alla Soap Opera, che tanto amava seguire. Per puro caso, a febbraio dello stesso anno, ho ricevuto una telefonata per un provino. Un ruolo non del tutto giusto per me, per il periodo che vivevo. Ero legato, per forza di cose, a dei baffi di scena dovuti ad un altro film a cui stavo lavorando. Il ruolo di Fabrizio Rosato è arrivato successivamente e sono stato felice di accogliere questo invito.

Affronti un ruolo sofferente, legato ad un grande segreto. Come ti sei preparato a dar voce e volto al tuo Fabrizio?

Un segreto ormai svelato ma che, ad ogni modo, lo ha segnato. Nella prima parte abbiamo visto un Fabrizio vittima di questo passato, in questo ritorno invece avrete modo di trovare un Fabrizio diverso, più consapevole, decisamente rinato. Sembra la favola che sto vivendo anch’io, in questo preciso momento.

Con un matrimonio da svelare…

Si, un matrimonio svelato e che è stato raccontato dalla stessa Marina (Nina Soldano), al suo rientro nella Soap.

Girare al tempo del Covid-19?

Si è trattato di un ritorno difficile, soprattutto all’inizio. Ho l’abitudine ai tamponi, ormai, ma i primi tempi, il tutto risultava complicato. La troupe fa un uso perenne della mascherina mentre noi attori abbiamo modo di toglierla soltanto quando siamo in scena. Abbiamo rotto un ghiaccio bello complesso da rompere, ma ce l’abbiamo fatta. Ci riprenderemo presto!

Con quali colleghi hai legato maggiormente sul set?

Ho legato con Nina Soldano, Riccardo Polizzy Carbonelli e Chiara Conti che, tra l’altro, già conoscevo. Con gli altri, purtroppo, avendo blocchi diversi, non è sempre facile incontrarsi. Mi piacerebbe lavorare con Marzio Honorato e Patrizio Rispo. Adorerei fare una scena nella guardiola di Palazzo Palladini.

Parlaci di “Captain T – La condanna della consuetudine”, il corto che hai prodotto e interpretato durante il periodo legato alla pandemia?

Il corto è stato realizzato in piena pandemia, a novembre 2020. Tratta la storia di Tommaso, un doppiatore cinquantenne, che è la voce italiana di “Captain T – La condanna della consuetudine”. Sogna di fare l’attore, ma viene riconosciuto per la sua voce, la sua condanna. Della sua faccia non importa nulla a nessuno. Vive quindi uno stato di depressione, di dolore. Il corto è distribuito da Premiere film ed è in gara ad alcuni festival, sia internazionali che italiani. È stato scritto e diretto da Andrea Walts che, tra l’altro, si è occupato anche di realizzare il lungometraggio che speriamo di poter portare presto in scena. Un lavoro che avrà modo di sviluppare l’intera vita di Tommaso e della sua famiglia. Nel cast, in questa data occasione, ci saranno anche delle donne, diversamente accade nel corto. Entreremo, quindi, nelle sale da doppiaggio, caratteristica principale del nostro cortometraggio e, successivamente, del nostro film. Ci tengo a precisare che gli attori presenti in questo progetto hanno collaborato in totale amicizia e, per questo, li ringrazio ancora una volta. Nel chiudere gli occhi avrete la sensazione di sentire una voce a voi conosciuta, ma soltanto aprendoli, realizzerete di avere dinanzi a voi dei volti, corpi ed anime di grandi artisti. Tutto ciò vuol essere un mio personale omaggio a questo mondo che mi ha permesso di avvicendarmi a questo mestiere.

Giorgio Borghetti

Hai da poco portato in scena, seppure online, “Il sogno di un uomo ridicolo”, di Dostoevskij. Ultimo di quattro spettacoli, davvero speciali. Ti andrebbe di parlarcene?

Le persone hanno fame di contatto, desiderano stare insieme, andare a teatro. Abbiamo percepito forte tutto ciò, insieme a Francesca Di Meo e a tutte le altre persone che hanno pensato di realizzare questa serie di incontri. Vi è stato un forte scambio di energia, annessa a tanta commozione. Eravamo poco più di settanta persone, eppure sembrava di poter avere un rapporto privilegiato con ogni singolo partecipante. Questa è la magia del teatro!

L’ambito dello Spettacolo, come tanti altri, ha subito un fermo inaspettato. Cosa puoi dirci a riguardo?

Mi verrebbe da dire che ci sono stati figli e figliastri, come amano dire a Roma. I supermercati erano pieni di gente, stesso discorso per le chiese, mentre teatri e cinema erano vuoti. C’è stata poca attenzione. il teatro e la cultura sono al pari di qualsiasi altra cosa.

Un regista con cui avresti piacere di lavorare?

Dal punto di vista drammaturgico e attoriale, avrei voluto prendere parte al film di Genovese, “Perfetti sconosciuti”.

Un ruolo che non hai ancora avuto modo di impersonare e, al contempo, qualcosa che non hai avuto ancora modo di dire..

Il prossimo inverno, se tutto va come deve andare, avrò modo di interpretare un ruolo che ho sempre voluto portare in scena. Fortunatamente non c’è nulla che non abbia avuto ancora modo di dire. Ho fatto in tempo a dire grazie alla mia mamma e al mio papà, quindi sono a posto.

Progetti futuri?

Sogno di andare a Venezia con “L’uomo di fumo”, il film di Giovanni Soldati che ho interpretato insieme a Stefania Sandrelli. Mi auguro che il corto di Andrea Walts possa vincere almeno uno dei festival con cui siamo in finale e, non ultimo, spero che questo lavoro teatrale di cui accennavo prima possa davvero avere inizio. Sarebbe una giusta quadratura del cerchio.

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