Francesco Gazzara presenta The Bossa Lounge Sessions: A Live and Studio Experience

Ai tempi in cui l’acid jazz italiano muoveva i primi passi, all’incirca 25 anni fa, Francesco Gazzara e il suo gruppo esordirono con One, il fortunato album di debutto che vendette oltre 10.000 copie e che vide come special guest nientedimeno che il James Taylor Quartet. Oggi il modo migliore per celebrare questo successo è il cd The Bossa Lounge Sessions: A Live and studio Experience.

Francesco Gazzara. Foto di Romolo Fevola
Francesco Gazzara. Foto di Romolo Fevola

Il trio soul/jazz/bossa, capitanato dal tastierista e compositore romano Francesco Gazzara con Massimo Sanna (basso) e Mauro Mirti (batteria e percussioni) si ripresenta, infatti, con questo nuovo interessante doppio album diviso in due parti, un lavoro che siamo sicuri non mancherà di entusiasmare il pubblico degli appassionati. Ma lasciamo che sia proprio Francesco a spiegarci più in dettaglio coa troverete in questo disco.

Benvenuto Francesco Gazzara su La Gazzetta dello Spettacolo. Quando 25 anni fa hai dato vita alla tua band pensavi che saresti arrivato fino a qui? A quei tempi quali aspettative avevi?

Non avrei mai pensato neanche di arrivare all’album di debutto, figuriamoci una discografia di otto dischi compreso l’ultimo doppio dal vivo. Nel 1996 la prima formazione della band chiamata Gazzara (l’idea di chiamarci così fu del nostro live manager di allora) non era altro che l’evoluzione di un gruppo originariamente più numeroso, The Beating System, che da almeno tre anni suonava in giro nei club (romani e non solo) quella musica che allora tutti chiamavano “acid jazz”. Con il quintetto italiano base del line up c’erano anche un cantante giamaicano, un rapper londinese e una vocalist soul di Chicago di stanza a Roma, di conseguenza qualche aspettativa sulle performance c’era pure, ma da qui ad incidere un primo album come Gazzara (“One”), con vari ospiti e 10.000 copie vendute in poco tempo tra CD e vinile, ci volle un faticoso processo produttivo che coinvolse anche la label IRMA Records. In seguito,la band si è ridotta a un trio (con me, Massimo Sanna al basso e Mauro Mirti alle percussioni/batteria) e questo è successo già dal secondo album del 1998 (“Grand Central Boogie”). E’ stato anche grazie all’ etichetta che la nostra musica ha fatto un po’ il giro del mondo, dalla Russia al Giappone.

The Bossa Lounge Sessions: A Live & Studio Experience è composto da 2 CD dal vivo. Quanto ti manca il poterti esibire dal vivo in questo periodo?

Moltissimo ovviamente, anche se negli anni ho diminuito le performance col trio bossa/jazz (Gazzara) e incrementato quelle di piano solo per il mio progetto Gazzara Plays Genesis. E’ bastata l’astinenza forzata del 2020 per capire quanto mi manchi l’interplay con i musicisti e amici di sempre. Questo è uno dei motivi per cui abbiamo deciso di pubblicare ora il nostro primo live album, mettendo nel CD 1 solo tracce registrate dal vivo sul palco e nel CD 2 solo tracce registrate sempre dal vivo ma in studio, le classiche session davanti a pochissimi intimi addetti ai lavori.

Riguardo al cd1 quali sono i tuoi ricordi della collaborazione con James Taylor Quartet?

Nonostante il passare degli anni sono memorie decisamente indelebili. James Taylor in quei giorni era a Roma per fare alcune interviste promozionali organizzate dalla major che lo aveva sotto contratto. Ci conoscevamo già di vista, sia per i suoi concerti precedenti che per la comune frequentazione, lui con i Prisoners e io con la mia prima band rhythm’n’blues, i P.U.B e per via di vari eventi europei legati al circuito internazionale dei Mods. James venne in studio mentre stavamo finendo l’album “One”, accompagnato dal promoter italiano, e ci trovammo immediatamente d’accordo su un suo intervento nel brano che stavamo mixando, “The Chains Of Hell”. Attratto sia dal groove che dal sound, decise lui stesso di non suonare l’organo Hammond, il suo strumento principe, ma di improvvisare su un sintetizzatore analogico, il Korg MS20, che da allora custodisco come una reliquia ma che ancora oggi è perfettamente funzionante.

Con questo album hai proposto anche dei pezzi inediti. Quando li hai composti?

Nel CD 2, quello dal vivo in studio, ci sono le uniche due tracce nuove del disco ovvero “Skipper Bossa “ e “Boomerang”, realizzate appositamente per l’album. Le avevo composte originalmente per una music library dedicata alle spy-stories e le ho ritenute perfette per un arrangiamento live con il trio dei Gazzara. Nel CD 1 invece ci sono altri due pezzi inediti che risalgono però al periodo di “One” ovvero “Keep On Burning” e “Latin Breeze”, che danno l’idea di quanto la band fosse inserita nel sound acid jazz dell’epoca.

Il cd2 contiene tre cover qui riproposte in una nuova versione. Come le hai scelte?

Penso tu ti riferisca a “You’re The Best Thing” (Style Council), “New Frontier” (Donald Fagen) e “Berimbau” (Sergio Mendes), ovvero le prime 3 cover riproposte nella tracklist del CD 2, anche se in realtà ce ne sono anche altre in scaletta. La scelta è caduta sul fatto che, soprattutto per quanto riguarda le prime due, le nostre versioni precedenti erano tratte dall’album del 2013 “The Bossa Lounge Experience”, che in qualche modo si può considerare l’episodio pilota di questo nuovo “The Bossa Lounge Sessions”. Su quel disco le cover erano cantate e prodotte in studio senza che il trio suonasse le sue parti dal vivo. Invece adesso le abbiamo rieseguite esattamente come le facciamo sempre in concerto, strumentali e registrate live tutte d’un fiato. Lo sai che già mi hanno scritto in molti dicendo che preferiscono di gran lunga queste nuove versioni? Non me l’aspettavo sinceramente, anche perché la qualità delle voci nelle cover cantate era eccellente. Forse si tratta del calore emanato da un sound compatto, dal vivo e soprattutto collaudato da decine di concerti…

Tra i brani della tracklist quale pensi sia il più significativo o comunque quello che ti diverte di più suonare dal vivo?

É veramente molto difficile scegliere, il 90% di questi brani ci ha accompagnato in sala prove e sul palco negli ultimi 25 anni. Il più significativo è il primo, “Our Man In Rio”, perchè è in assoluto il più longevo e lo strumentale più rappresentativo del nostro debutto del 1996. Quello più divertente da suonare dal vivo è invece “Butterfly” (Herbie Hancock ma non perchè sia spensierato, anzi è quello più mistico, cinematografico e meno scontato nell’arrangiamento, ma crea sempre una magia unica sul palco e tra coloro che ci ascoltano.

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