Marco De Angelis: Next Station of Prog Rock

Per il suo più recente album, Next Station, il polistrumentista, produttore ed ingegnere del suono Marco De Angelis si è circondato di guests illustri ovvero Nad Sylvan (Steve Hackett, Agents of Mercy), Robbie Wyckoff (Roger Waters, Keith Emerson, Michael McDonald) e Goran Edman (Yngwie Malmsteen Karmakanic di Jonas Reingold).

Marco De Angelis - Next Station of Prog Rock

Il risultato è stato un album che si piazza senza problemi tra le eccellenze del prog rock (e non soltanto) nostrano. D’altronde il musicista romano fin dallo scorso The River ha dimostrato una grande vena musicale e una ricchezza di risorse a livello musicale. E dopo Next Station De Angelis, particolarmente apprezzato all’estero, sta già lavorando con il consueto impegno al suo prossimo lavoro…alla prossima stazione, insomma, promettendo interessanti novità al suo pubblico.

Next Station è il tuo nuovo lavoro dopo The River. Quali diresti siano le differenze fondamentali e le principali similitudini tra i due lavori?

Premesso che è una domanda che mi piacerebbe molto porre a chi ha ascoltato entrambi i lavori per capire cosa arriva a un ascoltatore, dal mio punto di vista la differenza maggiore sta nella costruzione dei brani. In The River l’intento era di mantenere una struttura che rendesse il tutto abbastanza fruibile e immediato, pur rimanendo un prodotto che non si può definire commerciale in senso stretto. In Next Station ho voluto invece lasciare spazio al mio lato più progressive e quindi a strutture meno convenzionali, un mood generale un po’ più acido e lunghezze decisamente fuori dal range radiofonico (arriviamo anche a 13 o 14 minuti in un paio di casi). In entrambi i cd, però, ho voluto mantenere una certa “cantabilità”, se così possiamo dire. Le melodie sono molto curate e facilmente memorizzabili. Certo non siamo nel mondo sanremese…. ma neanche nel prog più estremo e difficilmente accessibile.

A Next Station hanno collaborato diversi musicisti internazionali di grande fama. In particolare, come hai coinvolto nel tuo progetto Nad Sylvan?

In maniera molto semplice. Conoscevo Nad per il suo lavoro con Steve Hackett e ho pensato che sarebbe stato il vocalist perfetto per alcuni dei brani di Next Station. Quindi gli ho semplicemente mandato una mail. Evidentemente quello che ha letto e ascoltato deve averlo colpito positivamente perché mi ha risposto dopo pochissimi giorni confermandomi la sua disponibilità a partecipare al progetto. Lo stesso è successo con Göran Edman e Robbie Wyckoff. Ovviamente con grande gioia da parte mia. È gratificante sapere che il tuo prodotto musicale viene apprezzato da professionisti che hanno collaborato, o ancora lavorano regolarmente, con mostri sacri del calibro di Steve Hackett, Roger Waters, Yngwie Malmsteen.

Cosa ne pensi della terza conclusiva parte della sua trilogia The Regal Bastard? Quali credi siano, se secondo te ce ne sono, i punti di contatto tra la sua e la tua musica?

Sinceramente non ho ancora avuto modo di ascoltare per intero il suo ultimo lavoro. Quello che ho sentito, comunque, mi piace molto. Per i punti d’incontro credo che alla base di tutto ci sia un evidente interesse comune per il prog inglese anni 70 e in particolare per i Genesis dell’era Gabriel, che entrambi amiamo. Non a caso uno dei brani di Next Station che ho ritenuto adatto a lui e alla sua voce è A Proggy Night in London, un pezzo molto lungo e decisamente ispirato al mondo del prog. Inutile dire che il connubio voce/brano è stato ottimo. Giudizio confermato praticamente da tutte le recensioni avute da Next Station.

Tu sei un polistrumentista ma qual è stato lo strumento con il quale hai cominciato e come mai ti sei avvicinato alla musica?

Beh, come racconto nella biografia riportata sul mio sito (una biografia molto autoironica, si noterà; non amo prendermi troppo sul serio… almeno nel raccontarmi), la musica è sempre stata intorno a me. Sin da piccolo, in casa mia, si ascoltavano un po’ tutti i tipi di musica. Dalla canzone popolare romanesca a Verdi, passando per i Beatles, le canzoni di Sanremo e la musica delle grandi orchestre swing degli anni 40. Mio padre era un musicista amatoriale e la sua fisarmonica fu il primo strumento dal quale ho fatto uscire qualche suono (niente più che qualche suono). Poi ho scoperto la chitarra e da lì la cosa è andata avanti fino ad oggi. Quindi si’, la chitarra è il mio strumento principale ma nei miei dischi suono anche basso, Chapman Stick e un po’ il piano e le tastiere.

Quanto tempo ti ci è voluto per realizzare Next Station e, quando lo hai composto, quali erano le tue aspettative?

Prima di iniziare a registrare i definitivi dell’album ho passato, più o meno, un anno dedicandomi alla scrittura e all’arrangiamento. La registrazione in se ha richiesto un po’ meno di un anno. Con delle brevi pause dovute alla disponibilità di Nad, Robbie e Göran.

L’album precedente, The River – Both Sides of the Story che è stato anche il mio album solo di debutto, aveva ottenuto un ottimo riscontro sia a livello di recensioni che di diffusione radio un po’ ovunque (sembra strano a dirlo, ma veramente parliamo di presenze non occasionali su vari media, dagli Stati Uniti al Giappone passando per tutto quello che c’è in mezzo) e quindi ero un po’ preoccupato. La differente impostazione musicale rispetto a The River e l’aver coinvolto tre differenti vocalists nello stesso album, avrebbe potuto essere un po’ spiazzante per chi già mi conosceva e mi aveva apprezzato. Quindi non sapevo bene cosa aspettarmi. Di certo ero sicuro che quello che stavo proponendo mi piaceva ed era quello che volevo fare. Sicuramente almeno in quel momento. Devo dire che le cose sono andate bene. Confermato e ampliato il riscontro. Meglio di così…

Come vedi la scena prog rock internazionale in questo momento?

Anche se, dopo il momento d’oro degli anni 70 e primi anni 80, la tendenza è stata quella di un graduale ma inarrestabile declino del panorama musicale mi sembra che negli ultimi anni la situazione sia molto migliorata. Oltre a nomi che anni indietro hanno visto nascere e consolidare il loro successo, e che continuano a proporre cose di grande qualità, vedo molte nuove realtà affacciarsi alla ribalta o comunque esistere dignitosamente nelle retrovie, e questo è positivo. Certo non tutte sono di rilievo, ma il solo fatto che ci sia una parte del mondo musicale che si impegna in qualcosa che si discosta dal mainstream, proponendo progetti di prog rock originale, è qualcosa che va sicuramente giudicato in modo positivo. Se poi ci aggiungiamo il ritorno sulla scena di moltissimi artisti di indubbio valore che, sfortunatamente, nei decenni passati erano un po’ usciti dai radar, beh il quadro è decisamente incoraggiante.

Ritieni che il prog rock italiano, oggi come oggi, sia penalizzato rispetto al passato? Tu ad esempio sei decisamente molto più famoso all’estero che in patria..

Come ti dicevo prima, il raffronto con il passato è un problema che esiste non solo in Italia, ma di sicuro da noi è accentuato da una cultura musicale che è sempre più scarsa. Non giudico il mercato mainstream nostrano. Dico solamente che gli spazi per la musica diversa, che sia prog, d’autore, jazz o classica, che all’estero sono molto più numerosi e mantengono nel panorama musicale globale una loro meritatissima dignità, qui da noi sono pressoché inesistenti. Il tutto peggiorato dalla ormai inesistente industria discografica italiana che vive di rendita “raccattando” quello che i talent gli danno. Per carità, succede un po’ ovunque nel mondo … ma qui da noi è portato all’eccesso. E spesso, troppo spesso, quello che da noi viene confezionato e venduto è anche di scarsissima qualità. Se poi ci aggiungi il dilagante fenomeno delle tribute bands che, da sole, coprono il 90% dell’offerta live nazionale, la situazione è ancora più drammatica.

È molto triste perché la produzione italiana del prog degli anni 70/80 era di qualità eccelsa. Per quanto mi riguarda personalmente su ogni 100 persone che mi conoscono come artista, 95 sono oltre confine e non ho avuto mai problemi a ricevere risposte, peraltro positive nel 99% dei casi, da tutte le realtà che ho contattato all’estero. E parlo senza distinzione: delle piccole realtà locali fino alla BBC. È triste… soprattutto se consideriamo che parliamo di una nazione che ha dato i natali a nomi quali Banco, PFM, Area, le Orme, Goblin, Perigeo, New Trolls, giusto per nominarne alcuni.

Conti di presentare Next Station dal vivo?

È sicuramente nei miei programmi. Infatti, ho già iniziato a incontrare i musicisti che faranno parte della band. Bravissimi e super professionisti nazionali. Il progetto è ancora in fase embrionale ma già suona alla grande. Ci vorrà ancora un po’ ma ti farò sicuramente sapere quando inizieremo a suonare dal vivo.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Stai già lavorando al tuo prossimo lavoro?

Si’, è previsto per la fine del 2020, quindi potete già inserirlo nella vostra wishlist natalizia del prossimo anno o farne il regalo perfetto per qualcuno a cui tenete in modo particolare. Avete un pensiero in meno sin da ora! (ride)

Come già ti ho accennato prima, sarà un mix tra The River e Next Station. Sta prendendo forma ed ho già una playlist di brani più o meno definitiva. Ora sto lavorando sulla sonorità generale che caratterizzerà tutto il cd e so che, quando sarà ultimato, mi piacerà moltissimo. Se dovessi darne una definizione sintetica direi.. Prog-Pop. Sembra una contraddizione ma non lo è. Sentirete.

L’album di prog rock di tutti i tempi che porteresti con te su un’isola deserta?

No, come fai a sceglierne solo uno…. Al massimo posso sceglierne due, sperando che l’isola non mi costringa a buttarne uno… The Dark Side Of The Moon dei Pink Floyd e Sellin’ England By The Pound dei Genesis, ma ce ne sarebbero molti altri.

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