Ricordando Mario Verdone

Sotto il Drappellone di Rogai si celebra Mario Verdone

Nel museo della Contrada della Selva una serata-evento omaggio a Mario Verdone nel centenario della sua nascita con: Mario Verdone, Selvaiolo, Senese, cittadino del mondo (1917-1946).

Silvia, Carlo e Luca, figli di Mario Verdone
Silvia, Carlo e Luca, figli di Mario Verdone

Sotto un trionfante Drappellone che ha vinto il Palio dell’Assunta del 2015, dipinto da Elisabetta Rogai, l’artista internazionale fiorentina che usa anche il vino per le sue opere, hanno partecipato alla serata i figli Silvia, Carlo e Luca, ricordando episodi degli anni giovanili trascorsi in vacanza nella Selva.

Mario Verdone è stato giornalista, scrittore e poeta, autore, regista e critico sia in ambito radiofonico che cinematografico e teatrale; docente universitario, membro di giuria per l’assegnazione di premi in prestigiosi festival cinematografici, si è inoltre occupato di circo, marionette e in particolare ha ridato dignità culturale al movimento Futurista. Insomma un fiume in piena che ha arricchito la cultura italiana e non solo, dalla metà del Novecento fino ai primi anni del nuovo millennio, portando costantemente nella sua attività quella nota particolare di umanità e anima visionaria che sempre hanno contraddistinto i grandi personaggi del senese.

Da una intervista di Giovanni Bogani, l’attore e regista più popolare d’Italia racconta il suo idillio toscano

L’Italia vera, la vedi nei suoi film. Nelle sue commedie, ci sono i piccoli borghesi, gli arricchiti, i cafoni, i professori con gli occhiali e i nevrotici perbene. Ci sono gli eterni ragazzi ingenui, i furbi, le “coatte” di periferia, volgari ma così vere. E tutti insieme, compongono un mosaico che è l’Italia. Lui è Carlo Verdone. L’attore e regista più popolare d’Italia. Cinquantasette anni, quasi trenta di carriera.

Trenta film girati, incassi da vertigine, tanti premi importanti: 7 David di Donatello – gli Oscar italiani – e quattro Nastri d’Argento. Ma non sono i premi quello che conta: è il suo rapporto con il pubblico, che non si è mai interrotto da quasi trent’anni. Fin dal primo f ilm, prodotto da quel gigante del cinema che era Sergio Leone. Il regista di “Per un pugno di dollari” lo adottò come un figlio, con lo stesso amore e la stessa severità. Pronto a dargli anche uno schiaffo, se qualcosa non andava bene. Ma le cose andarono bene.  Amatissimo in Italia, e da qualche tempo conosciuto anche negli Stati Uniti: Il Lincoln Center di New York ha celebrato un “Tribute to Carlo Verdone”. Lui, Carlo, “romano de Roma”, ha però un altro grande amore: la Toscana. La Toscana, Carlo Verdone la ama davvero. Non per moda. Ma perché ce l’ha nel Dna. Per lui la Toscana non è esotismo. E’ casa sua. Viene da Siena suo padre, il professor Mario Verdone, docente di cinema. Ed è a Firenze che Verdone ama tornare, sempre nello stesso hotel, sempre nella stessa stanza.

Quando hai ritrovato la Toscana, nella tua vita?

La Toscana ha segnato un altro momento chiave della mia vita: quando mi sono sposato, nel 1980, abbiamo fatto il viaggio di nozze in Toscana e in Umbria. Trovando i primissimi agriturismi: ancora non ce n’erano quasi, non erano di moda. Ma la Toscana diventa protagonista assoluta in un mio film dal titolo “Al lupo al lupo”. Val d’Orcia, Chianti, Maremma, Alpi Apuane, Siena sono state tutte protagoniste di questo film, uno di quelli a cui tengo di più, molto autobiografico. Tra gli ‘attori’ di quel film, ci sono le zone per me più importanti della Toscana.

I luoghi preferiti della città, per te?

Passeggiare sui Lungarni. Certe piazze, certi scorci che arrivano quando meno te li aspetti. Santo Spirito, il Carmine. Cenare dal “Coco Lezzone”, la mia trattoria di riferimento. Cibo semplice, classico, cucinato bene: il sapore di casa, stando fuori. Purtroppo, per me è diventato difficile camminare senza che qualcuno mi fermi e si senta costretto a scattare una foto col telefonino, che non viene mai bene al primo tentativo… Insomma, spesso una camminata di cinque minuti diventa un inferno di venti. Ma va bene così”.

Quando hai cominciato ad amare la Toscana?

Ho cominciato ad amare Siena, che è la città natale di mio padre, fin da piccolo. Giocavo al Palio con delle b ilie di legno, mi lasciavo affascinare dalla corsa e dal suo sapore antico. Poi a Siena ho girato il mio primo film: un documentario sull’Accademia musicale Chigiana. Un lavoro importantissimo per me: intervistai musicisti come Severino Gazzelloni, come il violinista Accardo, il violoncellista Navarra, i più grandi maestri della musica mondiale. Avevo 24 anni. Il mio futuro di cinema iniziò lì.

Siena è diventata anche lo scenario di un tuo festival.

Sì’. Per quattro anni ho diretto il festival Terra di Siena. E’ stata una bella esperienza, a cui mi sono dedicato con entusiasmo incredibile, togliendo giorni persino alla lavorazione dei miei film, con grande rischio per la produzione. Ma mi piaceva, riscoprire la filmografia di alcuni grandi del nostro cinema come Ugo Tognazzi o Pietro Germi,o ai più importanti caratteristi della commedia italiana a cui ho dedicato tre retrospettive. E mi dava un’immensa emozione vedere la sala piena di studenti, la stessa sala dove mio padre ha imparato ad amare il cinema.

Ci sono altri luoghi che ami della Toscana?

Per i suoi colori forti ed unici, la Val d’Orcia. Ritengo la Val d’Orcia insieme alla Cornovaglia uno dei luoghi più poetici in Europa.

In “Viaggi di nozze”, invece, Ivano – interpretato da te – si ritrova a Firenze con Gessica e dice, guardando il panorama: “Non riesco a indiviua’ ‘o stadio…”.

Faceva parte del personaggio ignorante che interpretavo. Tra Giotto e lo Stadio lui preferiva lo stadio, e cercava quello nel panorama. Certo, lo stadio ormai fa parte della skyline di Firenze. Niente a che vedere con i monumenti che stanno lì dal Rinascimento, e che la rendono la città più bella del mondo. Dopo quel film, tutti ripetevano la frase di Ivano: ‘o’ famo strano’… Mi viene in mente che io, nel cinema, tra produttori fiorentini, sceneggiatori pratesi e festival di Siena, ho praticato molto il ‘famolo toscano’.

La Toscana è una parte di me. E non c’è bisogno di fare il giro del mondo, per trovare la bellezza del paesaggio e la luce della ragione, e dell’arguzia, nelle persone. Basta andare lì.

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