Roberto Chevalier
Roberto Chevalier

Roberto Chevalier: un mestiere da uno nessuno e centomila

Abilissimo nel suo mestiere, sin da bambino, ritroviamo Roberto Chevalier, attore e noto doppiatore, che negli anni ha prestato la voce ad artisti del calibro di: Tom Cruise, Tom Hanks, Andy García, Dennis Quaid, John Travolta, Kurt Russell e non solo. Ed è proprio l’occasione legata a “Top Gun: Maverick”, questo maggio, a ricondurci ancora una volta da lui, per aver prestato nuovamente la voce al protagonista, Tom Cruise. Un uomo sempre garbato, gentile, che ama profondamente il suo mestiere.

Benvenuto su La Gazzetta dello Spettacolo, Roberto Chevalier. Come procede il tuo vissuto?

Il mio vissuto è fatto di rapporti con amici, con la mia compagna, con i miei figli avuti dalla mia prima moglie e da una compagna. Una vita piena, faticosa, ma sempre interessante.

Potresti dirci chi è Roberto Chevalier, oggi?

Roberto oggi è un uomo di settant’anni, che ne sente addosso venti di meno, per vitalità e per interessi. Una persona che tende sempre a tirare fuori il meglio dal proprio lavoro, dai rapporti umani, familiari e con una gran voglia di dire, fare e andare avanti.

Hai una voce bellissima, riconoscibilissima. Quanti apprezzamenti ricevi dalle persone che hanno modo di incontrarti?

Ne ricevo tanti, anche per via del fatto che tendo a giocare molto con la mia voce, caratterizzando personaggi impensabili. Credo sia questa, tra l’altro, la dote del doppiatore, il poter essere uno, nessuno e centomila. Il nostro è un lavoro camaleontico.

L’incontro con Tom Cruise, avvenuto nel 1986, segna un traguardo importante. Proprio in questi giorni, a tal proposito, si ha modo di poter rivivere il sequel di “Top Gun: Maverick” con Tom Cruise, a cui hai nuovamente prestato la voce. Cosa puoi dirci a riguardo?

Ero stato invitato alle varie anteprime, ma ho avuto modo di vederlo solo nei giorni scorsi. Per motivi lavorativi mi è stato impossibile potermi spostare in altre città. È pur vero che avendo avuto modo di doppiarlo, non avevo una reale visione dell’insieme, quindi non vedevo l’ora di potermelo godere interamente. Si tratta di un film bellissimo, spettacolare, che vi consiglio assolutamente e che va vissuto al cinema. Tengo molto al mio lavoro, al poter controllare il tutto, brindando a questa ennesima prova che ho sostenuto. Mi dispiace che Cruise non sia venuto a presentarlo a Roma, ma credo ci sarà modo di incontrarlo il prossimo anno per “Mission Impossible 7” e, di certo, avrò nuovamente modo di stringergli la mano.

Ricordo il tuo racconto del vostro primo incontro, avvenuto anni fa. Ti andrebbe di raccontarcelo ancora una volta?

La prima volta ho avuto modo di incontrarlo per “Intervista col vampiro”, ricevendo una sua dedica sul programma, successivamente abbiamo avuto modo di incontrarci ad altre anteprime, come a Taormina, nel 2000. In quell’occasione lui ha ricevuto il premio alla carriera, io il Nastro D’Argento per averlo doppiato in Magnolia. Una persona carina, gentile, molto disponibile. Nel 2000, tra l’altro, presentammo insieme, sul palco del Teatro Greco di Taormina, “Mission Impossible 2”.

C’è qualcosa nel tuo vissuto che non sei ancora riuscito a realizzare?

Sai, sono una persona che pensa e crede che, se talune cose non accadono presto, è come lottare con i mulini a vento. Attendo, dunque, che le cose si incastrino da sole per poter realizzare ciò che ho in sospeso o che desidero. Al momento, ti dirò, non ho grandi sospesi. Sono, bensì, in attesa di nuove sfide lavorative o, semplicemente, di nuove avventure personali. Ritengo che la vita sia bella così perché, tanto più aspetti o desideri qualcosa, tanto meno si verifica, tanto più riesci a cogliere l’attimo, tanto più riesci a realizzare.

Quanto pensi sia cambiato il mestiere dell’attore, così come quello del doppiatore?

Di certo è cambiato tantissimo. Ci sono, per quanto riguarda il doppiaggio, nuove tecnologie e richieste sempre più pesanti da parte dei clienti. Richieste di intensificare i piani di lavoro e ridurre i costi. A livello lavorativo e attoriale, invece, ci si confronta con tante realtà produttive diverse per cui ci sono necessità, sul set, di tempistiche alternative. Come tutti i mestieri, niente è statico, è tutto in evoluzione o viceversa, a seconda del’ottica con cui si guarda il tutto. Prendendo ogni cosa con filosofia: se sei pronto sai inserirti sfruttando le cose a tuo vantaggio.

Il riconoscimento a cui tiene di più Roberto Chevalier?

Tengo molto all’affetto del pubblico, alla considerazione che ha di me, a ciò che scrive sui miei social. Professionalmente, invece, ho ricevuto talmente tanti premi da non saper scegliere. Forse, tra tutti, il premio ricevuto come miglior voce maschile per aver doppiato Philip Seymour Hoffman in “Truman Capote – A sangue Freddo” e, sicuramente, il premio ricevuto per Magnolia, insieme a Tom Cruise sul palco.

Sei un papà e, come tanti papà, ti sei ritrovato ad affrontare una guerra, una pandemia inaspettata. Quali valori provi a trasmettere, ancora oggi, ai tuoi figli?

Quelli che ho sempre trasmesso loro, fin da piccoli: il rispetto della persona umana, della vita, l’impegno nel lavoro, l’onestà. Devo dire che ho dei figli molto sensibili e attenti. L’imprinting che gli si da quando sono piccoli, se coltivato, può dare dei buoni frutti, indubbiamente. I valori tradizionali sono sempre una pietra miliare importante nell’educazione dei figli.

Può anticiparci altro sul suo futuro artistico?

Sono coinvolto in molti progetti. In onda attualmente, su Netflix, una serie coreana “Home Town Cha Cha Cha” di cui mi sono occupato della direzione del doppiaggio. Ho appena finito, tra l’altro, di doppiare Greg Kinnear in una nuova serie, su una nuova piattaforma. Doppierò anche Andy Garcia in un nuovo progetto ed ho diretto altri due film per Netflix, “Players” e “Your Christmas Or Mine”. Dirigerò, inoltre, una serie francese ed una nuova serie di cui non sono ancora a conoscenza del titolo. A breve, poi, vi saranno le repliche della serie “Grand Hotel” e, da luglio, andrà in onda la terza stagione.

Autore: Alessia Giallonardo

Nasco a Benevento, nel 1986. testarda a più non posso, perché Toro. Amo la fotografia sin da quando ero piccola e devo questa passione a mio padre. Stesso discorso per la scrittura, per ogni singola sfumatura di un racconto, di un vissuto, di uno storico incontro.

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