Gabriele Ciampi: la sua “Opera” tra tradizione e modernità

Opera è la nuova creatura del musicista e compositore Gabriele Ciampi.

Vera eccellenza made in Italy delle sette note, il talentuoso artista propone un album di respiro inernazionale, prodotto tra Roma e Los Angeles, masterizzato agli Abbey Road Studios di Londra e per la prima volta lavorato a distanza con i musicisti della sua CentOrchestra.

Gabriele Ciampi

Oltre a mescolare interessanti elementi classici con nuovi spunti creativi elettronici e quindi più moderni e sperimentali, Opera si avvale di guests prestigiose e tratta dei temi molto delicati come la disparità di genere e la violenza contro le donne. In questa intervista Gabriele Ciampi ci ha raccontato alcuni dettagli della realizzazione del cd e ci ha rivelato i suoi progetti futuri nella convinzione di poter trarre una spinta energica positiva anche da questo difficile periodo della pandemia che ha visto fermarsi molti settori professionali legati alla musica e all’arte in generale…

Benvenuto su La Gazzetta dello Spettacolo a Gabriele Ciampi. Il tuo nuovo album Opera è stato prodotto e mixato ai The Village Studios di Los Angeles. Cosa stai facendo negli States in questo periodo?

Questo è un momento importante per quanto riguarda la parte creativa, nonostante la pandemia sia ancora in atto e ci siano le misure di restrizione. Ma se abbiamo lavorato per tre mesi filati ad un disco è anche perchè siamo stati chiusi in casa e abbiamo potuto concentrarci pienamente su questo lavoro. In questo periodo, dopo l’uscita e la promozione di Opera ci stiamo organizzando per la prossima primavera per fare dei concerti o più precisamente per organizzare degli eventi live in streaming. Questa fase ci permette di avere più possibilità per lavorare per il futuro. Cerco di guardare alle opportunità che possono scaturire da questa situazione, da questa crisi che ci darà più tempo per pensare, per ripartire da zero e per prepararci a muoverci in modo nuovo per i prossimi tempi.

Il fatto che tu stia pianificando le prossime mosse proprio negli Stati Uniti si rifletterà probabilmente anche sulla dimensione internazionale del tuo nuovo cd…

Ci saranno impegni sia qui in America che in Italia, se non in primavera almeno per la prossima estate ma si tratterà comunque di attività live, visto che il disco ormai è uscito. Come ho detto cerco di cogliere i lati positivi di tutto questo, che ci sono eccome. Ad esempio chi prima faceva musica occupando le piazze, parlando di politica e creando assembramenti adesso non potrà più farlo. Quindi rimarranno soltanto artisti, ballerini e musicisti che il loro lavoro lo fanno per vivere e per passione. La qualità della musica e dell’arte subirà probabilmente un balzo in avanti e il teatro quando si riaprirà sarà il luogo più importante, quello deputato per i concerti e non le piazze. La musica si fa nei teatri, quindi adesso dobbiamo impegnarci a ricostruire e a trovare delle partnership importanti per la seconda parte del 2021, questa è la mia strategia.

Il tuo album affronta tematiche importanti quali la disparità di genere e la violenza sulle donne ma nel finale si coglie un messaggio ottimistico, la luce in fondo al tunnel, quasi in sintonia con quello che stai dicendo. Tutto questo anche se Opera è stato “messo in piedi” nel difficile periodo del primo lockdown…

Anche qui c’è un aspetto positivo. Quel periodo cupo ha stimolato la creatività e ha creato un nuovo modo di produrre musica lavorando a distanza. Il futuro è questo, si baserà su produzioni ibride a distanza, di certo non semplicissime. C’è chi utilizza i suoni al computer come arrangiamento e questo modo di esprimersi lo rispetto. Ma quando si utilizzano strumenti veri mischiandoli con dei suoni elettronici, allora tutto diventa più complicato. Serve preparazione e studio per poter affrontare una cosa del genere. Il mio album è proprio un mix tra la struttura rigida della musica classica e quella elettronica. Questo è il mio modo di guardare alle opportunità del futuro per ripartire. Ho pensato che fosse il momento giusto per spingermi oltre la sperimentazione ed iniziare a guardare le cose sotto un’ottica diversa. Si dovrebbe fare in tutti i campi, sterzare e non rimanere sempre fermi a ciò che appartiene al passato. Pensa anche al cinema, ai film di Natale, i cosiddetti “cinepanettoni”. Adesso le pellicole dovranno essere di livello superiore, altrimenti per il pubblico non ci sarà motivo di uscire di casa con i problemi che ci sono, di esporsi. Sarà un vantaggio per l’arte in generale, per la musica, il cinema, il teatro e la danza. C’è spazio per tutti, basta avere idee valide.

Accennavi all’uso degli strumenti elettronici al fianco di quelli tradizionali. Come sei arrivato, partendo dal classico, a questo approccio con l’elettronica?

Sono andato a ritroso negli anni Settanta e Ottanta. Adesso l’elettronica si impiega più sotto forma di sound design, di ricerca di effetti, ricerca del suono con l’effetto più che con la nota. Io ho ripreso i ’70 e gli ’80 suonando il moog, i sintetizzatori vintage che qui diventano un vero strumento. Li ho inseriti all’interno dell’orchestra sinfonica allargata a sintetizzatori, batterie elettoniche e chitarre elettriche, insomma, al mondo musicale moderno. Non è facile unire due mondi differenti. Alla base deve esserci un’ottima conoscenza della tecnica e se non ce l’hai è difficilissimo mettere insieme i pezzi. Oggi chiunque, anche un accordatore, prende un computer e pretende di scrivere musica ma quella la puoi definire effettistica più che armonia e melodia. Chi lavora nella musica, ma sotto altri profili, tutti si improvvisano a fare i compositori e i produttori ma la composizione presuppone uno studio di dieci anni al Conservatorio. Ecco, penso che ci sarà piano piano un’ulteriore scrematura sul mercato e che a rimanere saranno le idee interessanti e innovative.

Per la prima volta hai lavorato a distanza con la tua orchestra, praticamente in smart working. Com è andata?

Mi sono ritrovato a lavorare in questo modo con il produttore Carlos Palacio, è stata la prima volta per tutti. La tecnologia aiuta quando è messa al servizio dell’idea, della mano, della carta e della matita e in questo modo funziona. Il problema sta nell’affidarsi completamente alla tecnologia senza avere delle basi. Ci si butta sulla tecnologia e si fa qualche lavoretto ma in questo modo non si lascerà mai un segno. Certo, con la tecnologia riesci a fare tutto in pochissimo tempo, puoi mandare un file da Los Angeles a Roma e poi spedirlo a Londra per la masterizzazione. Puoi fare il giro del mondo in pochi secondi e questa è una cosa straordinaria. Avendo una formazione classica e poca confidenza con la tecnologia, per me si è trattato di imparare a lavorare a distanza invece che in studio, mandare le parti e ricevere parti tramite internet. Un esperimento in assoluto per me visto che negli ultimi 3 anni ho sempre lavorato in studio con la mia orchestra. Quindi ho accresciuto le mie conoscenze in fatto di produzione.

Il titolo dell’allbum è semplice ma efficace e dice tutto…

La mia Opera da l’idea di un’opera musicale composta da una serie di elementi non necessariamente da orchestra sinfonica. Ci sono elementi nuovi che ho inserito nel filo conduttore di una struttura classica rigida. Ad esempio il brano Silenzio con la cantante Jujie Jin, mezzo soprano dell’opera di Pechino che ha una voce molto particolare. Lei non canta parole ma note, quindi tratta la sua voce come fosse lo strumento di un’orchestra sinfonica. In Opera, comunque, le mie origini legate alla musica classica sono sempre alla base. D’altronde non c’è innovazione se non c’è una profonda conoscenza della tradizione e del passato.

Nel 2015 hai avuto il grande onore di essere invitato dall’allora Presidente degli Stati Uniti Barack Obama a suonare alla Casa Bianca. Chi meglio di te, quindi, può darci un parere sull’attuale scena musicale statunitense?

Bisogna dire che anche qui la situazione non è una molto facile. La troppa tecnologia ha portato a degli eccessi ed ora chiunque produce e compone ma la selezione naturale sta facendo vedere i suoi effetti e soltanto chi ha un solido background riuscirà ad andare avanti. Musicalmente l’Italia e l’Europa sono più forti degli Stati Uniti però noi ci fermiamo mentre in America non si ferma nessuno, la produzione è continua. In Europa, in particolare in Italia, quando succede qualcosa ci si ferma, c’è un’attesa generale come si è verificato nel caso del primo lockdown. Fermarsi distrugge anche se musicalmente, come ho detto, noi siamo ad un livello superiore dispetto agli americani. Però io in giuria ai Grammy Awards di italiani ne vedo arrivare ben pochi. Il problema è che ci sono poche idee e spesso non si fa altro che scopiazzare quello che arriva dall’America quando invece dovremmo sforzarci di creare della musica italiana originale. Bisogna tornare alla grande melodia italiana altrimenti la nostra musica rimane in Italia.

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