Sacro GRA

Sacro GRA e il Leone d’oro

La Mostra del Cinema di Venezia ha voluto rendere, quest’anno, un doveroso omaggio ad un regista che ha sempre prediletto la qualità  delle sue produzioni.

Sacro GRA

Il Leone d’Oro assegnato a Gianfranco Rosi, infatti, è il segno di una scelta coraggiosa, giacchè non è usuale che un documentario -genere erroneamente considerato marginale rispetto al cinema di finzione – venga premiato con un riconoscimento di tale importanza. Si tratta di un genere impegnativo, sia per chi vi si dedica che per chi ne fruisce; a riprova di ciò, basti pensare che il regista, partendo da un’idea dell’architetto Bassetti, passa circa tre anni della sua vita sul Grande Raccordo Anulare (il GRA, appunto) a bordo di un mini-van per incontrare questo universo parallelo che vive, a dispetto del mondo che c’è all’interno e al di là dell’autostrada.

Vita, dunque, con la quale lo spettatore spesso non interagisce perchè non la incontra in queste forme; e qui Rosi, sostituendo alla trama una figura geometrica che tanto assomiglia alla forma del raccordo,  comunica con lo spettatore mettendolo di fronte a delle fotografie che, altrimenti, non avrebbe occasione di vedere durante il corso di tutta la sua esistenza.

Il pescatore di anguille che, con la sua semplicità, denuncia senza urlare che l’Italia è un paese dove troppo spesso chi parla non ha le competenze per farlo diventa il mezzo, tra le mani preziose di Rosi (il quale ha curato anche la forografia) per regalarci scorci di Roma ormai dimenticati, tramonti che non hanno nulla di oleografico, inquadrature che sanno comunicare anche più di certi dialoghi. Ogni personaggio che passa sotto l’occhio magico della cinepresa ha una storia da raccontare, persino quando non la comprendiamo, persino quando non ci appartiene. Svetta, però,  su tutti, il personaggio dell’operatore del 118 con la sua umanità, la solitudine e l’impegno profuso per gli ultimi , senza emissioni di giudizio nei confronti di questa umanità di cui De Andrè disse: “Se non sono gigli son pur sempre figli…di questo mondo”.

Al pubblico sovrano, ora, spetta premiare al botteghino un Leone d’Oro che da troppo tempo non veniva assegnato ad un Italiano.

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