Silvia Montemurro, La casa delle farfalle

Si torna sempre dove i ricordi più belli somigliano al volo di mille farfalle bianche, scrive così Silvia Montemurro all’inizio del suo romanzo La casa delle farfalle, edito dalla casa editrice Rizzoli.

Silvia Montemurro, La casa delle farfalle

Da un lato c’è Anita, dall’altro c’è Lucrezia che vive il difficile periodo della seconda guerra mondiale. Due donne legate dalla vita, dai sentimenti e da quelle farfalle che sono il filo conduttore della loro esistenza. Questo è un romanzo che difficilmente può essere descritto in poche righe.

La casa delle farfalle è un contenitore di emozioni, domande, attese, speranze, rimpianti. Silvia Montemurro si destreggia tra i sentimenti e i rimpianti, senza esitazioni mostrandoci come la vita, a volte, fa tanto male ma anche tanto bene.

Benvenuta su La Gazzetta dello Spettacolo, Silvia Montemurro. Da poco, è uscito il tuo romanzo La casa delle farfalle, come nasce l’idea di questa storia?

Grazie per l’ospitalità! L’idea nasce prima di tutto da un bisogno di raccontare le storie di guerra che la mia nonna mi narrava quando ero piccola. Ma anche le favole e le leggende. Questa storia è un piccolo tributo ai suoi preziosi insegnamenti.

Il romanzo ha come protagonista Anita ma anche Lucrezia, sua nonna. Racconti con eleganza il presente ( Anita) e il passato ( Lucrezia), è stato difficile per te raccontare due epoche così distanti tra loro e due donne vissute in situazioni diverse?

Era proprio l’intento del mio romanzo. Per una romantica come me, appassionata della seconda guerra mondiale, è stato difficile entrare in quel passato ma soprattutto è stato interessante. Mi ci sono persa, in quel mondo. Mi sono divertita a immaginare due donne che pur essendo lontane temporalmente, si possano essere sentite così vicine.

Come descriveresti Anita e Lucrezia?

Anita è ancora in una fase di sfarfallamento, quel doloroso momento in cui la crisalide si trasforma in bruco. E’ fragile, e forte al tempo stesso, ha ancora tutta la vita davanti a sé. Lucrezia è la donna destinata a rimanere crisalide per sempre.

Le due donne mi somigliano, certo, sono ognuna una piccola parte di me. Quella che soffre e non vuole cambiare è Anita. Quella che si protegge quando ha paura è Lucrezia.

Anita, Lucrezia ma non solo. Ne La casa delle farfalle racconti altre figure di donne forti e potenti. A quale ti senti più legata e vicina e perchè?

Mi sento molto legata a Margherita. Lei non è una delle mie donne protagoniste, si tiene in disparte, ma è la custode dei segreti di sua madre e ha una fame d’amore che spesso mi ha fatto commuovere mentre scrivevo.

Lucrezia affronta il difficile periodo della seconda guerra mondiale. A chi ti sei ispirata per raccontare questa giovane donna? C’è stato un modello di donna che hai seguito per descriverla al meglio?

Mi sono ispirata a Irene Briz, la figlia dell’ultimo partigiano del lago di Como. E’ stata lei la prima persona ad aprirsi con me e a raccontare nei dettagli ciò che suo padre le aveva detto riguardo a quel periodo.

Quale momento della storia tra Will e Lucrezia ti ha più emozionato scrivere e immaginare?

Sicuramente il momento in cui Will deve decidere: o l’amore, o la divisa.

Cosa rappresentano per Silvia scrittrice e per Silvia persona le farfalle?

Non riesco a distinguere le due “Silvia”, quindi ti dirò che le farfalle mi fanno stare bene. Non soltanto quando ne vedo una passare. Anche sfogliare immagini di farfalle e studiarne i dettagli scientifici mi incuriosisce molto. Tant’è che ogni capitolo del romanzo è proprio dedicato ai lepidotteri che ritengo più speciali.

Ho letto molto sui lepidotteri e ho anche fatto una visita a un farfallario privato, di un gentile signore di Tavernerio, che mi ha spiegato tutto quello che sapeva sulle farfalle. Se per Lucrezia il farfallario è un rifugio, per me rappresenta un posto dove sentirsi a casa. Non è forse, un po’, la stessa cosa?

Palinuro è la farfalla che Lucrezia ama di più. Quale è invece quella che Silvia ama di più? 

La mia farfalla preferita in questo momento è la colibrì, perché la sto vedendo ovunque e credo abbia un messaggio da portarmi. Devo solo capire quale sia.

Quale messaggio speri colgano i lettori di questa storia e perchè? 

Quando ho scritto questa storia, volevo che fosse per i lettori una forma di svago, ma anche di riflessione e in qualche modo spero che sia di terapia, questo romanzo, per chi è alla ricerca di una parte mancante di se stesso. O magari per chi vuole fare un tuffo nei segreti dimenticati nel baule della nonna.

Silvia, cosa rappresenta per te la scrittura e come nasce questa passione?

Proprio per questo anche per me la scrittura è una forma di terapia, a volte ossessione, a volte il mio rifugio. Ho iniziato prestissimo a scrivere e da che ricordi non ho più smesso.

Tanti sono i romanzi che hai scritto. A quale ti senti più legata e perchè?

Il romanzo a cui mi sento più legata è proprio questo, perché credo dia una svolta al mio modo di scrivere e mi apra la strada per le prossime storie che verranno.

Dedichi La casa delle farfalle a tua madre e alle tue due nonne. Cosa rappresentano per te queste donne e in che modo hanno contribuito a far crescere Silvia come scrittrice? 

Le mie nonne sono state le mamme che mi accudivano quando mia madre era al lavoro. Mi hanno riempito di affetto e ricordi che porterò sempre con me. La mia mamma è la vigile custode del mio amore per la scrittura: non le scappa una virgola quando corregge i miei manoscritti. Sì: è anche la mia prima lettrice.

Un augurio che vuoi fare alla persona e scrittrice che sarai? 

Mi auguro di poter sempre scrivere seguendo le note del cuore, non le mode del momento. Questo, per me, è un privilegio importante, che spero di avere sempre.

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