12 anni schiavo

12 anni schiavo, storie che non conosciamo

Meritatissimo l’Oscar per questo che è stato giudicato il miglior film del 2014, più meritevole dell’ambita statuetta assegnata a Lupita Nyong’o come attrice non protagonista, mentre Chiwetel Ejiofor (Solomon) ha semplicemente giganteggiato nella sua interpretazione dell’uomo libero che torna schiavo per la crudeltà dei suoi simili, nonostante la mancata assegnazione di alcun titolo.

12 anni schiavo

Il film è tratto da un’opera letteraria scritta nel 1853 da Solomon Northup e racconta una vicenda che la Storia ha preferito ignorare, e che solo gli appassionati del genere -forse- conoscono: il rapimento degli schiavi che, nel Nord America, vennero liberati dai padroni mentre al Sud le leggi sulla schiavitù verranno abolite solo dopo una sanguinosa guerra civile. Per conservare la manodopera di colore, dunque, venne organizzato negli Stati Uniti un vero e proprio traffico, assai più losco di quello che vedeva uomini liberi trasportati contro la loro volontà dalle terre africane alla volta del paese a Stelle e Strisce, in quanto, in questo frangente, si trattava di cittadini americani nel pieno godimento dei loro diritti.

Fin qui la Storia; la vicenda ha inizio con la struttura antifonale tipica del primo blues, quello delle comunità degli schiavi nei campi di cotone o di canna da zucchero e prosegue con un flashback che disorienta lo spettatore, essendo, in realtà, una serie di frammenti che prendono forma  in un puzzle più chiaro verso la metà del secondo tempo; regista talentuoso, Steve Rodney Mc Queen si affida per la sceneggiatura a John Ridley (Oscar per la miglior sceneggiatura non originale)che ben sa rendere, con dialoghi essenziali ma mai scarni, la disperazione e la determinazione di un uomo libero costretto a riscrivere la sua storia, un uomo che occupa un posto di riguardo nella società america del Nord, con una famiglia e una casa col giardino. Non c’è traccia del conflitto che dilanierà il paese, e la figura dell’Onesto Abramo viene solo evocata dal cameo di Brad Pitt (tra i produttori del film) attraverso una somiglianza scenica -tra l’altro- ben riuscita.  Sembra, invece, una forzatura cinematografica la scena in cui questi neri liberi accedono agli stessi locali dei bianchi, se si pensa che, nel corso del Novecento, nello stesso paese, quelli che diverranno gli afro-americani per la legge non scritta del politically correct  erano costretti a sedere in fondo agli autobus pubblici, mentre davanti potevano sedere i bianchi.

Al di là delle differenze che una trasposizione cinematografica sempre comporta, e che solo chi ha letto il libro può evidenziare, va sottolineata la bravura di Sean Bobbitt (fotografia) che regala allo spettatore degli scorci che nulla hanno a che fare con l’intensità di immagini di film come “Mississippi Burning”, nè con i colori di quel “Radici”, di Huxleyana memoria, che cominciò a raccontarci una storia che -a quanto pare- ha ancora molto da svelarci. Al pubblico, sempre sovrano, la raccomandazione di non perdersi questo film intenso, significativo, crudo in certi frames ma delicato nello svelare la difficile interiorità dei personaggi,

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