Samuela Pierucci, il medico-scrittrice: anche nel tunnel buio si può sorridere

Samuela Pierucci, originaria di un piccolo paese toscano, vive oggi a Sesto Fiorentino e lavora come anestesista. Parallelamente, però, Samuela Pierucci è uscita poche settimane fa sul mercato editoriale nazionale con il suo secondo romanzo dal titolo “Quel poco che basta”, pubblicato con la casa editrice Intrecci con cui aveva giù editato anche il primo libro “Vuoto fino all’orlo”.

Quel poco che basta, di Samuela Pierucci

Samuela Pierucci , perché la frase “Tutto è collegato” – dalle microstorie alla macrostoria – è il credo all’origine del tuo nuovo romanzo?

Credo non ci sia, purtroppo, periodo più adatto a ribadire questo concetto, in questi giorni di pandemia e stravolgimento delle nostre vite. Siamo convinti di poter fare tutto, scegliere ogni strada, specialmente se giovani, quando poi ci scopriamo esseri fragili in balìa di meccanismi più grandi e complessi di noi. Nel 2001, quando il dramma degli attentati terroristici dell’undici settembre ci fece scoprire più vulnerabili di quanto pensassimo, mi trovavo in Brasile. Tramite una associazione di volontariato stavo conoscendo una realtà dura e per me fino ad allora sconosciuta, quella dei contadini Sem Terra, i “senza terra” che tentano ancor oggi, ancor più osteggiati dall’attuale governo, di reagire con dignità alla propria condizione. Per me è stato un punto di svolta e di grandi interrogativi: sul futuro, sulle scelte di vita, su me stessa. Ne volevo parlare attraverso la lente disincantata del narratore che crea una storia con personaggi “altri da se”, ingenui e travagliati e che, posti di fronte a un bivio, sceglieranno senza pensare alle conseguenze. Volevo parlare della follia della gioventù, di due ragazzi innamorati che sentendosi invincibili vanno incontro al destino e si lanciano giù, senza paracadute.

“Quel poco che basta” è la tragica storia, raccontata in chiave ironica, dell’amore e del fallimento di due ragazzi in cerca del proprio posto nel mondo. Come hai fatto a parlare di fallimento, di sentimenti fragili, di progetti di vita sballati conferendo a tutto ciò un alone di ironia?

Non riesco mai a prendermi troppo sul serio. Sono un medico anestesista rianimatore, vedo molte situazioni tragiche, le vivo a livello professionale e umano e conosco la sofferenza. Ma sempre, anche nel tunnel più buio, ho intravisto un motivo per sdrammatizzare e sorridere. Forse è il solo modo per sopportare i drammi, i fallimenti, in una sorta di racconto dell’assurdo. Sebastiano e Nada vivono una storia d’amore intensa ma sbilanciata dai segreti che i due non sono riusciti, per paura di un giudizio e di un allontanamento, a rivelarsi. Vivono in una bolla che è destinata a rompersi e il narratore, ormai conscio dell’esito infausto che il tutto avrà, non può che guardare indietro e sorridere dei propri errori. È un gioco degli equivoci complicato e intrecciato in una sorta di impianto teatrale che vedrà solo sul finale la sua spiegazione logica.

Seba e Nada sono i due protagonisti della storia le cui vicende si intrecciano alla Storia con la S maiuscola, troviamo qualcosa di autobiografico in loro?

Credo che per scrivere qualcosa di credibile si debba avere una certa padronanza degli argomenti trattati e ciò lo si fa o studiando molto (se si parla di realtà diverse dalla nostra in una sorta di saggio) o trattando di personalità, luoghi e situazioni a noi affini. Nada è molto diversa da me ma le ho dato delle caratteristiche psicologiche e comportamentali che ho avuto modo di sperimentare con la mia professione di medico; ho parlato inoltre della vita in campagna a lei cara e che io conosco bene in quanto originaria di un paesino sopra Pistoia. E ho voluto toccare un argomento per me prezioso, ossia il rapporto che si crea fra noi e la Natura quando la viviamo in silenzio e con rispetto. Per tratteggiare Sebastiano invece ho pensato a più conoscenti e amici, uomini anche diversi fra loro, e li ho messi insieme in un unico personaggio.

Un’ultima domanda: perché hai affermato che per Samuela Pierucci la stesura di questo libro sia stata per te terapeutica e liberatoria?

Quando ho scritto questa storia stavo attraversando un momento alquanto pesante, troppi impegni, troppo stress, troppo nervosismo. Mi sentivo calata in una realtà che non avevo voluto, in un contesto non adatto a me, e che pure io avevo intensamente contribuito a costruire. Volevo quindi parlare di quanto sia difficile crescere e di come ognuno di noi di fronte ad un bivio debba scegliere in maniera convinta e non andando dietro ai consigli degli altri, benché in quel momento ci sembrino illuminati. Crescere è scegliere con i propri strumenti, emotivi e razionali, ma allo stesso tempo è scontrarsi con la macrostoria accettandone gli ostacoli, le sfide ma anche cogliendone le opportunità in un intreccio in cui siamo a volte protagonisti assoluti e a volte solo comparse. Mettere per iscritto tutti questi interrogativi su me stessa e sul mondo, inventare una storia in cui sono altri e non io gli attori principali e buttare fuori anche in poesia (la narrazione termina infatti con un’appendice poetica) i sentimenti contrastanti in cui mi sono a volte ritrovata, ecco, tutto questo è stato meglio di una seduta dallo psicanalista. Scrivete, dunque, anche solo la lista della spesa: vi sentirete meglio.

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