Rossometile
Rossometile. Foto da Ufficio Stampa

Rossometile: tra metamorfosi, metafora e metallo.

Un paio d’anni fa, mi pare nel 2018, Gino Castaldo – firma prestigiosa della Storia della musica italiana e non solo – scrisse s’un articolo de La Repubblica: “Era la musica più varia e fantasiosa mai apparsa sul pianeta.  E per questo forse è morto. In realtà si è reincarnato e oggi vive in tutte le altre musiche. Basta non chiamarlo rock.”

Rossometile
Rossometile. Foto da Ufficio Stampa

Si riferiva, chiaramente alla cosiddetta musica rock, precisata in quanto tale da una generazione di scopritori e adepti di un genere musicale (in realtà sottogenere) che aveva saputo meglio raccontare la rivoluzione culturale di un periodo storico in cui tutte le definizioni apparivano “chiare” e, soprattutto – spesso per ovvie ragioni ideologiche e politiche – parziali. 

Nulla da contestare al giornalista, mai mi permetterei, sulla non relazione impossibile tra generi e loro possibili diramazioni; però la Storia ci insegna che non può esistere arte senza correnti.

C’è una via principale, quella più frequentata, ma esistono anche strade nascoste, inesplorate, parallele o addirittura alternative. E se l’identità di un movimento è spesso configurata attraverso quelle personalità, o raggruppamenti di soggettività, che ne costituiscono i fondamenti di ricerca, tendenza e quindi sperimentazione, è inconfutabile ammettere che non sempre la meta prefigurata sia raggiungibile; ma anzi, talvolta sia addirittura immaginabile cambiare obbiettivo, mentre si procede lungo il percorso.

Innanzitutto va evidenziato che il rock non è un genere, ma una sottocategoria della categoria portante “popular”, nata in contrapposizione con la musica colta a fine Ottocento-inizi Novecento, grazie alla contaminazione di nuovi modi di scrivere canzoni, atte a rompere con i canoni della tradizione classica. Il blues, genere afroamericano, dotatosi di mezzi innovativi e tecnologici (grazie all’avvento della rumorosa chitarra elettrica), da così voce e vita alla “musica del diavolo” (ludica e provocatoria) chiamata rock’n roll. Era il dopoguerra.

Da lì, mondi incrociati e filosofie contrapposte. 

Mentre l’arte informale degli ex figurativi spopola negli Stati Uniti, evitando anche le ingombranti geometrie degli astrattisti, l’universo dei nuovi creativi si popola di “vite irrequiete”, come le avrebbe definite Debuffet. La politica, devastata dal disagio economico di un’ennesima guerra, si ideologizza e si socializza, riempiendosi di intellettuali che, negli anni Settanta, troveranno la loro massima opportunità di divulgazione accedendo alle masse (cosa fino a pochi anni prima improponibile) con linguaggi complessi e democratici.

Il vinile, socialista e liberale, piace a tutti.

Ai conservatori e ai progressisti, ai borghesi e alle classi operaie, agli studenti e ai professori.

Il rock si manifesta sempre diverso, evocando il mito di sé stesso da una parte e ridisegnando manifesti sempre nuovi dall’altra, in perfetta sintonia coi tempi che – alla ricerca di interpreti sinceri e capaci – approda dal prog al punk, fino alle esplorazioni più dure e inaccettabili, soprattutto per coloro che si sono fermati ai Deep Purple o ai Sex Pistols.

Gli anni Ottanta, celebrando il funerale di un’epoca, lasciando al pop e alla new wave il primato audio-visivo del nuovo Star Establishment (con il benestare dei network radio-televisivi), sceglie modalità – per così dire – autistiche, scegliendosi un pubblico che non ami la mainstream.

Eppure il rock è anche quello dei Police che Sting convertirà in songsballad e altro.

Il rock è stato il folk, pensiamo al 1965, di LIKE A ROLLIG STONE di Bob Dylan. 

Il rock è stato il viaggio concentrico speleologico delle poesie psichedeliche di Jim Morrison ma, anche prima, il riff melodico e inattaccabile dei bimbi di Liverpool.

Allora, la mia domanda è questa: cosa significa “il rock è vivo, oppure il rock è morto?

Il rock è questo? Il rock è quello?”

Il metal, ad esempio, che cos’è? È quello agevolmente heavy, oppure la sua estensione in centomila sottogeneri (trash, hair, death ecc…)?

Il metal, in quanto popular estremo, indubbiamente anche per la scelta di tematiche urtanti e non di rado lugubri (penso a Dante quando descrive l’Inferno in maniera terrificante e Foscolo ne I Sepolcri non parla certo di Cenerentola…), è rock vero, allo stato puro.

Il rock, per sua natura, ancora più di altri modi “stretti” di fare musica e costume, è metamorfosi, magari qualche volta – come avrebbe inteso Ovidio – è narrazione di quel processo, chiamato catasterismo, attraverso il quale miti ed eroi si trasformano in stelle e costellazioni, oppure è un risveglio macabro d’impronta Kafkiana. 

È lì, e qui arrivo al punto, che si colloca Rossometile (band storica e testata, nata a Salerno nel 1996) tra metallo e metamorfosi in balia di metafore profonde e tra epica, misticismo, simbologia e distopia implicita.

I loro album, ormai parecchi, sono la continua evoluzione di una narrazione interiore e umana che, mai negativa, elabora il lutto della vita e la nascita della morte.

Il cambiamento è doveroso, senza adeguamento e senza la necessità di un posizionamento. 

La metamorfosi, in questo progetto nuovo di zecca, che prende il titolo di Desdemona, è la cerchiatura dell’endecagono musicale pensato e realizzato dai Rossometile (Ilaria Hela Bernardini, Rosario Runes Reina, Pasquale Pat Murino, Gennaro Rino Balletta), limando gli angoli pungenti del metal con la carta vetrata del rock buono delle grandi tempeste spirituali. La distanza, il distacco, la fine, il rapporto con la morte fisica e la sua non certificazione a priori, la generosità del corvo di Hela che, quasi come un angelo travestito da messaggero la mette in contatto con la sorella scomparsa, la necessità di ritornare persone, sono alcuni dei “sogni reali” del concept.

Desdemona

E’ un album che, in questo momento storico, suona terapeutico ed elettrico al punto giusto, perché compensato da cornamuse, ghironde, bouzouki e corni, e regala all’ascoltatore un equilibrio insperato, con cenni gotici, celtici e coerentemente metallici.

E chissà che il Kulning – utilizzato nell’album come originale vocalizzo sonoro/etnico dalla brava Ilaria e che nella tradizione scandinava viene utilizzato dalle donne per chiamare il bestiame – serva anche come esorcismo per spaventare i predatori. 

Magari anche i pipistrelli travestiti da potenti.

Autore: Anthony Moy

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