C’era una volta il teatro ragazzi: si racconta Elena Palmentieri

Abbiamo incontrato l’educatrice teatrale Elena Palmentieri, che ci racconta la sua esperienza: “Grazie a quest’attività tanti studenti hanno preferito il palcoscenico al cellulare: Teatro – Social 1 a 0″.

Elena Palmentieri
Elena Palmentieri

La pandemia ha dato uno schiaffo violento al mondo della cultura, dello spettacolo, del cinema, dell’intrattenimento live e, ovviamente, del teatro.

Il palcoscenico non si può concepire solo come spazio adibito a spettacoli per il pubblico, ma anche e soprattutto come strumento educativo e di promozione socio-culturale.

In quest’ottica nasce l’attività del teatro ragazzi, ormai parte integrante di tutti o quasi gli istituti scolastici, e che abbraccia l’aspetto artistico in vari modi, coinvolgendo una nutrita schiera di adolescenti che possono diventare protagonisti della messinscena o semplici spettatori attenti.

Un’attività che rappresenta molto di più di un semplice segmento del Teatro, intenso in senso classico.

Un’esperienza ricca di spunti ed energia positiva, capace di autodeterminare tanti giovani grazie al potentissimo mezzo della cultura. Un palcoscenicoad appannaggio dei più giovani, guidati da attori professionisti che diventano, di fatto, educatori teatrali e promotori socio-culturali.

In merito a questa tematica, poco affrontata dai media di settore, Gazzetta ha fatto due chiacchiere con Elena Palmentieri, attrice professionista e da anni impegnata in questa affascinante attività artistico-pedagogica.

Benvenuta su La Gazzetta dello Spettacolo ad Elena Palmentieri. Quando hai iniziato il tuo percorso di educatrice teatrale?

Il mio lavoro come educatrice comincia nel 2015. Fui contattata per occuparmi di un percorso laboratoriale con spettacolo di fine anno, per una secondaria di primo grado, è stato un esperimento, ero fortemente affascinata da quel mondo e dovevo rendermi conto se fossi stata in grado di “curare” dei ragazzi oltre che degli spettacoli, è bello poter dire oggi, che l’esperimento riuscì, da quell’anno ho continuato fino al momento della pandemia in vari istituti oltre che in quello da cui sono partita.

In questa attività cultura, spettacolo, arte e pedagogia si fondono in maniera indissolubile. Una grande responsabilità per un attore?

L’attore, è quello che in questo senso ha meno responsabilità, cerco di rendere meglio l’idea: la qualità delle scelte pedagogiche, artistiche e culturali, dipende principalmente dal regista, se si propone uno spettacolo non valido e l’interprete è bravo, si suol dire ‘si salva da solo’ certo, con tutte le difficoltà del caso, ma riesce a salvaguardare la sua qualità attoriale, nonostante quella dello spettacolo sia scarsa, il pubblico adulto o giovane che sia, lo nota sempre.
La responsabilità dell’attore è quella di arrivare personalmente al pubblico, e con tutti i mezzi che ha a disposizione essere ovviamente un buon tramite per la riuscita integrale dello spettacolo.

I giovani sono spesso “preda” della parte più malata del web e, di questi tempi, ancor di più. Ci racconti un aneddoto legato a qualche studente che, grazie a questa attività, è riuscito a sentirsi parte o, addirittura, “protagonista” di qualcosa di diverso?

 Riuscire ad allontanare i ragazzi dal web per tre ore, -un tempo molto lungo rapportato alla loro età e all’uso continuato che fanno del cellulare- è una piccola vittoria; basterebbe vedere le loro facce, dopo aver appreso che una delle regole fondamentali è quella di spegnere i cellulari durante il laboratorio, per loro è una cosa impensabile. Notare, volta dopo volta che ripongono i cellulari con più naturalezza, senza subire il peso del distacco, è una buona risposta ad uno degli obiettivi che provo a darmi.
L’aneddoto più frequente è proprio quello del ragazzo di turno che inventa mille scuse pur di non restare ‘fuori dal mondo’ per quelle tre ore, facendo intercedere alcune volte anche i genitori, poi dopo qualche incontro diventa la tua spalla, si propone come assistente alla regia e non pensa minimamente a collegarsi ai social. Teatro – Social 1 a 0.

Cosa rappresentano le “mattinate” per un attore?

Cosa sono le ‘mattinate’ per me, credo si evinca da tutto ciò che ho scritto in precedenza e continuerò a scrivere rispondendo alle successive domande. Come discorso generico posso dire di aver notato negli anni, che non moltissimi attori hanno la propensione nel lavorare per i ragazzi, spesso le ‘mattinate’ sono un modo per sostenersi, continuare a studiare e ad inseguire un altro percorso attoriale. Un valore aggiunto a mio parere, per promuoverle, si eviterebbero i molteplici impieghi nei quali si cimentano spesso gli attori per non lasciare il loro vero lavoro.

Questi spettacoli regalano, sicuramente, anche tanto svago ad alunni e docenti. I fondi stanziati da chi di dovere per questo tipo di attività sono adeguati ai vostri sforzi? Oppure occorrerebbe aumentare gli investimenti visto l’impatto che questo servizio ottiene sul mondo scuola?

Le retribuzioni previste dai PON, sono a mio parere degne del lavoro svolto dagli esperti esterni, ma non possiamo purtroppo limitarci a questo. Nello specifico, per le secondarie di secondo grado credo che i fondi derivino principalmente da PON e POF. I Pon sono abbastanza ricchi ma quasi mai riescono a far fronte agli spettacoli intesi nella loro totalità. I Pof invece, che sono fondi interni, differenti per ciascun istituto, non sono mai abbastanza ricchi per questo tipo di attività, dovendo comunque finanziare vari progetti e non solo le attività teatrali latamente intese. Quindi, i fondi purtroppo non bastano, nonostante l’impatto positivo del teatro nelle scuole, (purché di valore e di qualità), sia una cosa tanto evidente.

Sei d’accordo con il tuo collega Elio Germano, che afferma che il Teatro andrebbe inserito come materia vera e propria per impreziosire la didattica e, soprattutto perché, a detta dell’attore: “Bisognerebbe fare teatro nelle scuole, perché l’esercizio di mettersi nei panni degli altri ci può far diventare una società migliore…”?

Sposo totalmente il pensiero di Germano, anche da alunna speravo si inserisse questa materia, sarebbe un enorme impreziosimento, assolutamente da non sottovalutare.

Finita la pandemia, tu e la tua compagnia avete già pensato a cosa mettere in scena?

Abbiamo alcuni lavori lasciati in sospeso e non messi più in scena, causa pandemia, riprenderemo sicuramente da quelli, in particolare dalla rivisitazione di ‘Le furberie di Scapino’ un testo di Moliere, tradotto in vernacolo, un progetto nel quale crediamo molto.

Infine, quanto ti manca il palcoscenico?

Non è principalmente il palcoscenico a mancare, ma tutto ciò che abbraccia questo mondo, le prove, la scelta dei temi da affrontare, i viaggi nelle mattine d’inverno, gli odori, i copioni sparsi per casa insieme ai costumi, agli oggetti di scena da riparare, il calore dei ragazzi, il rumore dei passi sul palco, potrei veramente non fermarmi più…Mi manca il teatro, tutto, mi manca il mio lavoro!

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