Mariano Rigillo
Mariano Rigillo

Il colore delle parole secondo Eduardo

Il titolo dello spettacolo andato in scena al Teatro Delle Palme il 5 novembre c.a., curato e interpretato da Mariano Rigillo, riporta subito alla mente, attraverso il monologo iniziale, quelle vocali a cui Rimbaud volle assegnare un colore, diverso per ciascuna.

Eppure questa serata eduardiana, in cui Rigillo conduce il pubblico tra le anse di un percorso non sempre conosciuto agli stessi conterranei del grande drammaturgo, intende sottolineare la grandezza del versante poetico di De Filippo, il quale, partendo dal “Coriolano” shakespeariano, scrive “A capa”, per indicare che è lì che risiede il motore di tutto. E sembra sempre ispirato al sonetto n.66 il lamento indignato de “La mia preghiera”, recitata da Anna Teresa Rossini; ma Eduardo seppe andare oltre, sempre e la stoccata finale, ironica e sorprendente, rivela ineluttabilmente la firma dell’autore.

Lo spettacolo è costruito sull’alternanza tra prosa e musica, e gli inserti di Marco Zurzolo al sax e di Maria Sbeglia al piano sono stati ben più di un tappeto di note per accompagnare i due attori in scena; anzi, legati ad esso a filo doppio, il noto sassofonista napoletano ha introdotto, con le note di una sua composizione (Ninna nanna per Sofia), la poesia che Eduardo dedicò alla figlia Luisella, prematuramente scomparsa. Il “Pulcinella” di Stravinsky e l’omaggio a Titina nelle parole di un fratello devoto, “Napulitanata” e il doloroso ricordo di Anna Magnani che Eduardo affida ad un testo di pochi, brevi, intensi versi. Riflessioni sul destino, talvolta semiserie, lasciano spazio a poesie più impegnate come “Io vulesse truvà pace” o “Pierpaolo” senza dimenticare la strepitosa interpretazione della Rossini di “Le piccole cose” (di Stefano Benni) o la magistrale recitazione di “De Pretore Vincenzo” affidata a Rigillo, con cui si chiude lo spettacolo. E’ l’apice di tutto, mentre l’attore si cimenta in una sorta di one man show che lo vede riempire il palco pur essendo da solo in scena, con le lunghe, affusolate mani che vivono di una fisicità propria, con negli occhi lo stesso guizzo inquietante di Carlo Ortese (Dov’è Anna?) e con il mestiere di chi sa interpretare e dar voce a tanti personaggi, contemporaneamente.

 

Su Monica Lucignano

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