Festival di Sanremo 2015? No, grazie

Promo Sanremo 2015

Si dà ufficialmente inizio al Festival di Sanremo 2015. Dopo indiscrete anticipazioni su cantanti e ospiti stranieri, svelati i nomi dei Big in gara della 65° edizione. Il presentatore Carlo Conti li ha annunciati in diretta su Rai 1, ospite a L’Arena di Massimo Giletti Domenica 14 Dicembre scorso: 20 artisti che gareggeranno al teatro Ariston dal 10 al 14 febbraio 2015.

Dopo aver ascoltato, tra sbigottimento e disperazione, la lista dei big che parteciperanno al prossimo Festival di Sanremo, forse è il momento di aprire un dibattito serio sul futuro dell’evento musicale più criticato (e più visto) d’Italia. Dalla sua creazione nel 1950, come un’attrazione del casinò, il festival – che gli italiani considerano o consideravano, qui ancora devo rispondere, come una sorta di campionato del mondo della musica leggera – è la valvola di sfogo delle passioni nazionali. Sanremo riflette come uno specchio i dibattiti politici e sociali, i loro progressi, i loro passi indietro e le situazioni di stallo. Del resto questa è l’unica spiegazione del suo inossidabile successo, poiché non presenta più come in passato delle canzoni capaci di rimanere impresse per un decennio o più. Il core business del festival non è più la canzone ma gli eventi che possono verificarsi. L’edizione 2014 sembrava aver trovato il suo filo conduttore, quello della protesta. Nel 2013 il festival aveva rischiato di essere rinviato per timore che il suo presentatore (ritenuto di sinistra) potesse influenzare gli elettori alla vigilia delle elezioni politiche. Nel 2012, quando Mario Monti dirigeva un governo di tecnici, la parola d’ordine del festival era: “Siamo tutti dei tecnici”. L’edizione 2011 aveva invece dato grande enfasi ai 150 anni dell’unità d’Italia in nome di “siamo tutti uniti”.

Monumento del kitsch e termometro della febbre nazionale, Sanremo è ancora una volta in sintonia con l’attualità – a meno che non sia il contrario – accogliendo i dibattiti veri o finti della penisola e offrendo loro la possibilità di un happy end o di una catarsi in musica e sotto i fasci di mimose della riviera ligure.E in tutto ciò che fine ha fatto la musica?

A parer mio più che un annuncio, quello fatto all’Arena è stato uno stillicidio, fatto di attese, riempitivi, melina, finta suspense, con un blocco tutto costruito sulla fantomatica lista di Conti che grida ancora vendetta. Il Festival di Sanremo per Conti è sicuramente l’appuntamento più atteso e impegnativo dell’anno 2015,  mancano ancora alcuni mesi al mega show musicale, ma la macchina festivaliera si è già messa in moto.

Conti parlando del “suo” Sanremo dice:” Il mio riferimento per Sanremo? I Festival di Baudo”, inoltre  Conti garantisce nessuna pressione dalla politica, anche se il cast, a ben guardare, se non ci saranno influenze “politiche” ma alti personaggi televisivi SI. A parte nomi come Raf, che torna in gara dopo 24 anni di pausa, e una rappresentanza anni ’90 con Irene Grandi, Masini (grande amico di Conti…) e Nek, è la proposta di nomi del tutto tv tipo come I Soliti Idioti e la coppia Platinette/Di Michele a portarmi a pensare questo. Conti ha parlato di un’edizione di rinnovamento e di modernità, ma sarà davvero così?

Tornando al suo punto di riferimento da seguire, Baudo, Conti dice è il suo faro con i suoi Festival nazionali-popolari. Baudo in effetti è stato presentatore e direttore artistico del festival di Sanremo per tredici edizioni, ed è per questo considerato uno dei padri della kermesse canora, e dall’alto della sua esperienza, Baudo dà  qualche consiglio a Carlo Conti per la sua prima volta sul palcoscenico dell’Ariston, dicendo:

«Innanzitutto era fatale che, prima o poi, Carlo Conti arrivasse a Sanremo. Ogni anno sentivamo fare il suo nome. In questo 2014, poi, ha collezionato una serie di successi. Il festival è una strana creatura, deve entrare nel corpo del conduttore che ha il compito di ideare e progettare la struttura e la composizione della gara con tutto quello che comporta. L’importante è che trovi delle canzoni gradevoli che possano conquistare il pubblico ed essere ricordate».

Da questi “consigli” Carlo Conti ha fatto il suo, e francamente non ci si aspettava chissà quale rivoluzione musicale da uno che in tv ha sempre campato di vintage, revival, ospitate di Gloria Gaynor e imitazioni di Fiordaliso e Gianni Nazzaro. Ma la sua conduzione casca davvero a fagiolo e può essere lo spunto per una interessante analisi sul senso di Sanremo, se ancora ne ha uno, beninteso, visto che secondo me è offensivo, oltre che follemente anacronistico, stare attaccati alla tv per cinque serate di fila a criticare ferocemente uno spettacolo spesso inguardabile, con tempi da messa della notte di Pasqua dei gruppi neocatecumenali e musicalmente vecchio persino per RaiUno.

Tutti gli anni chi fa Sanremo dice che vuole mettere la musica al centro dello spettacolo, ma Conti  scegliendo canzoni al passo con i tempi, questo è ciò che lui ha affermato, ringraziando la commissione per il difficile lavoro fatto, sottolineando anche  in perfetta libertà e con grande onestà, ma scegliendo un cast con nomi come I Soliti Idioti e la coppia ‘ex Amici’ Grazia Di Michele e Mauro Coruzzi, alias Platinette, che hanno fatto un po’ storcere il naso ai critici presenti in studio dell’Arena, ovvero i moschettieri Paolo Giordano, Paola Comazzi, Mario Luzzatto Fegiz, Marco Molendini, sarà riuscito a farlo oppure…lascio a voi libero pensiero.

Ora Conti, dice che Sanremo è Sanremo, che tocca farlo per il pubblico della Rai, armato di Tena Lady e bombola d’ossigeno, che ci tiene e vuole vederlo. In pratica, a quanto pare, fanno il Festival di Sanremo per le nonne d’Italia, e attraverso questo cast forse, forse anche per alcuni impavidi giovincelli visto che le nonnine d’Italia vanno a dormire attorno alle 21, quando in tv ancora c’è l’esaltato e ansiogeno Insinna che scavicchia i pacchi, e che quindi della kermesse sanremese non guardano nemmeno il promo. Le nonnine lo guardavano quaranta, cinquanta e sessant’anni fa, perché dal palco del Casinò venivano fuori le canzoni che avrebbero dominato le classifiche e che avrebbe fischiettato per l’anno a venire. Ma oggi, invece, Sanremo ha ancora senso? Nossignore, signor Carlo Conti, e cerco di spiegarti perché. Di sicuro la definizione di Talent-Festival si addice perfettamente alle scelte artistiche di Conti e della Commissione da lui presieduta.

XFactor, Amici di Maria De Filippi, persino The Voice portano la musica italiana, bella o brutta che sia,  nelle nostre case dodici mesi l’anno, con i giovani concorrenti dei talent e con i supermegaospiti attratti dai cachet folli e dal fatto che alcuni di questi programmi ormai sono di tendenza.

Di Sanremo si parla ancora di musica di qualità, di rilancio della melodia italiana e altri soavi propositi, già smentiti d’altronde dalla presenza in scena di personaggi come la D’Alessio family, insuperabile nell’occupare spazi mentre dovrebbe al massimo allietare spizi, qualche sorpresa, come è nel caso di Fabrizio Biggio e Francesco Mandelli, più noti per essere il duo comico de I Soliti Idioti, ma anche Lara Fabian, unica cantante straniera a gareggiare al Festival di Sanremo.

Tra gli ex talent, Annalisa (ha già partecipato ad Amici 10), Moreno (ad Amici 12 e direttore artistico del programma nel 2014), Chiara (vincitrice di X Factor 6) e Lorenzo Fragola (vincitore dell’edizione 8 di X Factor, conclusasi da qualche giorno).

Basta per sempre, verrebbe da implorare, con questa favola del laboratorio canoro, della vetrina internazionale per superstar e nuovi talenti. Se al festival c’è un punto fermo, infatti, sta da tutt’altra parte; cioè nell’attimo irrinunciabile, anno dopo anno, in cui una monumentale pernacchia parte dalle case italiane in direzione ligure.

Per concludere, la confusione sotto il cielo di Sanremo è comunque ancora, e comprensibilmente grande, tra ospiti dati per certi e poi rifiutati, sogni irrealizzabili e co-conduzione ancora in alto mare, tra vallette rodate o improvvisate.

Questo Sanremo rischia di divenire un campo di battaglia sul quale uno come Conti si può inalberare. Ma l’idea che questo sia davvero un carrozzone viene a leggere certi nomi. Vedremo se il coraggio della commissione sarà apprezzato e se il cast trasversale, che va da Nesli a Raf, conquisterà ascolti.

Il punto centrale è che non ci sono le canzoni belle e non ci sono, soprattutto, le canzoni brutte. Insieme alle canzoni belle o brutte non paiono esserci in gara quei personaggi che hanno sempre e tradizionalmente trainato il Festival. Ecco come appare il bicchiere mezzo vuoto di questo Festival, che non fa schifo, ma è semplicemente spompo, con gli stessi buoni propositi ma le stesse possibilità di successo che poteva avere l’Italia ai mondiali del 2010, dopo aver vinto quelli del 2006.

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