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Nino Buonocore e la grande raffinatezza

Incontriamo per La Gazzetta dello Spettacolo MAGAZINE un grande artista: Adelmo Buonocore, meglio conosciuto come Nino Buonocore, cantautore e cantante molto amato, “papà” di canzoni che hanno fatto la storia della musica italiana, eterne”ever green”.

Nino Buonocore su La Gazzetta dello Spettacolo MAGAZINE
Nino Buonocore su La Gazzetta dello Spettacolo MAGAZINE

Ricorda le emozioni del suo primo Festival di Sanremo, nel 1983, dove un entusiasta Renzo Albore la indicò come “Il miglior giovane in gara”?

In verità non fu molto emozionante. Venivo da piccoli successi radiofonici come “Yaya” e “Notte chiara” e il mio modo di fare musica non si sposava con le tendenze musicali dei Sanremo di allora. Sentivo insomma che sarei stato eliminato immediatamente. Indubbiamente Renzo Arbore mi diede una carica notevole con le sue affermazioni, tant’è che poi nonostante l’eliminazione continuai sulla mia strada.

L’elenco dei successi di Nino Buonocore è davvero lunghissimo, i suoi brani sono raffinati e di grande emotività, ma lei ha una “sua canzone” preferita tra le tante scritte?

Le canzoni rappresentano per me la scrittura di un diario giornaliero ricco di riflessioni e umori. Ogni momento della mia vita rimane tra le righe del pentagramma quasi a certificare l’esistenza reale delle emozioni provate. Come potrei rinnegare un solo attimo di vita vissuta? Ecco perché non ho preferenze di sorta tra le mie canzoni. Tutte contengono qualcosa di me.

 Nel 2013 esce “Segnali di umana presenza”. Come mai la scelta di questo titolo?

Nel corso di questi anni ho dovuto constatare purtroppo che l’uomo sta tendendo a perdere la sua centralità. Mi riferisco ai suoi valori a quei sentimenti che lo hanno reso protagonista della propria vita. Oggi siamo sempre più considerati numeri, cifre. E come tali rispondiamo alle sollecitazioni quotidiane senza nemmeno rendercene conto. Il titolo in questione vuole essere un invito a considerare l’importanza di una presa di coscienza delle nostre immense risorse ed individualità sempre più offuscate e silenziate da poteri che cercano invece un’omologazione funzionale ai propri interessi.

Come nasce la passione di Nino Buonocore per la musica jazz?

L’essere umano è un contenitore immenso di informazioni che spesso non riusciamo a gestire nemmeno noi stessi. Ho ascoltato musica fin da quando avevo 6 anni. In casa mia passavano da Bobby Solo a Gershwin. Ho sempre avuto una cultura che mi consentiva di assorbire di tutto. Senza pregiudizi. Cercando semplicemente di raggruppare le cose in belle o brutte. Senza etichette preconcette. Forse il jazz mi è sempre stato dentro e quindi è stato facile lasciarlo esprimere liberamente una volta che si è manifestato naturalmente.

Da dove prende l’ispirazione per le sue bellissime canzoni?

La vita è così piena di fatti, cose e storie da raccontare che spesso, quando conto le mie canzoni scritte, che sono circa 250, mi sembra di non avere ancora detto niente di niente!

 Durante la sua ricca carriera artistica lei si è avvalso della collaborazione di artisti davvero notevoli, ne menzioniamo uno di rilievo: Chet Baker… Ha un aneddoto da raccontarci?

Ho avuto la fortuna di collaborare con musicisti davvero importanti. Ponendomi sempre in maniera umile, col desiderio evidente di imparare. Baker fu una vera sorpresa. Un mostro sacro come lui che con assoluta umiltà viene in studio e ti chiede se ti piace come sta suonando il tuo brano e ti chiede addirittura suggerimenti, ti riempie di gioia e al contempo ti fa riflettere sul fatto che non si finisce mai di imparare nella vita.

 Teatro o spazi più intimi? Che ambientazione preferisce per le sue esibizioni?

L’intimità è una situazione che viene a crearsi e non è certo una condizione preesistente. Preferisco il teatro perché in quell’ambientazione anche i silenzi diventano musica e parole. Poi se è da 400 o da 1.200 posti credo sia solo un dettaglio.

 Ci parla del sestetto e di come nasce l’idea?

Quando decisi di registrare Libero Passeggero, mi trovai di fronte alla necessità di ottenere un suono da band. Volevo che il disco fosse realizzato totalmente senza l’impiego di musicisti esterni. Creai quindi una situazione adatta con la scelta del minimo organico di cui disporre. Venne fuori così l’idea di un sestetto capace di garantire sia una resa sostanziale che estetica.

I musicisti erano di varia estrazione e la cosa funzionò alla perfezione.

 Può renderci partecipi dei suoi progetti futuri?

Col prossimo disco in uscita, credo di aver concluso un percorso fatto di quel “format” che convenzionalmente chiamiamo canzone. Ho raggiunto forse quella rupe dalla quale spiccare il volo alla ricerca di nuove suggestioni. Non so cosa succederà perché la stessa vita ci regala continuamente sorprese. Il progetto che è in uscita, di cui posso tranquillamente anticipare il titolo, “59” , contiene la summa di tutte le esperienze finora maturate ed elaborate nel corso di una carriera davvero lunghissima. Porterò in giro questa nuova avventura sperando che mi dia quella “verve” necessaria a intraprendere strade anche completamente nuove. Sto appunto chiedendomi cosa succederà quando avrò 60 anni. Chissà!

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