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Isotta Bellomunno in “Latte di mamma”

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Si è inaugurata sabato 3 ottobre 2015 la mostra Latte di Mamma di Isotta Bellomunno a cura di Chiara Reale, presso la sala Ex Carceri del Castel dell’Ovo con la collaborazione dell’Assessorato alla Cultura e Turismo del Comune di Napoli. La mostra si potrà visitarla fino al 13 ottobre 2015. Latte di mamma sarà un’esposizione di molteplici opere – disegni, fotografie, istallazioni, performance – attraverso le quali l’artista opera una trasposizione personale dell’essenza più intima e profonda del “femminile”, sviscerandolo tra religiosità, credenza popolare, mitologia. Partendo dal tema di questo archetipo “materno”, alla sua simbologia e alla metamorfosi, Isotta riflette sulla presenza – non solo mistica – della percezione religiosa nella società contemporanea, in cui il consumo assume quasi una nuova forma di idolatria.

La ricerca di un’origine, del punto supremo e sublime in cui la vita si congiunge alla morte, ha sempre fatto parte del percorso della giovane artista partenopea. Dopo il successo de #labarabarca (21 settembre 2014) nel Golfo di Napoli, “Latte di mamma” si definisce nei contorni di una mostra provocante, sarcastica (sacrilega?) e profondamente lucida. Come ci dice Chiara Reale : “All’origine di ogni mito o religione vi è una primordiale divinità femminile, la Grande Madre. Divinità della Natura e della Spiritualità, la Dea è colei da cui si origina la vita e verso la quale la vita ritorna, per poi rinascere ancora in una ciclicità eterna. La Grande Madre e il concetto di “materno” danno origine a un panorama simbolico, in cui è spesso connaturata una forte ambivalenza, una duplice natura, al tempo stesso positiva e negativa, quella della “madre benigna” e della “madre terribile”. Intorno al tema di questo archetipo, alla sua simbologia e alla metamorfosi che tale concetto ha avuto attraverso il cristianesimo e attraverso la religione cattolica, si sviluppa il progetto di Isotta Bellomunno “Latte di Mamma”. La ricerca di un’origine, del punto supremo e sublime in cui la vita si congiunge alla morte, ha sempre fatto parte del percorso della giovane artista partenopea che con questo nuovo, eterogeneo ciclo di lavori si sofferma sull’essenza più intima e profonda del femminile, declinandolo e sondandolo attraverso religione, credenza, mitologia. Secondo Jung la Grande Madre è l’autorevolezza magica del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera angoscia, l’ineluttabile. Traducendo nella propria cifra artistica il pensiero junghiano, Isotta Bellomunno riscrive i segni che compongono l’archetipo e che prendono forma nell’inconscio collettivo dell’individuo contemporaneo. Nelle sue molteplici opere – disegni, fotografie, istallazioni, performance – l’artista unisce alla simbologia pagana quella cristiana, indugiando in una riflessione che si presenta sì spirituale ma che vuole anche scavare in una percezione della religione nella società contemporanea, in cui il consumo assume quasi una nuova forma di idolatria.

Ed è così che l’iconografia del seno – onnipresente dagli originari idoli scolpiti in pietra risalenti al 3000 a.C fino alle opere della carità cristiana – assume una connotazione caustica, sarcastica (sacrilega?) e profondamente lucida. Isotta rappresenta una Maria lactans (la Madonna a seno nudo, simbolo della Madre di tutti i cristiani e della Chiesa con il suo potere di nutrimento spirituale) al cui seno, in questo caso bovino per riferimento a Iside, è attaccata una macchina per la mungitura da allevamento intensivo, un palese riferimento a una spiritualità e a un sentimento religioso assoggettato a risorsa economica e fonte di lucro. “Latte di mamma” non vuole essere solo uno strumento di denuncia sociale, o almeno non vuole esserlo sopra ad ogni cosa. In esso c’è soprattutto un forte elemento personale, la ricerca di un legame che si instaura prima di ogni altra cosa, il recupero della matericità, del contatto fisico prima che spirituale”.

Autore: Giovanni Cardone

Saggista, storico dell’arte e critico d’arte, docente di Storia dell’Arte Moderna e Contemporanea presso istituzioni universitarie e di alta formazione.

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