Luca Bonaffini con Claudio Lolli in Piazza Leon Battista Alberti nel 1998
Luca Bonaffini con Claudio Lolli in Piazza Leon Battista Alberti nel 1998

Perché ascoltavamo Claudio Lolli

Oggi poniamo il nostro accento su una domanda: perchè ascoltavamo Claudio Lolli?

Durante la seconda metà degli anni Settanta, quando ero un imberbe frequentatore dell’Istituto Magistrale di Mantova, appena quindicenne, mi dilettavo nel tormentare le silenziose orecchie dei miei famigliari, mal destreggiando una chitarra un po’ stonata, dotata di sei corde di metallo sorde e arrugginite.

Luca Bonaffini con Claudio Lolli in Piazza Leon Battista Alberti nel 1998
Luca Bonaffini con Claudio Lolli in Piazza Leon Battista Alberti nel 1998

Do, sol settima, sol settima, do. Evitando accuratamente gli accordi da fare col barrè, ma dando vita comunque a triadi cacofoniche, deformate dalle mie piccole e sudate mani di adolescente emozionale.

Sembra di viaggiare con il Giradischi del Tempo, una macchina infernale che – perseguitando la memoria – mi riporta a oltre quarant’anni fa, riccioluto ed efebico, tra i corridoi dissipati di una parrocchia avanguardista, una camera senza vista con orari da rispettare, una manciata di Giovani Marmotte implicate in rituali catechistici ed esplorazioni ecologiche un po’ naif.

Fu lì che scoprii che, tra una messa cattolica e un’infatuazione da tempo delle mele, “tutti” i miei amici (ma anche i miei “non amici”) avevano una chitarra posata sul letto della cameretta, oppure attaccata al muro, magari incastrata tra le ferraglie e le scarpe da buttare in un ripostiglio.

C’era chi dava segni di scompenso, credendo di strimpellare dignitosamente, le tradizionali (seppur recenti) “O mare nero mare ne…”, chi – invece – mostrava già, dopo qualche mese di dedizione, talento e capacità.

I più vecchi citavano Donovan e Dylan, quello meno vecchi facevano i CSN&Y. 

I giovani, cioè gli ex bimbi, crescevano con il privilegio dell’avvento delle Radio Libere. Ne ricordo un paio, forse tre: Radio Mantova, Radio Base, Antenna Libera. Erano gli anni dell’emittenza d’autore, ideologica e anarchica, un po’ rossa e un po’ liberale, che scippava definitivamente a Mamma Radio RAI il primato della Hit parade dell’indimenticabile Lelio Luttazzi.

Il Settantasette, come ce lo raccontano oggi, è stato davvero un anno strano.

I miei amici cantavano canzoni che non conoscevo affatto, io che ero abituato a mio padre che amava Sinatra, Dean Martin e Gino Latilla. Cantavano “La torre di Babele” di un certo Bennato, rockandroller partenopeo iracondo e romantico, “Musica ribelle” di un tal Finardi e “L’avvelenata” (per me volgarissima, allora) di quello che tanti definivano “il più grande”.

Gli anni erano quelli, porco d’un vintage! Erano mesi lunghissimi, che parevano anni e anni che sembravano decenni, mentre ora – restringendo il diario – ci sembrano giorni ed ore, durate troppo poco.

C’erano i negozi pieni di vinili, 45 e 33, e di musicassette. I marchi di case discografiche note (come la Ariston, l’RCA o la CGD) ed altri che, pur producendo ottima musica, ci lasciavano un po’ perplessi.

Ultima Spiaggia, ad esempio. Un’etichetta (le case discografiche stavano piano piano rimpicciolendo spazi e strutture, diventando quelli che oggi chiamiamo brand) sconosciuta ai più, ma che vantava – dal 1974, se non erro – nomi in catalogo come Enzo Jannacci e Ivan Cattaneo.  Era un po’ come la “Ascolto” (fondata da Caterina Caselli insieme a Pugnetti e a Carota nel 1977 per gli artisti difficili) che inizialmente nacque per seguire il bravo Pierangelo Bertoli e poi si fornì di altre eccellenze come Fanigliulo e Pagani.

Fu lì che conobbi la musica di Claudio Lolli, appartato e disinvolto, intellettuale esistenzialista imbrogliato dal Sessantotto massificante. 

Lolli mi fu trasmesso per via orale, come da tradizione popolare, da un paio di amici sensibili e colti, o meglio innamorati della cultura, coi quali – tra letture scolastiche e sbornie di musica – si imparava a parlare, ascoltando.

Ascoltare: un verbo lontano, che pare suonare muto, incomprensibile, in questo Evo Digitale, sub-umanizzato dal tepore del Nulla eccedente, nel quale il sostantivo “ascolto” è assediato e accerchiato dai disturbi dell’attenzione (e di partecipazione, aggiungerei…) del Terzo Millennio. 

Noi ascoltavamo Claudio Lolli, tra gli altri. E francamente, era uno di quelli che – pur avendo spesso delle armonie assurde e impopolari, una voce non penetrante, melodie complesse e non commerciabili, testi ermetici – ci permetteva di comunicare di più. Ci faceva discutere su ogni frase, su ogni possibile rima cercata od evitata, ammiccando il nostro presente di adolescenti da formare e, perché no, da firmare. 

Molti dei miei coetanei, e un po’ prima e un po’ dopo, portano l’impronta oltre-ideologica, direi quasi antropologica, di Lolli. Sì: quel Claudio Lolli che, dopo il grande successo nel 1976 di “Ho visto anche degli zingari felici” prodotto dalla EMI, scelse di evadere dalla discografia cannibale per raccontare il suo impegno e la sua coerenza di poeta sociale, con “Disoccupate le strade dai sogni” e la storia della Banda Baader-Meinhof. Era, appunto, l’Ultima Spiaggia (l’etichetta, intendo…). 

Era anche il 1977, l’ultimo anno prima della grande resa dei cantautori al mercato discografico del nuovo pop d’autore, che – nel 1978 (e forse non a caso) – sarebbe stato pronto a un compromesso musicale, autorale, cantautorale, commerciale, “storico”. Ecco perché ascoltavamo Claudio Lolli. 

Perché forse qualche errore discografico, magari musicale (ma a me non risulta…), l’ha fatto.

Ma compromessi, mai.

Autore: Anthony Moy

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