Il crepuscolo del sogno, di Costanza Marana
Il crepuscolo del sogno, di Costanza Marana

Il crepuscolo del sogno, di Costanza Marana

Dopo il primo libro “Rêverie di una vita in terza persona” uscito lo scorso anno, la scrittrice Costanza Marana è tornata sul panorama editoriale con “Il crepuscolo del sogno”, pubblicato nuovamente dall’Erudita Editore.

Benvenuta Costanza Marana sulle pagine de La Gazzetta dello Spettacolo. Partiamo dalla tua formazione e dalle origini romane e fiorentine: pensi che abbiamo influenzato in qualche modo la stesura di questo libro?
Ho conseguito una laurea in storia medievale e moderna (dopo una laurea in scienze politiche con indirizzo storico) che ha edificato il mio senso critico e il mio senso di consapevolezza. La sensazione di far parte di un continuum che profonde nel senso della memoria necessario a creare una propria identità. La storia e la letteratura si compenetrano. L’arma di ogni buon storico è lo studio delle fonti in primis, ma non di minore importanza è anche la capacità di rivestire di habitus letterario, creando le atmosfere del vissuto, attraverso il potenziale dell’immaginazione. Il privilegio di aver vissuto tra due città come Roma e Firenze mi ha permesso di respirare bellezza nella sua accezione più autentica: l’eterogeneità e le contraddizioni degli accenti decadenti di Roma e la compostezza umanista ideale di Firenze. Ho sviluppato questa tensione verso la bellezza, questa ricerca continua verso ciò che è vago, infinito. Il romanticismo non è contestualizzato a un periodo storico. Noi siamo umanisti e romantici nella nostra essenza.

Qui, però, ci porti in Francia: perché?
Tutto è nato in un luogo dell’anima: il crepuscolo. Quel momento in cui la luce è incerta, diffusa, prima del tramonto e i confini tra visibile e invisibile divengono labili. Luoghi come Arles, la Provenza, la Camargue possiedono questa tensione crepuscolare che si riverbera nelle acque fuggevoli del Rodano. Posti dotati di un’aura mistica che rifugge la contingenza.

Teosofia ed esistenzialismo sono presenti nella tua opera. Spiegaci questo dualismo.
La teosofia intesa nella sua accezione cosmologica pura che ha come fine supremo il ritorno all’Uno che io considero la nostra tonalità primaria, primigenia, precosciente. Un Esistenzialismo che interiorizza l’ansia di vivere, il disagio, la colpa, l’assenza cercando la soluzione nel trascendente, nella ricerca dell’infinito, nella tensione verso ciò che può essere eterno. Il connubio si rivela nella tensione costante verso ciò che è originario, urtando contro la contingenza e sublimandola in questo viaggio introspettivo verso la bellezza del creato.

Cito testualmente: “Fu in questo periodo della sua vita che la sua inerzia lo condusse a scegliere di non opporre resistenza agli eventi che gli sarebbero capitati”. Riesci a contestualizzarci questa frase e a dirci se rappresenta il tuo modus vivendi?
Aurelian è il personaggio principale del libro e ha un atteggiamento decadente nei confronti dell’esistenza, ma in verità in apparenza poiché ci sono una volontà e una consapevolezza nel suo modus vivendi, non un lassismo. La citazione è tratta dal capitolo “Stato latente” in cui egli dopo la perdita di una persona cara si rende conto della sua impotenza di fronte alla supponenza del tempo. Aurelian non vuole soggiacere ai vizi del tempo, ma ha coscienza che la contingenza vincerà sempre poiché l’uomo è un essere finito. Da qui il suo desiderio di profondere nell’arte, nella storia, nella bellezza poiché possiedono ciò che è eternabile. Io sposo con Aurelian la stessa tensione di sublimare la contingenza nella ricerca della poesia nel quotidiano e ho provato la stessa sensazione di impotenza di fronte al peso del tempo e degli accadimenti. Penso siano sensazioni umane diffuse e condivisibili. Vivo con consapevolezza, ma cercando anche di abbandonarmi a momenti di immaginazione e creatività pura. Uno stato vitale sia reale che immaginario, mai latente.

La bellezza e la poesia potrebbero salvarci dagli affanni quotidiani?
Certo, sono sicura che la bellezza e la poesia possano alleviare le difficoltà dell’esistenza quotidiana. Il poeta Dino Campana nel suo essere meravigliosamente estremo sosteneva che non si potesse vivere senza suggestioni. Tutto l’apparato onirico, fantastico sono elementi vitali che supportano il pensiero e la coscienza. L’intimità di ascoltare un brano di musica, la confidenza di leggere dei versi poetici, la visione di un crepuscolo dove il buio inverte i confini rendendo il cielo più scuro dei monti e le strade più chiare dei nembi. Sono momenti insulari, solo nostri, che ci proteggono dalle avversità quotidiane.

Infine, che cosa dona a Costanza Marana lo scambio con i lettori?
Le mie pubblicazioni mi hanno dato il privilegio di creare un circolo virtuoso tra autore e lettore in cui vivifichi uno scambio di sensazioni e emozioni. L’unicità di questo confronto è nella sua eterogeneità che arricchisce il mio manoscritto. Alcuni si sono ritrovati nella punteggiatura emotiva di Aurelian, altri lettori negli spazi e nei luoghi descritti, altri ancora nei riferimenti culturali artistici. È stato interessante poiché anche io ho avuto nuovi spunti di riflessione sul mio lavoro soffermandomi sugli accenti condivisi e arricchendo il mio bagaglio emotivo e professionale.  

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