Giovanni Margarone: bisogna smuovere le coscienze per combattere la violenza sulle donne

Eccoci di nuovo con lo scrittore Giovanni Margarone, che abbiamo intervistato tempo fa quando era appena stato pubblicato il suo nuovo romanzo “E ascoltai solo me stesso”.

Le ombre delle verita svelate, di Giovanni Margarone

Lo scrittore, per ora, ha al suo attivo altri tre romanzi pubblicati, ma in questa intervista parliamo del secondo: “Le ombre delle verità svelate” uscito in libreria nel 2018 e che da quella volta, come peraltro “Note fragili” e “E ascoltai solo me stesso”, ha ricevuto numerosi riconoscimenti in concorsi letterari nazionali e internazionali grazie allo stile sobrio e alle trame accattivanti che celano sempre significati profondi, tanto apprezzati dalle giurie, dalla critica e, soprattutto, dai lettori.

Una delle tematiche da lui affrontate è quella della condizione femminile e della violenza sulle donne. In occasione della giornata del 25 Novembre contro la violenza di genere sentiamo il suo parere partendo, appunto, proprio dal libro “Le ombre delle verità svelate” in cui ne parla.

Benvenuto su La Gazzetta dello Spettacolo a Giovanni Margarone. Vuoi illustrarmi il romanzo?

“Le ombre delle verità svelate” è un romanzo al quale ho lavorato molto, in quanto è un intreccio di tre storie distanti nel tempo e nello spazio, che riguardano Gianni, Costanza e Luigi, i personaggi principali, oltre ad altre figure quali la moglie di Luigi, Alberta e la dipendente Sonia.

Gianni è un pittore siciliano che vive le inquietudini della sua condizione di orfano. Tale stato di abbandono si protrae nei rapporti umani che si susseguono, dal ceramista mastro Gaspare alla fidanzata Chiara, dall’amico Giuseppe al critico d’arte irlandese John, personaggi inseriti di volta in volta in seno ad ambientazioni diverse e suggestive, dalla Sicilia a Torino passando da Cividale del Friuli sino a Dublino (ove si condenserà il suo successo artistico), in un intenso crescendo emozionale che vedrà presso uno Studio Notarile di Cuneo il suo epilogo.

Luigi è un militare piemontese che durante la seconda guerra mondiale combatte nella Sicilia occupata dagli alleati e durante le vicissitudini belliche, a seguito di un ferimento, trova riparo da una famiglia nei pressi di Caltagirone. Dopo un travolgente, ma sotterraneo, rapporto passionale con Maria (nascosto al possessivo padre Giorlando), Luigi risale l’Italia tornando nel suo Piemonte, accolto dall’affetto della madre Teresa. In questa nuova vita emerge il reale carattere spregiudicato di Luigi che nel tempo costruisce una grande azienda tessile (coadiuvato dal fedele ragioniere Ferrero), esibendo un modus vivendi decisamente anaffettivo e a tratti violento (drammatici i rapporti con la moglie Alberta e con l’operaia Sonia, senza dimenticare la scena drammatica, volutamente enfatizzata, del licenziamento di una sua dipendente).

Costanza è una donna friulana molto legata ai suoi genitori e in particolare al padre Ermete, ma all’improvviso il terremoto del 1976 cambierà la sua vita. I momenti drammatici, successivi al sisma, vedranno la comparsa del soccorritore Francesco col quale si instaurerà un profondo rapporto sentimentale e la creazione di un solido nucleo familiare.

Su tali esistenze si proietterà un’ombra inattesa densa di tensione emotiva e mistero con un finale sorprendente. L’argomento predominante è la verità che qui troviamo in tre forme: celata, non cercata, cercata e comunque scomoda. È sottinteso che altre emozioni e sentimenti colorano il romanzo quali l’amore, l’amicizia, l’odio, la sofferenza e forze d’animo quali il coraggio e la resilienza.

Dalla lettura di questo romanzo e da quello di cui abbiamo parlato l’intervista precedente, noto che sei molto attento ai problemi sociali, me lo confermi?

Sì, in generale sono molto attento ai problemi sociali, nonché alle condizioni esistenziali dell’individuo e il genere narrativo a cui sono portato ben si presta a trattarli, come ho fatto in taluni dei miei romanzi. Infatti, uno dei miei intenti è anche quello di sensibilizzare il lettore su particolari aspetti e problematiche della condizione umana, che si riflettono inevitabilmente sul contesto sociale.

Hai accennato durante la presentazione del romanzo di rapporti drammatici di Luigi con la moglie e una dipendente; oltre ai significati principali che hai citato, hai con questo voluto evidenziare altri temi altrettanto importanti?

Nella parte della narrazione riguardante ciò che ho accennato, ho voluto evidenziare un argomento molto delicato e drammatico che è quello della violenza sulle donne, nonché quello della condizione femminile in generale. Nell’episodio di Luigi, narro con particolare asprezza l’episodio dello stupro che lui compie nei confronti dell’operaia, sua dipendente, Sonia, la quale, afflitta dalla vergogna e dalla paura, sarà costretta a fuggire altrove. È un punto molto tragico del romanzo, in cui ho voluto rimarcare sia l’efferatezza di Luigi – ossia il più oscuro aspetto della sua indole – sia la sua arroganza maschile nei riguardi del genere femminile, soprattutto riferendomi alla condizione di completa sottomissione a lui della moglie Alberta. Lo stupro di Sonia è uno dei cardini del romanzo, conditio sine qua non dell’intreccio narrativo.

Dalla lettura dei tuoi romanzi, ho notato che i personaggi sono equamente ripartiti tra genere femminile e maschile; è un fatto incidentale o voluto?

È assolutamente voluto, le pari opportunità devono esistere anche in letteratura. Uomini e donne hanno uguale importanza e dignità in qualunque ambito umano. Ritengo che il maschilismo e la conseguente disparità tra i sessi debbano essere definitivamente superati e chi è operatore di cultura ha l’obbligo morale e sociale di sensibilizzare le coscienze in questo senso.

Tornando al problema della violenza sulle donne, come lo vedi dalla tua prospettiva maschile e a che punto siamo, secondo te, nella società moderna?

Come ho voluto sottolineare, c’è la corrispondenza del mio pensiero con quanto rappresento scrivendo, nel senso che se fossi indifferente a questo problema, non l’avrei trattato in un romanzo, in quanto la mia intenzione è sempre quella di inviare messaggi al lettore su determinati temi, che correlati al piacere della lettura, lo inducano alla riflessione. Una delle più grandi carenze dell’uomo contemporaneo è quella di non voler più riflettere. Meditare è importante, perché induce alla consapevolezza di noi stessi e a capire meglio il mondo che ci circonda.

Riguardo alla mia opinione su questo dilagante e grande problema della violenza sulle donne, che appartiene al fenomeno della violenza in generale, voglio citare Nietzsche, quando in “Umano, troppo umano” definisce in sintesi che la violenza, derivata dalla cattiveria, fa tornare l’uomo al suo stato primitivo, avendo offuscata la ragione sopraffatta dall’istinto.

Quindi la vedo così: la violenza sulle donne è un’aggressione alla dignità umana nella forma più becera, causata da un ritorno della istintività primordiale, che contrasta con la concezione di individuo evoluto. Il tutto aggravato dall’arroganza, relativa all’errata convinzione che il solo fatto di essere maschio sia di per sé superiorità e giustificazione per l’esercizio del potere. Dal punto di vista antropologico, focalizzerei l’attenzione sul concetto di potere, che pesa enormemente su altre capacità oggettive dell’umanità. La sete di potere è irrefrenabile, perché conduce all’esercizio dell’assoluto arbitrio. Nel caso della violenza sulle donne, questo potere è esercitato nei confronti della vittima mediante un atto aggressivo che può essere sia materiale, sia psicologico; entrambe le manifestazioni sono lesive e vanno considerate alla pari. Inoltre c’è la distinzione tra violenza in ambito familiare e ambito esterno.

L’ambito familiare è il contesto in cui la violenza si manifesta in modo più subdolo, proprio lì dove dovrebbero vincere sempre e comunque l’amore, essendo questo l’essenza fondamentale del rapporto di coppia, nonché base della famiglia. Particolarmente feroce è lo stupro (anche di gruppo), violenza perpetrata sovente senza l’assenza di un legame affettivo tra agente, o agenti, e vittima. Altrettanto aberrante è lo stupro di donne, ragazze e purtroppo anche bambine, legate all’agente da un rapporto verisimilmente affettivo (coniugale, incestuoso e pedofilo). Quanto si sentono notizie riguardanti questi fatti, un senso di angoscia, rabbia e disgusto ci pervade, pensando allo squallido vivere di taluni ignobili soggetti e alla sofferenza patita dalle vittime. E questo è spesso avvolto dall’omertà di chi ne viene a conoscenza e dalla paura delle vittime nei confronti dei loro aggressori. Pertanto il silenzio accompagna spesso le vittime, che non hanno il coraggio di denunciare a chi di competenza ciò che subiscono, né tantomeno di parlarne con qualcuno.

Le cause di ciò sono principalmente la paura e la vergogna, tutto correlato al contesto sociale e culturale in cui vive la vittima. Così le vittime continuano a vivere nel loro terrore, psicologicamente provate, incapaci di reagire; mentre i violenti restano troppo spesso impuniti, continuando la loro esistenza di nefandezze e angherie. Mi permetto questa retorica per promanare un messaggio chiaro, che va al di là della mia attività di scrittore, perché parlo come uomo che crede di vivere ancora in un contesto civile, dove vige uno stato di diritto e una morale, per lo meno nel mondo occidentale in cui viviamo.

Purtroppo il fenomeno è vasto, ciò che emerge è solo la punta di iceberg: questa è la situazione nella società in cui viviamo; società intesa a livello globale, non solo occidentale, in quanto, in spregio alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, in tante parti nel mondo le donne continuano a vivere in un deprecabile stato di inferiorità, connesso ad una lesione continua della loro dignità a causa di fondamenti culturali difficili da rimuovere e di una bieca strumentalizzazione religiosa. Esempi sono la triste pratica dell’infibulazione in Africa e la fondamentalistica applicazione della sharì’a nel mondo islamico, che ha avuto la sua massima espressione, nella storia recente, nella persecuzione delle donne afgane sotto il regime telebano. Riguardo alla condizione della donna nel mondo islamico e alle sue vicende, con il fine di non ridurre il discorso ad una mera generalizzazione, per un’accurata analisi consiglio di leggere “Il modello islamico” di Francesco Castro, G. Giappichelli Editore, 2007, nel quale viene spiegata l’evoluzione storica dell’islam, con particolare riferimento alla sharì’a e alle riforme attuate da taluni paesi arabi moderati in materia di diritti civili, ivi compresa l’emancipazione femminile.

A fattor comune, comunque, la dignità umana a questo mondo è ancora troppo spesso calpestata e sovente gli appelli della Comunità Internazionale vengono lanciati invano.

Quali possono essere, a tuo avviso, gli strumenti per combattere il fenomeno della violenza sulle donne?

Come dicevo, il fenomeno è grave e dilagante e non è precipuo della nostra epoca. Ma oggi abbiamo un’arma in più: quell’informazione immediata che può arrivare a tutti e questo lo può fare, oltre ai media tradizionali, il web che è un eccezionale mezzo di comunicazione, nonché risorsa tecnologica con infinite possibilità.

Bisogna combattere innanzitutto il silenzio delle vittime, affinché emergano i fatti. Le donne soggiacenti sono il più delle volte sole e il loro isolamento non fa che aggravare la loro condizione esistenziale. È necessaria un’adeguata azione sociale, nonché leggi ancor più severe per i colpevoli e i governi hanno il dovere di fare la loro parte. Non ci devono essere superficialità e impunità, e bisogna combattere l’indifferenza, soprattutto maschile, alla tematica. È essenziale smuovere le coscienze. Tutti insieme possiamo fare la differenza e non bisogna mai stancarsi di parlare del problema, la memoria umana per certi aspetti è labile e va continuamente sollecitata.

Il profilo degli agenti è criminale e sempre come crimine un atto violento verso una donna va trattato. Il diritto penale dei paesi democratici prevede e punisce ogni atto lesivo dell’integrità fisica, psichica e morale di una persona, a seconda della gravità. Tuttavia, se è vero che il diritto penale italiano rende sufficiente la procedibilità c.d. d’ufficio in caso di violenze che provochino lesioni gravi con prognosi oltre i 40 giorni, o che si configurino come reato specifico fino a giungere a quello del femminicidio, è altrettanto vero che per la violenza domestica e per gli abusi sessuali che non implicano lesioni di siffatta portata, ci sono ostacoli giuridico-procedurali, poiché è necessaria una querela da parte della vittima. Infatti i maltrattamenti e gli abusi subiti con continuità in ambito familiare sono tra i più difficili da scovare se la vittima non denuncia. In questo caso, assai ricorrente, per rompere il silenzio e far emergere le vittime e con loro i colpevoli, è necessario altro affinché si creino condizioni favorevoli che spronino le vittime stesse – psicologicamente compromesse, in quanto, come dicevo prima, la paura e la vergogna le paralizzano – affinché sorga in loro la consapevolezza della necessità di un aiuto, nonché la fiducia per chi le vuole aiutare. Non è facile ottenere questo e in tal caso è più che mai necessario che verso queste persone giunga una comunicazione più convincente e incisiva possibile. Esistono centri antiviolenza sui territori con il fine di rompere i silenzi e fornire aiuto psicologico e legale; ci sono inoltre iniziative e progetti, da parte di altri soggetti, concepiti per combattere e prevenire il fenomeno della violenza sulle donne in generale. In una nazione come l’Italia, dove forte è la presenza del volontariato, si deve riconoscere che buona parte di questo si dedica al fenomeno in argomento. Il volontariato è una risorsa preziosa e indispensabile, perché arriva anche là dove l’assistenza statale è carente e lavora tra l’altro in silenzio, senza clamore, lontano dalle cronache.

Conosci direttamente iniziative che affrontano il problema della violenza sulle donne?

Sì, conosco molto bene il progetto dell’Associazione Save the Woman e la sua presidente Rosella Scalone di Savona. L’associazione ha realizzato un progetto NON POSSOPARLARE, le cui informazioni sono disponibili sul sito ufficiale. È un progetto molto interessante e importante, sulla cui diffusione l’associazione si sta impegnando fortemente. NONPOSSOPARLARE è una chatbot (chat robot) realizzata da Rosella Scalone e da una equipe di operatori dei centri antiviolenza, di informatici e di psicologi. La chatbot è in sostanza un operatore automatico che ha nei suoi database tutte le risposte possibili alle domande che può rivolgere una donna vittima di violenza. La chatbot è a supporto e potenziamento dei centri antiviolenza; i dati sono trattati in forma anonima e la vittima può chiedere un contatto in qualsiasi modo, per essere poi aiutata. Altro pregio della chatbot è quello di essere disponibile 24 ore 24 e 7 giorni su 7. Per ora il servizio è attivo sui siti dei centri antiviolenza e comuni della Liguria, ma presto sarà esteso a livello nazionale. L’iniziativa è stata elogiata in forma scritta dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel mese di novembre 2020.

Per concludere, hai in mente di scrivere ancora qualcosa che tratti di questo grave fenomeno?

Sto scrivendo il mio ottavo romanzo che avrà proprio come oggetto principale la violenza sulle donne. Non anticipo nulla in quanto è in corso d’opera, né ovviamente posso dire quando verrà pubblicato, ma sicuramente lo sarà in futuro. Tuttavia gli aggiornamenti sulla mia attività letteraria sono sempre disponibili sul mio sito.

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