Giovanni Margarone contro pregiudizio e indifferenza con il suo terzo libro

Reduce da numerosi riconoscimenti ottenuti a livello nazionale con le opere “Note fragili” e “Le ombre delle verità svelate”, lo scrittore ligure di nascita ma friulano d’adozione Giovanni Margarone esce sul mercato editoriale con una terza opera pubblicata in seconda edizione dalla casa editrice Kimerik dal titolo “E ascoltai solo me stesso”.

Giovanni Margarone
Giovanni Margarone. Foto fornita dall’intervistato

Giovanni, questa è un’opera che merita una seconda edizione, come sono stati scelti il titolo e la copertina?

Il titolo e la copertina evocano entrambi il fondamentale significato del libro: l’estraniarsi dal pregiudizio e dall’indifferenza e ciò non a caso calza con i giorni nostri. In seconda battuta, l’avvicinamento delle generazioni.

E ascoltai solo me stesso: è l’indole di Jacques, uno dei personaggi principali, un rappresentante della nuova generazione. Infatti lui non ascolta nessuno, tantomeno si associa all’ottusa mentalità del suo paese di provincia, con l’intenzione di andare per la sua strada, sebbene sia consapevole quanto la sua scelta sia faticosa e tutta in salita. Nella copertina è molto ben rappresentata l’intenzione del ragazzo, con quello sguardo deciso, nonché il fatto di volersi avvicinare al vecchio in primo piano, come si evince dalla raffigurazione prospettica dei due personaggi.

Da cosa trae l’ispirazione la storia di Jacques, un giovane della provincia francese, che durante il proprio percorso tardo adolescenziale conosce Michel Dubois, un anziano agricoltore di origine spagnola dal misterioso passato che vive un’esistenza solitaria nel sud della Francia, nei cui confronti la popolazione del paese nutre profondi preconcetti?

Sicuramente dal mio sentimento avverso per quelle persone che hanno la mentalità basata sul pregiudizio. Questo è uno dei messaggi che voglio trasmettere attraverso il romanzo: superare i preconcetti, che sono sintomo di una malattia grave quale la mediocrità. Riconoscere di essere mediocri e cercare di guarire da questa malattia diventando più avvenuti sarebbe indubbiamente una grande conquista sociale. Avere una mentalità aperta e riconoscere nell’altro non un nemico ma un fratello è il vero progresso.

E ascoltai solo me stesso di Giovanni Margarone

Hai unito due Paesi, la Francia e la Spagna, e due culture diverse seppure geograficamente confinanti: ciò ha richiesto un lavoro di documentazione in fase di stesura?

Conosco molto bene quei due paesi e la loro storia. Tuttavia, volendo dare uno sfondo storico, in una parte del romanzo, che concernesse la guerra civile spagnola, certamente ho dovuto documentarmi come ho fatto peraltro in passato.

Tu racconti persone, vicende umane in ogni tua opera, rivelandosi poi dei romanzi di formazione: cresci insieme ai tuoi personaggi o, addirittura, al loro fianco vivi quasi una sorta di palingenesi?

Nel romanzo “Creatura di sabbia” dello scrittore marocchino Tahr Ben Jelloun, negli ultimi capitoli c’è un bell’esempio del narratore che “parla e vive” con il suo personaggio. Io ho letto questo romanzo recentemente, mi è piaciuto molto e mi sono riconosciuto nel narratore degli ultimi capitoli. In effetti mi comporto così: è come se incontrassi i personaggi dal vero e mi raccontassero le loro vicende. Una palingenesi che ogni volta si ripropone quando scrivo, fuori della mia realtà, fino a tornare a essa quando ho finito la stesura.

Oltre alla crescita personale la storia si arricchisce di un sentimento forte, quello provato tra Jacques con la coetanea Josephine. C’è qualcosa di autobiografico in questo?

Chi non ha provato forti sentimenti d’amore? Autobiografico è il sentimento, non la vicenda tra i due.

Un’ultima domanda: Di “E ascoltai solo me stesso” il celebre artista e poeta Enrico Marras ha scritto, tra le altre cose: “Meritano un’analisi di estremo interesse storico i capitoli della narrazione autobiografica del secondo protagonista, in una sorta di condivisione simbiotica col principale, sugli atroci eventi che hanno contraddistinto la guerra civile spagnola (con la menzione alla città di Guernica e ai suoi avvenimenti tragici, proiettati in modo indelebile nella storia attraverso il capolavoro di Picasso) e il conseguente dramma dei profughi spagnoli antifranchisti, dei quali Michel faceva parte, in terra francese…”. Come hai fatto a conferire alla narrazione “momenti d’intensa umanità – citando ancora le parole di Marras – ove il ‘pathos’ della narrazione crea un ineludibile parallelo con le analoghe migrazioni dei nostri tempi”?

Da anni sentiamo nelle cronache parlare di migrazione. Ogni epoca ha avuto una storia di migrazioni e questi eventi dell’umanità sono sempre stati drammatici. Fuggire dalla propria terra per qualsiasi motivo (sia esso economico, politico, bellico) è un qualcosa che sconvolge la vita degli esseri umani e bisogna essere sensibili a questo dramma, perché è sofferenza, disagio, talvolta morte.

I “momenti di intensa umanità” che ho conferito nella narrazione, riguardanti la tragedia di Michel Dubois, sono sicuramente il frutto della mia sensibilità verso certi drammi, che ho trasfuso nel “pathos”. E quelle migrazioni, causate dalla guerra civile spagnola, hanno avuto sicuramente le medesime storie di sofferenza dei migranti contemporanei, perché i patimenti umani si riattualizzano sempre.

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