La fragilità degli onesti, di Francesco Lisbona

Esplora il capo narrativo con un esordio romanzesco di tutto rispetto Francesco Lisbona, il venticinquenne aversano naturalizzato fiorentino già balzato agli onori della cronaca per i suoi successi internazionali in ambito poetico.

La fragilità degli onesti, di Francesco Lisbona

Pluripremiato, ha anche collaborato con la prestigiosa rivista internazionale di poesia edita da Olschki, “Gradiva”, e il “Simposio italiano” dell’Associazione Notre Italie. Ai lettori di narrativa presenta una creatura di carta che ha lo stesso nome di una sua creatura digitale (una piattaforma culturale), “La fragilità degli onesti”.

La fragilità degli onesti, edito dalla Società Editrice Fiorentina e introdotto dalla prefazione di Luigi Fontanella -autorevole critico letterario e docente alla State University of New York-, è un prezioso collettore di ritratti di vita. “Raccontare la trama del libro, mi chiedi? Provo a farlo in breve.” ci dice. “Il protagonista è Victor,” comincia, “un ragazzo difficile, con un passato tormentato e un presente turbolento.

Fugge da Parigi per rifugiarsi nella nostra bella Italia e qui incontrerà gli occhi di persone nuove che però non riusciranno ad allontanarlo mai del tutto dai suoi fantasmi. Al centro vi è Sant’Acario, il collegio in cui Victor alloggerà per tutto il soggiorno fiorentino, e due donne amate, una da dimenticare, l’altra da capire. Questa storia è la storia di tutti quelli che in un momento della propria vita si sono sentiti fragili per la difficile accettazione della propria onestà”. A questo punto gli chiediamo se per alcuni fatti raccontati ha preso spunto da eventi realmente accaduti. “No, direi di no. Certamente mi sono ispirato a personalità che ho conosciuto, il cui carattere mi ha particolarmente colpito, ma le vicende e le vite sono del tutto frutto della mia creatività.

Ho cercato di ricostruire l’idea di una vita difficile e ho tracciato il suo sviluppo negli anni dell’inerzia, quelli in cui non cambia niente, né gli eventi né il modo di vivere. Perché credo che l’infelicità possa diventare una radice proprio negli anni della muta rassegnazione. A Sant’Acario non è mai cambiato niente e tutti si sono -quasi- rassegnati a ciò”. Ci incuriosiamo per la scelta di descrivere delle esistenze così poco comuni. “Mi ritengo un attento osservatore e colgo più sfumature nella diversità che nella normalità, nonostante nella normalità si possano celare grandi tragedie, a volte molto più grandi di quelle della diversità”, ci spiega. La domanda di rito sorge spontanea: Flaubert affermò: “Madame Bovary, c’est moi!”, vale lo stesso per il protagonista? Victor è Francesco Lisbona?

“Mi piace pensare che lo sia solo in parte e che dall’altro lato sia il mio completo opposto”, conclude. E cosa si augura questo giovane autore per il futuro? “Mi auguro di poter creare curiosità nei giovani, riportarli a leggere di più, magari ritrovandosi nelle vicende di un giovane protagonista che non ha niente a che vedere con i modelli di riferimento che ci circondano quotidianamente. Quindi, un ritratto apparentemente infelice in cerca della propria felicità.”

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