Silenzi, il libro di Luca Brunoni

Silenzi, il nuovo di Luca Brunoni

La montagna ha un alto valore simbolico: è l’elevazione ad aver portato la tradizione letteraria ad associarla a mitica dimora degli dei, luogo in cui rifugiarsi e purificarsi, allegoria di ispirazione e rappresentazione fedele delle contraddizioni umane.

Silenzi, il libro di Luca Brunoni

Questo perché sa essere meditativa, ma anche inospitale e pericolosa. Qualcosa che non può essere sfuggito a Luca Brunoni, svizzero, inevitabilmente trasportato da scenari a lui noti, calati in un tempo lontano.

Montagna significa anche lavoro manuale, duro, ripetuto ad ogni ora, per tutti i giorni. Una monotonia che diventa viatico per andare avanti, perché la vita povera ha bisogno di sopravvivere per vivere. È in questo scenario, e nel momento storico degli anni 50, che Brunoni cala i suoi personaggi e la sua storia; una storia molto dura, che racconta impunemente di un periodo in cui non c’era tutela: per l’infanzia, per la crescita, per la società. Tutto si svolgeva tra luci e ombre, nelle albe assonnate dei risvegli e nel commiato di una notte che arrivava molto prima del crepuscolo.

Ida ha solo tredici anni e ha già sofferto per due vite intere: orfana, rifiutata, abbandonata, piena di sensi di colpa, trasferita, sfruttata. C’è un passo esemplare che unisce la dimensione rude della montagna, il lavoro sempre identico e impeccabile, alla perduta spensieratezza di una vita vessata da adulti che non conoscono l’accoglienza: “Greta si arrabbia ogni volta che mi trova seduta, mi chiama pigra, fannullona, anche se ho lavorato duro prima di concedermi un attimo di pausa. Una volta mi ha sgridata perché avevo lasciato qualche goccia di latte nella mammella […]. Arthur trova sempre qualcosa da brontolare sulla pulizia della stalla. Però poi la sera mi dicono spesso: Brava, ti sei meritata la cena”. “Fannullona”, “pulizia della stalla”, “ti sei meritata la cena”. C’è qualcosa di atroce in tutto questo, è evidente.

Ed è proprio la compassione per questa vita disagiata a farcela entrare nel cuore, avvicinandola tra l’altro a una tradizione va da Dickens agli sfortunati personaggi dei cartoni animati della nostra infanzia. Personaggi eroici, che seppur piccoli e vittime di un’ingiustizia gratuita, sanno far risaltare le proprie anime pure, ripulendo per quel che possono la sporcizia del mondo che li circonda, proprio come una stalla da pulire dal letame, ogni giorno.

Personaggi che pur respirando “l’aria buona della montagna”, sentono che l’asfissia è vicina, stoicamente la sopportano, ma sperano di cambiare qualcosa:

«[…] se penso […] a restare inchiodato quassù tutta la vita, mi vengono i brividi».
«E cos’altro vorresti fare?».
Un cenno verso la vallata. «Andarmene. […] Ho una vita sola e non mi va di passarla in mezzo alla merda di mucca».
Appunto.

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