Franco Rizzi e il suo amore mai sopito per la scrittura

Franco Rizzi, torinese di nascita, milanese di adozione e oggi iseano, è il classico esempio di autore letterario che non può fare a meno della scrittura, tanto che anche se la vita l’ha condotto a laurearsi in ingegneria elettrotecnica e a dover prendere in mano le redini dell’azienda di famiglia oggi non solo è uno scrittore dalla penna inesauribile, ma anche fondatore di una sua casa editrice indipendente, La Paume.

Franco Rizzi
Franco Rizzi. Foto da Ufficio Stampa

Franco Rizzi, ancor prima di essere uno scrittore e un editore, che tipo di lettore sei?

Non lo so, non ho mai pensato di definirmi in un modo particolare. Sono un lettore continuativo nel senso che non so stare senza leggere. Devo sempre avere più di un libro da leggere, per esempio Murakami Hakiro e Antonio Scurati, ma insieme anche altro, riviste tecniche, libri tecnici (di solito in inglese), vecchi manuali di storia, riviste di geografia. Non amo invece le dissertazioni culturali che fingono di essere sulla soglia, al limite superiore, di una branca del sapere e usano parole astruse per nascondere il nulla di cui stanno ragionando.

Perché hai cominciato a scrivere? C’è un’immagine nella tua memoria che ricollega al momento in cui hai deciso di non voler mai abbandonare carta e penna?

Ho sempre amato scrivere fino da piccolo. Sicuramente con la prima media era già il mio modo di distinguermi dagli altri. Mentre i miei compagni giocavano a pallone, io facevo il loro reporter sportivo: scrivevo e anche disegnavo, facevo i loro ritratti imitando le figurine “Fidas”. Non ho mai dovuto prendere una “decisione di non abbandonare”. La penna è sempre stata la mia compagna di vita.

Il rapporto con la scrittura è cambiato nel tempo?

No, non è cambiato.

Ci sono degli autori che hanno maggiormente influenzato la tua produzione letteraria?

Da piccolo sicuramente Emilio Salgari, ma non era ancora “produzione letteraria”. Per quanto scrivo invece non credo di avere autori “che mi hanno influenzato”. Alla sola idea di averne mi ribello.

Esiste, invece, un personaggio delle tue opere a cui sei più affezionato? Se sì, perché?

Sicuramente Luca Falerno, carabiniere del Re. Lo vedo come un mio lontano parente piemontese, un personaggio romantico, uno sfortunato in amore, finisce sempre per perdere la donna amata.

Tratti argomenti delicati, tra cui la Massoneria in “Anni difficili”: non hai mai avuto paura di raccontare quello che hai visto e vissuto in prima persona?

Abbastanza, ci ho messo anni prima di farlo. Ho mascherato i personaggi più pericolosi con nomi di fantasia e molti oggi sono morti. Chi comanda oggi sono altri.

Perché hai deciso di aprire “Anni difficili” con la citazione “Non v’è sentiero alcuno difeso contro la forza del destino e contro l’inclemenza del fato” di Pedro Calderón de la Barca?

Perché credo proprio che sia così: se è destino che andrai a “sbattere contro qualcosa” non c’è azione che tu riesca a fare per cambiare le cose. Non riusciamo a cambiare il nostro destino.

C’è, infine, una tra le tue opere che vorresti vedere in scena come trasposizione cinematografica?

Sì, certamente: il ciclo dei romanzi di Luca Falerno, ovvero il delta del Nilo – Caccia nelle Murge – La comune di Parigi. Con la mia amica di Roma Valentina Innocenti abbiamo anche preparato una trasposizione per la TV in quattro episodi (puntate) per ogni romanzo. Luca Falerno lo vedo interpretato da Alessandro Preziosi. Purtroppo non ho ancora trovato nessuno interessato alla cosa, anche perché non la so pubblicizzare. Non so a chi proporla, ma sono convinto che “il carabiniere del Re” sarebbe migliore di tante fiction che vengono proposte dalla nostra TV. Continuo a sperare.

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