Caterina Serra, attraverso ogni storia

Incontriamo per l’intervista di oggi, Caterina Serra, che ci racconta del film Effetto Domino e di quanto vissuto per la realizzazione del romanzo.

Benvenuta Caterina Serra. Parliamo di Effetto Domino. Come nasce l’idea?

Mi chiama un giorno Alessandro Rossetto. Dice di avere letto “Effetto domino” di Romolo Bugaro (Einaudi). Vuole farci un film. Mi invita a leggerlo e a scrivere con lui la sceneggiatura.

Caterina Serra. Foto fornita dall'intervistata
Caterina Serra. Foto fornita dall’intervistata

Il romanzo è ambientato nel nord-est, un luogo e una cultura che Rossetto conosce bene. Siamo entrambi nati lì. Conosciamo il dialetto che è ancora una lingua parlata da tutti, la cultura del lavoro, l’ipocrisia di certe convinzioni e il perbenismo, la misoginia, un certo orgoglio provinciale. Trovo il libro molto “maschile”, i personaggi lo sono, la storia di un mondo imprenditoriale in crisi, la corruzione, il senso del denaro, quei schemi che fanno lavorare e godersi poco la vita.

Abbiamo lavorato insieme a “Piccola Patria” (film presentato alla Mostra del cinema di Venezia nel 2013) partendo dal territorio, facendone un personaggio. Passiamo sempre molto tempo a cercare, a farci attraversare dalle storie e dalle voci. Condivido con Rossetto la passione per la realtà, mi piace partire dalle storie vere.

La natura documentaristica della scrittura e della visione ci accomuna. Ci siamo ritrovati a girare per la campagna intorno a Padova, Abano Terme, Montegrotto, Terme Euganee, zone turistiche, ricche – il business dei fanghi, “l’acqua che viene dal fuoco”, il potere delle acque termali. Grandi alberghi anni ‘60 ’70, molti in disuso, svuotati, abbandonati e ancora lì, gli arredi, le piscine vuote verdi di alghe. La vegetazione a riprendersi lo spazio. Era il posto giusto in cui ambientare la storia.

Il business della riqualificazione urbana. Abbattere, ricostruire, ridisegnare il territorio. Ma a quale scopo? Il romanzo restava ancorato al nord-est, al collasso di un sistema in crisi. Ci piaceva allargare lo sguardo. Mi piace trovare qualcosa del mondo nelle piccole storie, il senso politico delle vite di tutti i giorni.Un giorno parliamo con un uomo incontrato per caso, ci parla di vecchi, di quanto quel posto potrebbe essere la Florida di chi ha ancora tanti anni da vivere in un’epoca in cui i vecchi saranno sempre più numerosi.

Ci viene voglia di concentraci su questo tema. La vecchiaia di chi avrà sempre più tempo da vivere senza lavorare, passando gli ultimi anni a spendere, consumare, investire tempo e denaro in un luogo che promette benessere, cura, attenzione, possibilità di essere ancora quei giovani che non sono più. Il business dal cemento si sposta sulla vecchiaia, dal cambiare un territorio a cambiare modo di vedere il tempo che passa. Il business è una nuova narrazione: dare l’illusione di una ulteriore fase della vita tutta da godere. Sotto la spinta della globalizzazione pervasiva e mutante, una città spenta e poco attraente cambia aspetto, si imbellisce attraverso un processo di omologazione e serializzazione che il mercato globale richiede, e si orienta a soddisfare non solo i bisogni ma i desideri di una fetta di popolazione sempre più numerosa. Vecchiaia e lusso. Le mani sulla città non sono più quelle locali, ma quelle globali. Investitori stranieri fiuteranno l’affare, la Cina è vicina, per citare una giusta previsione. L’idea di città non è più quella di un luogo in cui abitare per sempre ma uno in cui transitare e divertirsi per un po’, da vecchi.

Come ti descriveresti come artista e persona?

Mi piace attraversare le storie con i piedi, non solo con la testa. Ho bisogno di ascoltare, di provare a stare dentro quello che voglio raccontare. Ho un atteggiamento politico. Sono femminista, il mio sguardo sul mondo parte da una certa voglia di rivoluzione.

Sei anche una scrittrice. È in preparazione il tuo nuovo romanzo.Di cosa parla?

Di città. Di come stanno cambiando, di come faticano a mantenere l’idea fondativa di spazio pubblico, di luogo della condivisione, dell’esperienza collettiva del vivere. Mi sono avvicinata a Venezia due anni fa, una città in cui ancora c’è una comunità che si ritrova per strada, si racconta, si saluta, si tocca. Sarà uno sguardo su quello che vedo come fosse passato, e su ciò che potrà diventare, perdendosi o cercando di ripensarsi, trovando altre forme di stare dei corpi.

Un augurio che vuoi fare alla persona e all’artista che sarai?

L’augurio di non smettere di avere voglia di spostare lo sguardo, che vuole dire spostarmi tutta. Mi auguro di non sedermi mai troppo a lungo. Di stare in quello che il femminismo chiama “stato di agitazione permanente”. La voglia di scrivere mi viene da una certa agitazione per le cose, per il mondo, dall’amore che provo per tutto quello che è in movimento.

Un sogno nel cassetto che vorresti realizzare?

Fotografare. Mi piacerebbe passare un anno intero a fotografare una storia.

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