Laura Moreni
Laura Moreni

La teoria delle briciole, di Laura Moreni

La scrittrice Laura Moreni è tornata in libreria con “La teoria delle briciole” pubblicato nella collana Narrativa da Bertoni Editore, con cui erano già usciti il primo romanzo, Siamo come le lumache (2021; finalista al “Premio Città di Terni”, I edizione; finalista al “Premio Giorgione”, VII edizione) e il racconto La gabbia nella raccolta Lo spirito del luogo (2022) dedicata al borgo di Corciano.

Un marito affascinante e devoto, due figlie, una madre amorevole, una cognata affezionata, le amiche di sempre e il suo lavoro di fiorista: la vita di Claudia si può esprimere con poche, essenziali, parole. Tra quelle parole, cariche di significati e di ruoli, la protagonista del romanzo sembra muoversi con disinvoltura, grata per tutto quello che ha e senza mai nutrire un dubbio.

Quando un altro uomo entra con irruenza nella sua vita ordinata e perfetta, Claudia tenta in ogni modo di ricondurre il tradimento sui binari confortevoli che ben conosce, a considerare l’episodio unico e occasionale. Presto però si rende conto che questo incontro è l’opportunità di far venire alla luce aspetti di se stessa fino ad allora ignoti, e sceglie infine di assecondare le proprie pulsioni. Indagando tra sentimenti e paure sempre nuovi, inizia per lei un percorso verso la scoperta della sua identità di donna. Ne parliamo con l’autrice per la rubrica Libri e Scrittori, mentre il libro scontato è disponibile di seguito:

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Laura Moreni, ben ritrovata su La Gazzetta dello Spettacolo. Hai adottato uno stile narrativo molto controllato per catturare lo stato emotivo di Claudia. Essendo anche un’editor e correttrice di bozze, in che modo la tua esperienza professionale ha influenzato il tuo processo di scrittura?

Non credo che l’attività di editing o di correzione delle bozze influisca in modo particolare sullo stile.

Penso invece che sia la lettura in generale ad aiutare in questo senso, perché leggere con costanza apre alla varietà: si assimilano tantissime sfaccettature dell’utilizzo del linguaggio, e quando è il momento di scrivere si ha la possibilità di selezionare. Credo che lo stile personale di un autore fuoriesca da ogni sua opera, è una specie di “marchio di fabbrica”, ma a seconda del tipo di romanzo si può elaborare un tono particolare, un’atmosfera di fondo, un certo tipo di linguaggio, la forma e la quantità dei dialoghi.

Lavorare su un romanzo come editor invece educa all’approfondimento del testo a vari livelli: linguistico-stilistico, strutturale, di coerenza interna ed esterna alla trama. La correzione delle bozze d’altra parte allena l’occhio a scovare qualsiasi imprecisione grammaticale e formale. Si tratta di strumenti preziosi, forse non tanto quando ci si accinge a scrivere, ma nella fase necessaria della revisione, e solo se si è in grado di approcciare il proprio testo in maniera molto distaccata, analitica, quasi tecnica.

Non è facile perché scrivere, correggere e rileggere instaura con lo scritto un rapporto mnemonico, che spesso sfugge al controllo. Tuttavia io ci provo sempre, e credo in buona misura di riuscire a farlo, anche se non rinuncerei mai a un controllo esterno da parte di un buon editor.

Se Laura Moreni dovesse circoscrivere a una sola parola il motivo della rottura di alcuni pseudoequilibri, quale useresti?

Scintilla.

La tua protagonista, Claudia, è una donna normale, una madre e una moglie. Perché hai scelto una protagonista così comune? Forse perché così più lettrici si possano identificare in lei?

Non volevo che la mia storia venisse approcciata dal lettore come qualcosa a esclusivo appannaggio di una certa categoria di persone. Il mio intento era proprio puntare il dito sul fatto che le situazioni destabilizzanti accadono a chiunque, e accadono spesso senza che esistano cause apparenti o motivazioni concrete. La vera sfida era descrivere la reazione della mia protagonista davanti a eventi tanto fuori dal suo ordinario. Se avessi raccontato di una coppia in crisi, o di un marito fedifrago o violento, non solo il lettore si sarebbe aspettato qualcosa che facesse esplodere la situazione, ma avrebbe giustificato qualsiasi atto di ribellione di Claudia: esiste in fondo a ognuno di noi un bisogno di giustizia, di ordine, di rivalsa. E, inconsciamente, ci piace il lieto fine.

Purtroppo però volevo raccontare la vita, e la vita è fatta di tanti passaggi che, quando avvengono, appaiono incomprensibili. Innumerevoli “fuori programma” che ci impediscono di rispettare i nostri piani. Eppure sono convinta che l’essere umano riesca a evolvere e migliorarsi, e a conoscersi a fondo, proprio grazie a tali imprevisti. I cambiamenti sono l’unica certezza di ogni vita, è inutile costringersi a rifiutarli.

E gli uomini che ruolo hanno nella storia?

Gli uomini sono indispensabili nella mia storia perché Claudia agisce attraverso i loro sguardi. Inizia a rendersi conto di chi è grazie al modo in cui il marito e l’amante la guardano, la considerano, interagiscono con lei. Come dicevo, Claudia è una donna normale, e tutto ciò che ha costruito è per lei determinato, finito, giusto. All’inizio del racconto non ha gli strumenti per porsi certe domande sulla sua esistenza, semplicemente perché nella vita di domande non se ne è mai fatte, non è abituata a interrogarsi: a quarant’anni, è una donna che ha vissuto una vita di cui è soddisfatta perché, in realtà, non si è mai data un’alternativa. Non ha mai ponderato su scelte alternative. Quindi gli uomini della sua vita sono la misura di ciò che è, soprattutto nella prima parte del romanzo. Solo in seguito Claudia inizia a capire chi è, indipendentemente da loro.
Gli uomini inoltre sono fondamentali perché ho voluto creare due personaggi positivi, seppur molto diversi tra loro, e il fascino, i pregi e le caratteristiche di ognuno aumentano notevolmente le difficoltà di Claudia.

Nel comunicato stampa in fase di lancio hai menzionato l’invito a non lasciarsi trascinare dai ruoli e a valutare costantemente la propria felicità. Secondo te, c’è un momento giusto per prendere in mano la propria vita e cercare la felicità?

No. È un altro punto fondamentale del mio romanzo, il motivo per cui ho protratto la narrazione finché la mia protagonista ha sessantadue anni.

Il momento di cercare la propria felicità è ogni giorno: l’ideale sarebbe essere in grado di interrogarsi costantemente, guardarsi intorno, domandarsi se stiamo agendo per la nostra felicità o per la consuetudine. Le persone che riescono a farlo secondo me sono riconoscibili dalla forza e dalla coerenza con cui affrontano i cambiamenti. Purtroppo, al contrario, vengono spesso considerate le più instabili o, addirittura, inaffidabili.

Laura Moreni di fatto, quindi, al centro c’è la persona senza per forza decretare vincitori o vinti?

Sì, certo. Non si tratta di combattere, ma di vivere.

Continuerai a esplorare la narrativa o ti concentrerai su altri generi o temi Laura Moreni?

Non lo so. La narrativa è l’acqua in cui mi piace stare a mollo. Mi ci sento a mio agio. Però non mi metto alcun limite, non si sa mai!

Un’ultima curiosità: quale domanda vorresti ti fosse fatta in una intervista a cui nessuno fin qui ha mai pensato?

Qual è la mia frustrazione più grande come scrittrice.

E ti rispondo: rendermi conto che il lavoro, lo studio, la dedizione assoluta e l’abnegazione, le rinunce e la qualità che i lettori riconoscono nei miei romanzi non sono sufficienti a potermi votare totalmente alla scrittura. Per me non si tratta solo di una “vocazione”, ma di un lavoro vero e proprio. Purtroppo nella marea dei titoli pubblicati quotidiani io sono soltanto una goccia. Se è difficile farsi leggere, ancor più è difficile far sapere ai potenziali lettori che esistono i tuoi libri. È frustrante. Per fortuna ci sono anche tante soddisfazioni, momenti di pura gioia.

Allora forse è meglio ribaltare la domanda: chiedimi se sono felice!

La mia risposta è sì.

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