Gisella Blanco, la dolcezza in “Melodia di porte che cigolano”

Incontriamo oggi Gisella Blanco, scrittrice delle calde terre di Sicilia, che sin da piccolissima ha iniziato a scrivere semplici versi, diventando oggi una penna dalla forte vis polemica e provocatoria.

Gisella Blanco

In uscita con il suo “Melodia di porte che cigolano“, facciamoci raccontare da lei del suo trascorso…

Benvenuta Gisella Blanco su La Gazzetta dello Spettacolo. Hai iniziato da giovanissima a scrivere poesie, da dove arriva questa passione?

Bentrovati! Non ricordo nemmeno l’età precisa in cui scrissi il primo componimento, fatto da qualche parola di bambina sulla primavera. La poesia è il mio codice comunicativo prediletto, percepito sempre come slancio dialogico e, mai, soltanto come strumento di mera autoanalisi. Oggi, la poesia, è il mio istinto letterario di sopravvivenza.

Nella tua carriera un po’ di premi. C’è un momento che ricordi con particolare gioia?

Nel 1997 vinsi il secondo premio (e la pubblicazione) al Concorso Internazionale di poesia “Cara Beltà”, indetto in occasione del bicentenario della morte di Leopardi. Andai di persona, a Bologna, a ritirare quel premio, ero giovanissima ed emozionatissima. Con me, c’era mamma Liliana.
C’è anche un momento, della mia carriera di concorsi letterari, particolarmente brutto da ricordare: quando ricevetti una lettera, feroce, di una commissione esaminatrice che, rifiutando la mia poesia, mi sconsigliava di continuare a scrivere. Evidentemente si sbagliava, soprattutto nell’idea di arrogarsi il diritto di dire una cosa così dura, in base ad un solo componimento, oltretutto adolescenziale. Chiunque riceva, come me, un simile giudizio da parte chi chicchessia, credo che debba, subito, mettersi a lavoro per migliorare la propria opera ma -mai e poi mai- conferire ad altri il potere di limitare la propria preziosa creatività.

Gisella Blanco

Parliamo di Melodia di porte che cigolano. Che tipo di raccolta è?

Spregiudicata, insolente, polemica. Mi pongo, con veemenza, in contrasto alle ideologie e fedi religiose che, per innalzare dei (o altri soggetti) fintamente superiori ed esterni, levano dignità alla donna e all’uomo. Non intendo mancare di rispetto alle religioni ma non ammetto alcuni aspetti di queste ultime, in cui si manca di rispetto a noi.
Quando mostro sofferenza, lo faccio senza vergogna: la morte ed il lutto sono aspetti della vita che non si possono (e non si dovrebbero) affrontare in una dimensione, soltanto, individuale e solitaria. Le sofferenze appartengono (e sono comuni) a tutto l’intero villaggio dell’uomo.
Tema ricorrente è quello del legame figlia-padre che può essere quello biologico ma, anche, quello mistico: nel mio impianto spirituale è un elemento molto complesso, a tratti doloroso e, sempre, contraddittorio.
Spesso mi rivolgo ad un soggetto femminile: ciascuno è libero di intendere questo dettaglio come crede e come preferisce. Si può pensare a scenari di relazioni tra soggetti dello stesso sesso o a dialoghi intimi con sé stessi. A chi mi riferisca veramente, però, rimarrà un piccolo segreto d’autrice!
Raramente scrivo d’amore, perché l’amore c’è sempre, come sostrato esistenziale imprescindibile sotto ad ogni componimento ma, in questa prima silloge, ho preferito concentrarmi su altri aspetti della vita sociale e individuale.
Probabilmente, certe poesie faranno irritare qualcuno e, se accadrà, vorrà dire che hanno raggiunto chi dovevano e lo hanno fatto nel modo a cui aspiravo.
Può sembrare che io mi rivolga, principalmente, alle donne: io credo di scrivere concetti, a favore delle donne che, spero, possano essere d’interesse a chiunque, perché la mera contrapposizione, che sia di sesso o di qualsiasi altra espressione umana, non basta: occorre reciproco riconoscimento e radicata empatia anche (e soprattutto) tra antipodi. Qualche volta, tocca alle donne insegnare all’uomo come si fa!

Nel testo scrivi una poesia sana e dolorosa, ma come forma di trasformazione. Vuoi spiegare meglio questo tuo concetto ai lettori?

Credo moltissimo nel fatto che, oggi, sia fondamentale ripartire da un umanesimo moderno, in cui non si porti al centro l’uomo bensì il suo potenziale spirituale e sentimentale, nella piena consapevolezza e nel pieno rispetto di tutte le altre forme di vita, affinché si “investa” nella responsabilizzazione pacifica del singolo che ci possa restituire una società veramente umana.
Il dolore ci mostra tutta la nostra fragilità che, lungi dall’essere una diminutio, se viene accolta ed elaborata può essere, a mio avviso, provvida fonte di valore. Punto a suggerire alle persone di non scappare dalle proprie sofferenze, nonché dalle “debolezze” personali e degli altri, così come ci spinge a fare questa società basata su un utile disumanizzato che non serve a nessuno. Occorre “attraversarsi” (anche se difficilissimo) e tirare fuori tutto il potenziale che ci appartiene e che, spesso, non vogliamo ammettere di avere, nascondendoci, anche, dietro ideologie religiose (e non) che mirano a svilirci. Dobbiamo re-imparare a sentirci potenti, in un modo molto complesso che non persegue il fallimento dell’altro uomo (e la mancanza di rispetto verso le altre forme di vita) ma, al contrario, mira alla crescita comune, condivisa e rispettosa delle peculiarità preziose del singolo (che possono essere anche “difetti” elaborati, appunto, trasformati in nuove virtù). Possiamo essere eroi solo se eroi lo siamo un po’ tutti.

Cosa c’è nel tuo futuro?

Ho materiale per altre due sillogi. E continuo a scrivere, quasi ogni giorno. E’ una vera e propria minaccia. Si fa l’amore e si fa la guerra dolce con la poesia.

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