Serena Rigacci

Serena Rigacci ci racconta Ghost Town

Serena Rigacci è giovanissima, ma piena di talento, di voglia di mettersi in discussione. In questo caldo luglio, ci regala la sua “Ghost Town”, un pezzo legato alla situazione pandemica che tutti noi abbiamo vissuto. Un inno, così si potrebbe definire, a scacciare via la solitudine che abbiamo dentro.

Su La Gazzetta dello Spettacolo c’è Serena Rigacci. Come procede il tuo vissuto?

Stanca come tutti, di questa situazione. È bello poter pensare di tornare alla normalità, ma resto scettica. Continuo a portare la mascherina e ad usarla, quando necessaria.

Affrontiamo insieme un breve excursus sul tuo percorso artistico…

Ho mosso i primi passi in musica da piccolissima, grazie all’amore per la musica che ha sempre avuto mio nonno. Avevo sette e undici anni quando ho preso parte a programmi importanti come, “Ti lascio una canzone” e “X-Factor” Ungheria. Dopo tali esperienze, sono nate varie collaborazioni, ed ho incontrato il mio attuale produttore artistico, Andrea Fresu.

Che ricordi porti con te di “Ti lascio una canzone”?

Ricordo che avevo sette anni, ed eravamo davvero in tanti. Cercavo, nel mio piccolo, di dare il meglio. Facevo parte di un gruppo, “le bamboline”. Le luci, la musica, l’orchestra, erano parte integrante di quei ricordi di una bambina.

La tua famiglia ha sempre supportato questa tua passione. Fungono da spalla ancora oggi, durante i tuoi spostamenti?

Quando possibile, si. Cercano di essere sempre al mio fianco, di supportarmi. Mio padre, per ovvi motivi di lavoro, non sempre poteva seguirmi. Ora come ora, comincio a spostarmi da sola, come è giusto che sia.

Tendi sempre a cambiare look, a dettare moda, tra i tuoi fan. Quanto conta per te questo aspetto?

Amo l’arte in ogni sua forma, ed è da lì che parte tutto. Il modo di porsi, di vestirsi, di truccarsi, tende a far leva sul mio modo di essere. Penso ed osservo molto e ciò che vedo ispira la mia fantasia, il mio modo di vestire e quanto altro.

Sei stata Ariel, ne “La Sirenetta”, a teatro. Quali ricordi porti con te da quell’esperienza?

Sicuramente, primo tra tutti, il piacere di aver conosciuto Marina Fiordaliso. Ritengo sia una donna fantastica, sincera, disponibile. Ha rappresentato, sia per me che per gli altri ragazzi, una figura materna. Il musical mi ha regalato adrenalina pura.

Quanto contano i social nel tuo vissuto?

I social sono, da sempre, un’arma a doppio taglio. Da piccola, come era giusto che fosse, mia mamma tendeva a sorvegliarmi, ad aiutarmi nella loro gestione. Mi piace condividervi cose artistiche, foto legate all’ambito lavorativo, all’anima di chi li possiede.

Ho quì con me il tuo comunicato stampa: “Ghost Town”, una città fantasma per la funambola della musica. Come nasce questo singolo?

Mi definisco una funambola perchè, ora come ora, vivo su di un filo dove, al di sotto, vi sono alcuni generi musicali. Magari, chissà, un domani cadrò giù da questo filo e troverò un genere tutto mio su cui poter basare la mia musica.

Cosa consiglieresti a chi vuole intraprendere il tuo stesso percorso?

Consiglierei di essere certi di ciò che si vuole fare. La carriera musicale è pregna di sacrifici, cosa che nella vita di tutti i giorni difficilmente accade. Il mio percorso personale, vi dirò, è stato spesso privato di rapporti legati a compagnie scolastiche o feste di compleanni altrui e quanto altro. Questo lavoro comporta tante cose, tante situazioni, che spesso ti portano via dal condividere semplici momenti legati a cose normalissime.

Un sogno nel cassetto?

Mi auguro di riuscire a raggiungere e, di conseguenza, a superare tutti i miei obiettivi.

Cosa bolle in pentola per Serena Rigacci?

Non posso svelarvi molto. Posso dirvi che ci saranno delle belle collaborazioni. Avremo poi modo di parlarne in futuro. Vi ringrazio dell’attenzione.

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