Giulio Greco: il palcoscenico nell’anima

Il cinema, il teatro, la tv e adesso anche i social. Per Giulio Greco si tratta di continue sfide. Un attore completo, in grado di interpretare svariatissimi ruoli, e di cambiare di continuo sembianze perché lui è anche attore di se stesso.

Giulio Greco
Giulio Greco. Foto da Ufficio Stampa

Ha scritto libri, ha ideato format, ha lavorato accanto a registi premi oscar come Paolo Sorrentino. Non sta mai fermo un attimo, la pigrizia non esiste come termine nel suo vocabolario. E infatti con set chiusi e poche cose da fare, per tutto il periodo della quarantena No Covid si è inventato un suo programma sul suo profilo Instagram, intitolato Socialoggìa #QuaranTime, dove ha intervistato imprenditori e persone di success con una chiave personalissima che ci racconta in questa intervista.

Giulio è sempre difficile questa domanda. Ma per un attore poliedrico come te, cos’è meglio: il cinema o il teatro?

A mio parere, cinema e teatro sono complementari: per quanto riguarda la ricerca e lo studio del personaggio agisco in modo analogo.

Il cinema si sviluppa particolarmente su primi piani e sulle micro “intenzioni” che la macchina da presa coglie secondo il desiderio del regista. Nel lavoro i tempi sono più dilatati e lunghi, è più difficile mantenere la concentrazione tra le scene (che possono essere girate in sequenze molto distanti tra loro) e si possono avere diverse chances per arrivare al risultato desiderato… anche se non dipende sempre dagli attori! Amo il cinema visceralmente.

Il teatro è vivo, dinamico, one take: senti il pubblico, utilizzi molto di più tutto il corpo. A differenza del cinema è più complicato lavorare su “piccole” intenzioni, bensì bisogna cercare di “allargare” per coinvolgere gli spettatori fino alle ultime file, senza però esagerare perché poi si risulta “finti”!

E le fiction TV, ad esempio, che vantaggio hanno rispetto al grande schermo o al palcoscenico?

Le fiction hanno il vantaggio di sviluppare più dettagliatamente i personaggi. Il pubblico ha più tempo per affezionarsi, immedesimarsi, fare il tifo o anche innamorarsi e poi rimanere feriti dal comportamento di colui o colei a cui si è affezionato.

Il rischio delle serie tv è quello di diventare “diluite” e quindi di perdere forza, se non raccontate con un ritmo incalzante e con personaggi sempre pronti a rinnovarsi.

Nel film On-Air hai interpretato il ruolo del grande Marco Mazzoli, dello ZOO di 105. Cosa pensi di aver imparato del suo personaggio?

“Quando pensi di aver raggiunto il successo crolli, quando invece credi di aver toccato il fondo è lì che vinci!”. Mai mollare, mai mollare! Se credi nei tuoi sogni, vivili fino in fondo; non abbatterti nei momenti di apparente sconfitta e non esaltarti nella luccicante e anch’essa apparente vittoria.

Marco e la sua storia hanno ribadito gli insegnamenti dei miei genitori: lavorare sodo, non lasciarsi abbattere, rinnovarsi sempre, accerchiarsi di persone fidate e capaci, brillare come gruppo e non come singolo.

Da quella esperienza hai poi deciso di scrivere un libro, per narrare le storie dei giovani. Come mai? Quanto il film di Mazzoli ti ha aiutato?

Lavoro nella casa editrice Giuliano Ladolfi Editore dal 2010. Questa esperienza mi ha formato senza dubbio di più dal punto di vista culturale e lavorativo. Da tanto tempo avevo dei libri nel cassetto, idee, progetti che aspettavano di prendere luce… Poi il mio padre spirituale Giuliano Ladolfi mi ha spronato a pubblicare ed ecco “In Concerto”, il mio primo romanzo.

Il film mi ha aiutato infondendomi maggiore grinta e le parole di Marco a credere ancor di più nelle mie potenzialità e nella forza del lavoro. Il libro traccia uno spaccato della vita di un venticinquenne alle prese con i primi (veri) passi nel mondo dei grandi. Ha tante chiavi di lettura, anche se si presenta come libro divertente e di facile fruizione.

Al cinema, fra gli altri, ti abbiamo visto in un film di Paolo Sorrentino. Oggi lui è il nostro regista più famoso nel mondo. Che tipo di persona hai trovato in lui, e che rapporto avete stretto?

Paolo Sorrentino è l’emblema della professionalità, della tranquillità sul set e fuori dal set. Passare del tempo con lui è stato un grande onore e osservarlo mi ha insegnato molto su questo lavoro e sulla vita. Apprezzo di lui il fatto che responsabilizza i suoi collaboratori portando in modo coinvolgente ma rilassato tutta la troupe e il cast verso lo stesso obiettivo. Mi sono permesso di regalargli il mio romanzo ed è stato davvero gentile con me: sempre un consiglio utile suggerito in modo confidenziale, amichevole. Mi piacerebbe lavorare con lui per sviscerare un personaggio ambiguo, enigmatico, frizzante.

C’è un regista con il quale ti piacerebbe lavorare?

Ci sono tanti registi con cui mi piacerebbe lavorare: italiani, francesi, americani.

In Italia mi piacerebbe lavorare con registi giovani, con idee e personaggi forti.

I fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo sono davvero due artisti interessantissimi: non solo sviluppano la loro sensibilità nel cinema, ma anche nella fotografia e nella poesia. Proprio quest’ultima denota un animo ricco, variegato: condivido questa passione con loro dato che dal 2010 lavoro con la casa editrice “Giuliano Ladolfi” che è molto legata alla poesia e con la rivista “Atelier” che, nata nel 1996, si occupa di poesia e critica letteraria.

Luca Guadagnino, dopo il remake di Suspiria, anche se in realtà era una storia ispirata ma nulla a che vedere con il classico di Dario Argento, torna sul set per rifare Scarface. Una bella soddisfazione per lui e per l’Italia. Se ti chiedessero di prendervi parte, quale sarebbe il ruolo ideale di Giulio Greco?

Apprezzo moltissimo Luca Guadagnino. È capace di portare per mano lo spettatore nelle storie che racconta con una sensibilità e profondità che mi colpiscono sempre.

Call me by your name è un film che mi ha scosso e che ho apprezzato sotto molteplici punti di vista: sceneggiatura, scenografia, fotografia, cast… davvero un capolavoro.

Scarface ha segnato un’epoca: tutte le varie serie tv, che oggi si ispirano al cartello della droga, al mondo latino che si specchia negli Usa sono figli di questo masterpiece.

Mi piacerebbe far parte del cast nel ruolo di Alejandro Sosa, un uomo elegante, raffinato, che nasconde un profondo animo malavitoso e violento.

Senza dubbio per me sarebbe interessante interpretare il ruolo di Tony Montana che in una reinterpretazione moderna potrebbe assumere una fisionomia completamente diversa ma altrettanto efficace.

I due ruoli hanno in comune un tratto che mi piacerebbe mostrare: violenza e crudeltà.

Ultimamente sei molto attivo su Instagram, e sul tuo profilo hai attivato alcune iniziative. Ce ne puoi parlare?

Instagram è uno strumento che può essere molto efficace: durante il lockdown ho intrapreso un format in cui intervisto personaggi che ritengo interessanti, carismatici, che hanno tanto da raccontare e condividere con il pubblico.

Socialoggìa #QuaranTime racconta storie di successo, imprenditori che hanno avuto idee a favore del sociale, personaggi televisivi e radiofonici che si sono raccontati sotto una veste molto più “informale” lasciando trasparire la loro sensibilità, bellezza d’animo e i lati meno conosciuti del loro lavoro.

Mi ha impegnato davvero moltissimo, ma allo stesso tempo mi ha procurato una soddisfazione enorme e mi ha permesso di legare ancor di più con gli ospiti del programma!

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