Joker, la rivincita dei tristi

Passare una vita convinti di essere felici ed indossare il sorriso… e poi prendere coscienza della verità: questo è Joker.

Una storia cinematografica che ci fa riflettere tanto, ma soprattutto una storia che mescola all’aspetto empatico nei confronti del personaggio, una grande attenzione alle atmosfere di una Gotham City che sembra essere scenario post-Apocalittico di quello che è il futuro legato alle “false promesse” di un mondo comandato dai ricchi.

Joaquin Phoenix in una scena chiave di Joker. Foto dal Web.

La primato delle note per parlare del film Joker, va a Joaquin Phoenix, che crea un filo conduttore tra l’anima di Arthur Fleck e lo spettatore, che non può fare a meno di essere affascinato dal personaggio.

La storia di un comico fallito che lotta per emergere, ma che di base, passa un’esistenza alienato tra le sue convinzioni e le sue fantasie (a tratti desideri), fanno si che il personaggio crei nello spettatore un mix tra compassione e voglia di riscatto: mix che Phoenix riesce a trasmettere con una semplicità impressionante.

Joaquin Phoenix nei panni di Arthur Fleck in Joker. Foto dal Web.

Diciamoci la verità: interpretare “un pazzo” non è proprio cosa semplice. Se questo “pazzo” poi è dotato di grande sensibilità celata, che viene ferita nel momento in cui entra a contatto con la realtà, scoprendo verità del suo passato e della sua esistenza; scoprendo che è “un signor nessuno” e che nella sua follia può diventare (e diventa) qualcuno, ecco che Joker diventa un film di sfumature caratteriali ed interpretative che può essere visto come un rischio da emulare per la società, ma anche come uno spunto di riflessione per chi soffre di “debolezza sana” e con criterio osserva la realtà.

Altro punto degno di nota è l’occhio di Todd Philips alla regia. Determinate prospettive dal basso, ombre sfuggenti, occhi nascosti dall’ombra in determinati momenti, fanno si che la sensazione che si voglia trasmettere allo spettatore sia quella di restare li fermo su una linea.

Al di sotto di quella linea c’è il depressivo, il drammatico, mentre al di sopra c’è un film che vuole tendere al comedy. Philips è bravo a tenere fermo chi osserva in uno stato che non va mai sopra le righe, e non scende nemmeno più di tanto.

Evitabile probabilmente qualche empasse centrale del film, di poca rilevanza narrativa, che fanno si che il lungometraggio duri due ore. La storia narrata in un’ora e quarantacinque sarebbe stata sufficiente.

Ultimi due punti della nostra analisi sono: la menzione che va a Robert De Niro, ironico, espressivo e sempre misurato, in un personaggio che seppur non è proprio “il suo”, riesce ad interpretare alla stragrande facendosi amare dal pubblico. Il secondo e ultimo punto è quello su una scena un po’ splatter con “abuso di sangue”, che cinematograficamente, si poteva trattare in maniera diversa.

E il giovane Bruce Wayne che vediamo comparire nel film? Ci aspetta un sequel?

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