Intervista all’autrice Federica Giorgia Giovanna Macciotta sulla sua ultima fatica letteraria dal titolo: “Rompere il silenzio. Storia di Potere”.
Anno 2126: le lenti neurali controllano ogni aspetto della vita. La A-Tech difende la mente umana, mentre la NeuroLink trama per manipolarla. Amelie Renard è una scienziata che ha scelto di restare autentica in un mondo di filtri. È lei a scoprire che dietro l’apparente normalità delle connessioni si nasconde “Silence”, un programma segreto ideato da Jamie, il visionario e spietato fondatore della NeuroLink. Jamie non vuole solo il profitto: vuole il controllo totale delle coscienze e ha costruito la sua arma più potente attorno al suo pupillo, Cole Jaxon Thorne. La scrittrice e artista visiva Federica Giorgia Giovanna Macciotta con “Rompere il silenzio. Storia di Potere” (Editore Youcanprint) ci porta, pagina dopo pagina, tra reti neurali, potere industriale e una società che ha smesso di distinguere il reale dal programmato. Ne parliamo con lei per la nostra rubrica Libri e Scrittori.
Federica Giorgia Giovanna Macciotta, benvenuta sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”. Questo libro nasce da un’esigenza molto personale. Quando hai capito che questa storia doveva diventare un romanzo?
«Grazie mille per l’invito, anzitutto. Ho capito di dovermi mettere a scrivere questa storia quando corpo e mente hanno iniziato a dirmi “Basta, non puoi più sopportare tutto questo”. Ero ricolma di rabbia e di ennesimi “resisti, prima o poi cambierà”. Vedi, quando una relazione tossica prende completamente il controllo della tua volontà, a poco a poco costruisci la tua gabbia. Quella notte però era diverso, non era vendetta perché non avrei mai scritto una storia autobiografica, dovevo scrivere per dare un monito a chi come me poteva avere bisogno di ritrovarsi. Non avevo una trama precisa, ma sicuramente una direzione che dovevo per forza iniziare a percorrere».
Perché hai scelto di ambientare la storia proprio nell’anno 2126?
«Doveva essere nel futuro, ma abbastanza prossimo per renderlo più vicino al lettore ed anche a me che stavo iniziando ad immaginarmelo».
Potremmo dire che nel tuo romanzo la tecnologia non è il nemico, ma uno specchio dell’essere umano?
«Certo, ma seguitemi nel ragionamento perché non sono affatto contraria al suo utilizzo e progresso. Bisogna però comprenderla e farne il giusto utilizzo. È nella tecnologia che insidio la manipolazione perché quella più sofisticata non ti dice: “Devi fare questo.” Semplicemente ti convince che sia stata una tua scelta. Risuona a chi è in balia di un rapporto tossico? Per questo la tecnologia è uno specchio: amplifica ciò che trova nell’essere umano; se sono una persona buona può amplificare la cura, la conoscenza, se sono cattivo però fomenterà il mio narcisismo ed il desiderio di potere. La responsabilità è nostra».
Il potere è politico, economico, tecnologico ma anche emotivo. Quale forma consideri la più pericolosa?
«Quello emotivo perché è quello che spesso non riconosciamo come potere. Davanti al potere politico sappiamo di trovarci di fronte a un’istituzione. Davanti al potere economico conosciamo almeno alcune delle sue regole. Persino davanti al potere tecnologico iniziamo a sviluppare una certa consapevolezza. Il potere emotivo, invece, può presentarsi con il volto dell’amore, proprio per questo può arrivare molto più in profondità. Quando qualcuno comprende perfettamente le tue fragilità, i tuoi desideri, il tuo bisogno di essere scelto e utilizza quella conoscenza per ottenere controllo: è questo l’aspetto che considero devastante».
Le relazioni umane occupano un ruolo centrale nella narrazione. Perché oggi è così difficile costruire rapporti autentici?
«In quanti pochi coraggiosi, genuini ed autentici siamo rimasti quando si tratta di spogliarci davvero e mostrarci a nudo, consegnando ad un altro essere umano tutto lo scrigno dotato sì di cuore ma soprattutto di pugnale pronto a trafiggerlo? Oggi siamo tutti coraggiosissimi a buttarci in lavori ad alto rischio pur di guadagnare bene, siamo tutti super genuini nell’apprezzare le corse al mare e il cibo sano per seguire una dieta che possa dimostrare che siamo persone splendide e centrate, capaci di vivere in maniera semplice e con disciplina. Ma quanti davvero fra loro consegnerebbero la propria anima nelle mani di un altro? Pochissimi, molto più confortante restare concentrati su sé stessi, o magari concedersi anche al volersi bene, ma amarsi no, è troppo rischioso. Ormai si percepisce l’amore come un pericolo, capite la follia? La cosa più bella del mondo è diventata l’arma più pericolosa. Ho dovuto scrivere questo romanzo perché chi ha avuto o chi ha relazioni tossiche continui a restare forte nei suoi principi d’amore, perché non è che se qualcuno ci tratta male allora dobbiamo abbandonare l’idea di poter amare. Ameremo il prossimo, quello dopo o quello dopo ancora, ma è da cretini amare via via sempre meno in base a quante ferite riceviamo. Non tutti sono pronti a sentirselo dire».
È un libro più apprezzato da lettori o da lettrici, secondo te?
«Il libro non ha genere, è apprezzato da chi è disposto a leggersi dentro fra le crepe, fra le ombre. Non volevo scrivere un romanzo “per donne” o “per uomini”. Volevo parlare dell’essere umano, perché considero pericolosa una certa tendenza contemporanea a trasformare le relazioni in una guerra permanente tra generi. Uomini contro donne, donne contro uomini. Non credo che il problema sia il genere, credo che il problema sia ciò che scegliamo di fare del potere che abbiamo sugli altri. La manipolazione non ha sesso».
Un’ultima curiosità… Stai già lavorando a un nuovo romanzo o pensi di tornare nell’universo narrativo di Rompere il silenzio?
«L’idea attuale è quella di finire il seguito di Rompere il Silenzio, perché chi l’ha letto sa che la fine non è una fine vera e propria. Ma nel nuovo lavoro c’è anche un tema che per me sta diventando sempre più importante: la resistenza. Continuare ad amare quando sarebbe più semplice diventare cinici, continuare ad avere fiducia quando qualcuno ci ha insegnato a diffidare, non permettere a chi ci ha ferito di decidere la persona che diventeremo. Perché possiamo costruire intelligenze straordinarie, reti neurali e città perfette, ma se nel frattempo costruiamo esseri umani incapaci di prendersi cura gli uni degli altri, avremo realizzato il più sofisticato progresso tecnologico della storia dentro una società emotivamente primitiva. Allora non sarà stata la tecnologia a sconfiggerci: saremo stati noi».
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