La recensione di La maledizione imperfecta di Hanna Ghedain

La maledizione imperfecta, di Hanna Ghedain

Hanna Ghedain firma un affresco in cui il Medioevo della “Bibbia del Diavolo” incontra le inquietudini e i misteri della Praga contemporanea.

Hanna Ghedain, nota anche con lo pseudonimo “Lady Ghost“, è tra le più autorevoli studiose europee di fenomeni paranormali ed esoterismo. Forte di un glorioso passato da caporedattrice di testate popolari come Napoli Notte, Lo Strillo e di un giornalismo “puro, affilato e senza fronzoli”, l’autrice torna alla narrativa con “La maledizione imperfecta“, pubblicato da Edizioni Via Margutta per One time edizioni.

Come sottolinea il giornalista e accademico Michelangelo Iossa nella sua prefazione al volume, la Storia all’interno del romanzo non è “polvere negli archivi, ma una maledizione viva e vibrante che pulsa sotto la pelle dei protagonisti”, mentre il Tempo si rivela il vero, spietato protagonista della vicenda.

Il mistero del Codex Gigas e la trama di “La maledizione imperfecta”

Al centro dell’architettura narrativa si erge un reperto storico reale ed enigmatico: il Codex Gigas (noto come la Bibbia del Diavolo). Si tratta del più grande manoscritto medievale giunto fino a noi — un gigante di pergamena di 74 chili conservato alla Biblioteca Nazionale di Stoccolma, famoso per contenere una miniatura del Demonio a tutta pagina e oscure pagine annerite.
La trama si snoda su due piani temporali sfasati di ben otto secoli:

  • Il 1226 a Podlažice (Boemia): La giovanissima Gitka viene condannata al rogo dall’Inquisizione. La sua colpa è l’aver posato lo sguardo sulle pagine corrotte del Codex, scritte dal monaco recluso Herman (Herman Inclusus) a seguito di un patto col Demonio.
  • Il 2023 a Praga: Maicol A. Graf, trentenne e stimato docente universitario di Lettere Antiche, Storia e Filosofia, viene tormentato da un incubo ricorrente: il dolore fisico delle fiamme e una straziante invocazione in polacco antico (“Nie opuszczaj mnie”, ossia “Non mi abbandonare”).

L’improvvisa comparsa di Gitka nel presente di Maicol — resa possibile da imprevedibili varchi temporali — fa esplodere l’intreccio. Maicol scoprirà che la “A.” puntata del proprio nome cela l’appellativo di Archangelus (Míchaël Archangelis): un “Arcangelo terrestre” chiamato a contrastare le forze infernali, difendere la giovane e riannodare i fili di un’antica eredità esoterica familiare (legata ai boemi Anel Ruzam e Odel Farg Charrah, figure speculari ai suoi stessi genitori Lena e Ledo).

Il romanzo fonde con abilità generi differenti, creando una sintesi narrativa originale partendo dalla trattatistica esoterica e accuratezza storica: L’autrice intreccia il fascino spaventoso del Codex Gigas con precisi riferimenti alla demonologia medievale, citando le bolle papali, il Malleus Maleficarum e le raccolte sulla stregoneria.
Si passa poi alla razionalità accademica contro l’irrazionale: Il contrasto tra la quotidianità universitaria praghese — guidata dalla figura paterna e pragmatica del professor Arno Faber (o Rebaf) — e la concreta ferocia del Daimon (Satana) crea una tensione drammatica costante. Memorabili sono le sequenze d’aula dedicate al VII Canto dell’Inferno dantesco (“Pape Satàn, pape Satàn aleppe”), in cui la lezione accademica trasforma l’università in un vero campo di battaglia spirituale.
Non manca un dettaglio su destino, reincarnazione e specularità: Attraverso una complessa rete di giochi onomastici (Anel/Lena, Odel/Ledo, Rebaf/Faber), la narrazione riflette sulla memoria del sangue, sulle vite passate e sul concetto di dannazione intesa come forza attiva e incalzante.

Il nostro giudizio in breve

“La maledizione imperfecta” colpisce per il ritmo adrenalinico e l’atmosfera dark e claustrofobica. La scrittura di Hanna Ghedain scorre rapida, alternando momenti di forte tensione drammatica a dialoghi serrati e vivaci tra i due protagonisti. Non si tratta di una semplice lettura d’evasione, ma di una complessa riflessione sul confine tra bene e male, sul significato del sacrificio e sulla forza indissolubile dei legami che sfidano i secoli.
Un’opera vivamente consigliata agli appassionati di thriller storici, misteri medievali, esoterismo e narrazioni spazio-temporali.

Su Francesco Russo

Giornalista e mente dietro l’informazione culturale contemporanea. Dal 2012 guida la redazione de "La Gazzetta dello Spettacolo" in veste di Direttore Responsabile, coordinando il racconto di cinema, teatro, musica e televisione. Da sempre convinto che lo spettacolo non sia solo intrattenimento ma lo specchio della società, analizza l'evoluzione dei media e dei trend digitali.

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