Venezia83 ritrova sulla passerella del Lido la lezione di un cinema che ha saputo fondere storia, bellezza e decadenza con Luchino Visconti
A mezzo secolo dalla scomparsa del regista Luchino Visconti e mentre si alza il sipario sull’83ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il cinema italiano ritrova lungo la laguna l’eco inconfondibile di un maestro che ha fatto della bellezza e del rigore la sua ossessione ideologica e formale.
“A Venezia si va per scoprire che il cinema non è una semplice illusione che svanisce alla fine della proiezione, ma un modo di scolpire la memoria del mondo”.– Bernardo Bertolucci
La Laguna e il fantasma dell’eleganza
Ci sono luoghi in cui il cinema non è semplicemente passato, ma è rimasto impigliato nella luce e nell’aria. Il Lido di Venezia è senza dubbio uno di questi. Mentre la passerella dell’83ª Mostra del Cinema si illumina per accogliere i protagonisti del panorama contemporaneo, un’ombra elegante e maestosa sembra stendersi tra le architetture storiche e la battigia della laguna: quella di Luchino Visconti, di cui ricorre il cinquantenario della scomparsa (17 marzo 1976).
Riconnettersi alla figura di Visconti nel 2026 non è un semplice esercizio di memoria o di nostalgia accademica, ma una necessità critica. Aristocratico e marxista, padre visionario del Neorealismo (Ossessione, La terra trema) e al contempo creatore di melodrammi operistici e affreschi storici ineguagliabili (Il Gattopardo, Senso), Visconti ha incarnato l’idea del cinema come opera d’arte totale. E Venezia, con la sua bellezza sfarzosa e malinconica, è stata sia la sua arena d’elezione sia lo sfondo concettuale del suo capolavoro visivo, Morte a Venezia (1971).
Il Lido come arena: trionfi e battaglie storiche
Il legame tra Visconti e il festival veneziano è stato viscerale, profondo e non privo di ferite. La Mostra per lui non è mai stata una semplice passerella di gala, ma un vero e proprio tribunale estetico e politico in cui le sue opere chiedevano di essere giudicate senza sconti.
Impossibile non ricordare le polemiche infuocate del 1954, quando Senso venne clamorosamente escluso dal Leone d’Oro scatenando la protesta furibonda della critica d’avanguardia, o l’edizione del 1960, in cui il realismo sociale e la carica tragica di Rocco e i suoi fratelli dividevano la giuria a favore di un verdetto interlocutorio. La consacrazione definitiva sul Lido sarebbe arrivata nel 1965 con il Leone d’Oro a Vaghe stelle dell’orsa… , film struggente con una straordinaria Claudia Cardinale, prima che Morte a Venezia trasformasse definitivamente l’Hotel des Bains e la laguna nell’icona universale di un’estetica decadente e immortale.
I volti del mito: le muse, la scultura drammatica e l’addio a Delon
Nel cinema di Visconti, la forma visiva trovava carne e sangue attraverso una direzione degli attori esigente, quasi scultorea. Egli non si limitava a dirigere i suoi interpreti: li plasmava nel tempo, trasformando la loro presenza fisica in simboli di un’epoca.
Pensare al cinema viscontiano significa evocare volti impressi a fuoco nella storia della settima arte: la regalità di Silvana Mangano, l’intensità drammatica di Marcello Mastroianni in Le notti bianche, la grazia di Claudia Cardinale. E, sopra ogni cosa, il magnetismo plastico di Alain Delon. Con la recente scomparsa dell’attore francese, si è chiuso idealmente un capitolo irripetibile: il Delon di Rocco e i suoi fratelli e il Tancredi de Il Gattopardo rimangono la testimonianza suprema di un cinema capace di fondere l’avvenenza esteriore con una recitazione rigorosa, mai teatrale nel senso deteriore del termine, ma sempre carica di dignità drammatica.
L’eredità contemporanea: da Guadagnino a Sorrentino
Di fronte al vuoto lasciato dai grandi padri del Novecento, ci si chiede quale cinema contemporaneo presente oggi sui red carpet internazionali raccolga lo sfidante testimone di Visconti.
L’eredità del maestro milanese non si misura nella pura emulazione, ma nella persistenza di un’ossessione visiva e formale. In Italia, è Luca Guadagnino a raccogliere più di tutti la sensibilità viscontiana per l’estetica degli interni, per la cura maniacale del dettaglio sartoriale e per la sensualità latente delle dinamiche borghesi ed aristocratiche (come dimostrato in Io sono l’amore o Chiamami col tuo nome). D’altra parte, il cinema di Paolo Sorrentino dialoga con Visconti nel gusto per l’affresco barocco, nella narrazione della decadenza del potere e delle classi dirigenti, e in quella perenne vena malinconica che osserva la bellezza mentre si consuma.
Anche a livello internazionale, la lezione di Visconti continua a risuonare negli affreschi epici di maestri come Martin Scorsese o Francis Ford Coppola, i quali hanno più volte riconosciuto come il rigore viscontiano nel raccontare i grandi mutamenti storici e le trame familiari rimanga una pietra di paragone insuperata.
La lezione di un Gattopardo del cinema
A cinquant’anni dalla scomparsa di Luchino Visconti, mentre gli schermi della Mostra del Cinema di Venezia svelano i linguaggi del presente, la sua lezione rimane di una freschezza dirompente. In un’epoca caratterizzata da immagini veloci, frammentate e spesso destinate al consumo rapido su piccoli schermi, il suo cinema ricorda agli spettatori e agli autori che la forma è essa stessa contenuto, e che la ricerca della bellezza richiede disciplina, cultura e coraggio etico.
Guardare ai film di Visconti oggi significa ritrovare una dignità dello sguardo di cui il cinema ha ancora disperatamente bisogno. Perché, come insegna la grande lezione del suo Gattopardo, i tempi cambiano, i linguaggi si trasformano, ma l’arte capace di scolpire la condizione umana è destinata a non invecchiare mai.
–“Il cinema è la ricerca della bellezza assoluta, ma di una bellezza che porta sempre dentro sé le ferite del tempo e della storia.”– Luchino Visconti