Intervista esclusiva allo scrittore Patrizio Nissirio, perla sua nuova uscita letteraria dal titolo “Qui se ne vanno tutti”: un vero giallo esistenziale.
Patrizio Nissirio torna in libreria con “Qui se ne vanno tutti”, edito da Arkadia, un nuovo “giallo esistenziale” che vede come protagonisti il commissario Aurelio Di Giannantonio, la sua squadra e naturalmente Venezia, sempre più indecifrabile e gelosa dei suoi segreti. Un libro dai toni cupi – a partire dal titolo – che sembra al tempo stesso segnare una fine e forse un nuovo inizio nelle vicende del poliziotto romano che opera nella laguna e dintorni. Ne abbiamo parlato con l’autore per la nostra rubrica Libri e Scrittori.
Patrizio Nissirio, benvenuto sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”. “Qui se ne vanno tutti” è un titolo che sembra contenere una constatazione. Ma chi sono quelli che se ne vanno? E soprattutto, da dove se ne vanno?
«Qui se ne vanno tutti è un libro sulla perdita, quella delle persone che perdiamo perché muoiono, quelle che escono per loro decisione dalla nostra vita, quelle che noi decidiamo di abbandonare ai margini della nostra strada. Ma è anche la perdita di un mondo, quello di un uomo di mezz’età che non riconosce più la realtà attorno a sé, nella quale non ci sono più punti di riferimento. Cambia tutto: la musica, le città, le abitudini delle persone, se ne vanno dal nostro contesto coloro che conoscevamo, mentre ci troviamo accanto personaggi, pubblici e privati, che non riusciamo davvero a capire. Muoiono gli attori e i cantanti a cui eravamo affezionati. Per chi è cresciuto in un mondo in cui la prima tv vista era in bianco e nero, e ci si sbucciava le ginocchia giocare in cortile, osservare il 99 per cento delle persone impegnate a guardare lo schermo del telefono, senza scambiare neanche uno sguardo con chi si siede accanto a te in treno è spiazzante».
Quindi il romanzo ha la voce di chi resta…
«Sì, diciamo che è lo sguardo di chi è sempre più solo. Il commissario non è mai stato – come sa chi ha letto i miei romanzi precedenti, da Silenzio a Lava – un animale particolarmente sociale. E ben si addice a questa sua personalità quella malinconia tipicamente veneziana. Ma con questo romanzo esplode in lui la consapevolezza di questo cambiamento irreversibile, di questo svuotamento. La sensazione di essere un animale in via d’estinzione. Lui e la sua generazione».
A proposito di Venezia, anche questa città si svuota progressivamente dei suoi abitanti…
°Man mano che scrivevo mi sono reso contro che il titolo – io comincio i miei romanzi sempre dal titolo – ben si applicava a Venezia, sempre più stravolta dal turismo di massa, da dove i vecchi residenti emigrano sulla terraferma, lasciando il posto a un parco giochi per turisti interessati solo a farsi selfie e che se ne infischiano delle bellezze e della storia unica di questa straordinaria città. Non sono un catastrofista, ma di questo passo la natura stessa di Venezia scomparirà, sostituita da un’immagine confezionata a venduta, priva di ogni profondità. Se ne vanno tutti da Venezia? Spero di no, ma sicuramente se ne vanno in troppi».
Qual è invece la Venezia in cui si muove Di Giannantonio, che tu racconti?
«Ci sono ovviamente dei momenti in cui il commissario e i suoi colleghi attraversano luoghi celebri, come ad esempio Campo San Polo o le Fondamenta della Misericordia a Cannaregio, ma il mio tentativo è quello di descrivere angoli poco noti: quando preparo un libro vago per la città, annotandomi scorci, vedute, dettagli che mi sembrano sorprendenti, non scontati. Prendo luoghi reali e magari cambio qualche nome, evitando così di ambientare un delitto in un posto celebre, per esempio un palazzo nobiliare che esiste davvero… qualcuno potrebbe non gradire. Quando ho scritto Silenzio mi sono inventato un’isola privata immaginaria, ma che era basata su un’isoletta nel nord della laguna che è assolutamente reale».
Il romanzo ha anche molti coprotagonisti, spesso fondamentali per la trama. Chi sono e cosa rappresentano per il commissario?
«L’ispettore Lo Russo, la sovrintendente Dashwood e – nuovo acquisto – l’agente Santapaola sono tutti foresti, come si dice a Venezia, gente di fuori. È una scelta consapevole, perché mi interessa uno sguardo esterno sulla città, i suoi abitanti, le sue calli e i suoi canali. Solo così si può avere una prospettiva distaccata, non scontata. Io sono romano, e di certo non vedo il Colosseo o la Fontana di Trevi con gli stessi occhi di chi vive altrove. È quello che in letteratura si chiama straniamento, quando si presenta qualcosa di familiare, o comune, con uno sguardo nuovo, che favorisce una riflessione, un approccio critico e non banale. La squadra di Di Giannantonio affronta i delitti – e la città che li contiene – con un costante senso di meraviglia. Nessuno di loro capisce Venezia fino in fondo, e in questo il lettore non veneziano – ovvero la maggioranza – si può ritrovare».
Senza anticipare nulla sulla trama, cosa si devono aspettare i lettori da “Qui se ne vanno tutti”?
«Diciamo molte sorprese, colpi di scena e dinamiche inattese. I personaggi si sono evoluti, hanno più sfaccettature rispetto ai romanzi precedenti. È un mondo nuovo, diverso, oscuro e quel che accade è spesso imprevedibile. Mi piacciono i libri, non solo i gialli, dove non ti aspetti quel che sta per accadere. Mi piace che il lettore si perda nella trama, sia tratto in inganno, sospetti ma non abbia certezze, fino al finale. In queste pagine provo a raccontare lo stato d’animo e le riflessioni del commissario, ma sempre legandoli a quello che sta accadendo, il crimine, le indagini e la ricerca del filo che collega i fatti, sempre ben nascosto, in modo tenerci col fiato sospeso».
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