Franco Bagnasco, ci racconta la sua ultima fatica letteraria: “La casa delle mele – Famiglia, amici (miei), star e giornali di carta”.
Giornalista, autore per radio e TV e sul web, Franco Bagnasco scrive da quasi quarant’anni di spettacolo, sia per la carta che per il web, passando da “La Provincia Pavese” a “Il Giornale”, da “Tutto Musica” a “TV Sorrisi e Canzoni”, da “Oggi” a “Gente”. Ha pubblicato il libro «Il peggio della diretta» (Mondadori Electa) e «La casa delle mele – Famiglia, amici (miei), star e giornali di carta» (Amazon), dove narra di sé, della sua famiglia sui generis, di un gruppo di ragazzi dell’Oltrepò Pavese (i Beagles) decisi a riscrivere il mito di Amici miei e dell’epopea del giornalismo nella carta stampata, senza tralasciare segreti e curiosi aneddoti realmente vissuti con moltissimi personaggi dello show business.
Franco Bagnasco, ben trovato sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”. Questo tuo nuovo libro è dedicato a chi non perde mai la voglia di giocare e in queste tue pagine fai conoscere con assoluta spontaneità e franchezza gag e goliardate che ti hanno visto protagonista. Il Franco Bagnasco di oggi è stato capace di mantenere questa dimensione ludica nell’affrontare la vita?
«Se a 58 anni facessi ancora le stesse “golionate”, pardon goliardate di quand’ero ragazzo, sarebbe preoccupante. Non tanto per me, ma per le vittime, perché nel frattempo ho acquisito sia mezzi che esperienza. Oggi in genere mi limito a fare piccole provocazioni, stranezze minimali, allo scopo di vedere le reazioni della gente sotto stress nelle situazioni più impensate. Quasi un esperimento sociologico, in genere sorprendente. Però mi auguro che gli scherzi – tutti veri e originali – che ho raccontato ne “La casa delle mele” possano entrare un giorno nella sceneggiatura di una commedia. In qualche modo figlia di “Amici miei”».
Nelle prime pagine racconti l’epopea dei Beagles e di alcune vostre “pietre miliari”, tra cui la parodia alla celeberrima sigla di “Dallas” durante gli anni del suo boom. Sbaglio nel trovare una certa assonanza con Gli Squallor?
«Lo ammetto, gli Squallor sono stati un nostro faro adolescenziale, ma loro giocavano in un altro campionato. Ancora oggi quando ho un po’ di malinconia ascolto il sax di “Cornutone”, ed è una panacea. Meglio di un antibiotico. Forse noi siamo stati più vicini a Elio e le storie tese, anche qui senza averne mai eguagliato la grandezza. Diciamolo chiaro. Però abbiamo sempre avuto una nostra cifra, ruspante, spesso dialettale, precisa, scanzonata, a volte anche non banale. Ci sono alcuni pezzi dei quali, da addetto ai lavori, riesco persino a non vergognarmi».
Che fascino ha per te il dietro le quinte? C’è un capitolo a cui sei particolarmente affezionato?
«Ho una vera e propria ingordigia, da sempre, per i backstage dello spettacolo, che il grande Giorgio Calabrese, che considero uno dei miei maestri, amico di mio padre, raccontava a casa quand’ero piccolo. Me li bevevo, letteralmente. Essendo lui paroliere – ha scritto il maggior numero di brani per Mina – ma anche autore televisivo, aveva infiniti contatti con i personaggi e lo stesso gusto per il racconto, per la battuta, il sapido retroscena. Poi se fosse per me alla gente io racconterei tutto. Ma sui giornali non sempre si può, per tanti motivi. Se mi chiedi a quale aneddoto sono più affezionato è sicuramente il racconto di come feci lo scoop rivelando la storia tra Maurizio Costanzo e Maria De Filippi. È riportato nei minimi dettagli nel libro. Però per leggerlo vi tocca andare su Amazon e comprarlo»
Ti sei divertito, quindi, nella stesura de «La casa delle mele»?
«È stata una via di mezzo tra la scrittura – alla quale sono abbastanza avvezzo – e l’operazione psicoanalitica. Devi far riaffiorare mille cose che tieni a raccontare, cercando di non dimenticare importanti pezzi del puzzle. Alcuni, non molti, ovviamente li ho dimenticati. Ogni tanto me ne riaffiora qualcuno e mi sveglio di notte in una pozza di sudore mortificandomi poi con un cilicio. Ma mi sento di rassicurarvi: non ci sarà un secondo capitolo. Al massimo una seconda edizione aggiornata».
Scrivi “La città in genere ti ignora. La provincia può coccolarti e tenerti in un palmo di mano”. La pensi ancora così?
«La città è la dimensione anonimizzante per antonomasia. La provincia invece è spietatamente, strutturalmente costruita per essere l’esatto contrario, nel bene e nel male. Farsi i fatti propri in città è la regola. Farseli in provincia è quasi impossibile. Max Pezzali, ora su Sky con Nord Sud Ovest Est, la serie tv sugli 883, la provincia (la mia stessa provincia peraltro) l’ha raccontata molto bene».
Non fai mistero che la libertà di poter scegliere del proprio destino è da sempre un elemento primario. L’ironia è altrettanto salvifica?
«L’ironia aiuta molto, ed è per me da sempre uno dei sintomi primari dell’intelligenza. Chi non l’ha nel software è molto sfortunato. D’altro canto se sei ironico molto probabilmente sarai anche sensibile, e la sensibilità è una lama a doppio taglio. Ti dà maggiore creatività ma ha le sue note controindicazioni. A volte mi piacerebbe essere come quella collega un po’ frivola alla quale anni fa spesso si avvicinava un altro anziano collega e, posandole la mano su una spalla, le diceva con fare rassegnato: “Beata te… Beata te… Beata te che non capisci un c…”».
Che rapporto hai con la musica?
«Ne ascoltavo molta. Oggi meno perché fra trapper e rapper siamo in un abisso qualitativo indecifrabile. Con alcune dovute eccezioni, ma usciremo dal tunnel, prima o poi. Rovinato da Tozzi e Baglioni, dei quali divoravo i pezzi, sono una banca dati sul repertorio italiano che va dai 60 ai 90. Gli amici mi chiamavano Juke-box. Quando esistevano ancora. Ora karaoke, forse. Poi mi piacciono i grandi crooner».
Qual è il tuo punto di vista sul passaggio al digitale? E sull’AI?
«Dal punto di vista editoriale, siamo finiti. Non solo per la crisi della carta stampata e il web che tiene botta ma non guadagna ancora abbastanza. Parlando della fattura del prodotto, se qualunque Intelligenza Artificiale è in grado di scrivere un pezzo prima e meglio di me – no, anzi, di un altro -, che cosa resta? Il capitale di trovare le notizie, che hanno sempre il loro mercato, e saper fare buone interviste. Cose che non sono surrogabili dall’AI».
Potresti scrivere di tutto, anche di sport previa acquisizione delle basi, ma non di disgrazie e di cronaca nera. Per concludere, della nostra professione di giornalisti cosa pensi?
«Ricorda un po’ un funerale, ma non di prima classe. L’AI aiuta per certi versi ma ti stronca per altri. Chi è nelle redazioni subisce un clima spesso indegno perché la crisi genera nervosismo e mostri. Con il rischio che un giorno si svegli un manager e decida di chiuderti da un secondo all’altro. E il paradosso è che sul necrologio non puoi neanche scrivere: “È mancato, circondato dall’effetto dei suoi cari”, perché in genere nell’ambiente ci detestiamo tutti. La volevate una bella intervista divertente? Eccovi serviti».
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