Figlie del silenzio, di Francesca Silvestri
Arriva il nuovo libro di Francesca Silvestri dal titolo “Figlie del silenzio”, ne parliamo con l’autrice per la rubrica Libri e Scrittori.
Dopo l’esordio in narrativa avvenuto nel 2022, la giornalista ed editor Francesca Silvestri, fondatrice nel 2020 del Premio Letterario Nazionale Clara Sereni, è tornata in libreria il 28 marzo scorso con il romanzo Figlie del silenzio, sempre per Les Flâneurs Edizioni nella collana Montparnasse.
Perché una donna finisce nell’oblio della memoria familiare? Che significato può avere il silenzio su una vicenda biografica, quella di Alaide, che ha attraversato tre generazioni di donne?
Francesca Silvestri, benvenuta su La Gazzetta dello Spettacolo. Porti alla ribalta e dai voce alla difficile condizione femminile del primo Novecento vissuta dietro le sbarre dei conventi o dei manicomi. Perché questa scelta e come è stato amalgamare la storia con la s minuscola a quella con la S maiuscola?
Grazie a te per l’opportunità di poter raccontare ai lettori la storia di Alaide, la protagonista di “Figlie del silenzio”, una vicenda che mi è stata raccontata in maniera molto approssimativa diversi anni fa e mi ha subito incuriosito. Era una storia familiare che usciva dai confini del privato e riportava in superficie argomenti importanti, come la condizione femminile nel primo Novecento, ma anche temi più profondi, come la maternità negata, la volontà (familiare e sociale) di nascondere o insabbiare scandali, la salute mentale, i conventi e i manicomi, il loro ruolo nella società del tempo e, in particolare, nell’universo femminile. La vicenda reale era piena di lacune e di “si dice”, “sembra”, “forse” e altre incertezze. Alaide era una donna come tante, vissuta a cavallo tra due secoli (nata nel 1898 e morta nel 1929), scomparsa prematuramente e in circostanze poco chiare a soli 31 anni, subito dopo aver avuto il suo primo figlio. Ma la cosa che mi ha più intrigato è che di questa donna si erano inspiegabilmente perse le tracce, nella propria famiglia, con la morte dell’ultima delle sue pronipoti. Fin qui la storia vera o presunta, perché a volte si scendeva addirittura nella deriva del pettegolezzo, basata sulle poche informazioni di chi ancora la ricordava. I documenti e le foto che man mano ritrovavo non dicevano di più, spesso il suo volto rimaneva nascosto dai capelli o dai cappelli. Era come se mi sfuggisse, volesse restare nell’ombra. Più andavo avanti nella ricerca, più annotavo tutto e cercavo di rimettere in fila i pezzi di una vicenda che forse non poteva essere ricostruita del tutto, ma questo l’ho capito molto tempo dopo. Così, da un certo punto in poi, ho deciso di abbandonare il dato reale e mi sono lasciata andare, trasformando la vicenda biografica di Alaide in romanzo. Solo in questo modo si sarebbe potuto far luce anche su tutte le tematiche importanti che si portava dietro. Un lavoro di lenta emersione dall’oblio (della storia e della ricerca).
Credi che il tuo essere giornalista possa averti influenzato nell’andare “a caccia” di storie?
Penso proprio di sì. Non è un caso, credo, che il mio primo romanzo “L’arrocco” sia stato definito un “romanzo d’inchiesta” da un maestro del giornalismo italiano come Domenico Quirico che ne ha firmato anche la prefazione. C’è da dire che la scrittura offre diversi appigli che esulano volutamente dal reale e si collocano nell’empireo della “fiction”, perciò è facile che una donna come Alaide ad un certo punto della sua vita, e dopo molta sofferenza, incontri la via salvifica dell’arte, frequenti le artiste russe del primo Novecento, come Tamara de Lempicka, Emma Bonazzi, in arte Tigiù, una delle più grandi grafiche pubblicitarie del tempo, o Alberto Martini, per liberarsi dalle catene delle convenzioni sociali. Confesso però che io non vado quasi mai a caccia di storie, né costruisco personaggi e trame a tavolino! Forse per questo non amo definirmi scrittrice, ma appassionata di scrittura. Le storie dei miei romanzi mi sono venute incontro, mi hanno chiamato in qualche modo, io le ho solo raccolte e gli ho dato forma, ho sentito l’urgenza di scavarle nel profondo e alla fine ho capito che solo scrivendole e trasformandole in romanzo potevano prendere vita e appartenere non più solo a me.
Quando ho iniziato a dipanare la matassa intricata della famiglia Fabbrini, ho vagato anche io per archivi parrocchiali e cimiteri osservando tombe ed epigrafi, ho interrogato persone, anche molto anziane, e visitato i luoghi che erano stati teatro della vicenda. Ma il risultato è stato che… non trovavo nulla, nessuna traccia ragionevolmente plausibile che potesse far luce sulla vicenda di Alaide, niente più di quelle voci che riportavano solo informazioni per sentito dire. E forse è stata proprio questa la molla che ha dato vita e linfa alla nascita del romanzo. Mi sono affidata alle sensazioni, alle emozioni e a un “sentire” più profondo dell’evidenza che mi ha portato a completare non dico subito, ma a distanza di diversi anni, questo mosaico ingarbugliato. Ho utilizzato tutti sensi e la storia finalmente è stata scritta.
Entriamo più nel vivo del libro. Facci conoscere da vicino Alaide Fabbrini, la protagonista, e Matilde, giovane archivista e sua discendente, che si mette quasi per caso sulle sue tracce.
Alaide e Matilde sono due giovani donne in cerca di verità. L’una per la sua vicenda personale che, poco più che ventenne, scopre di avere due madri, quella che l’ha cresciuta e quella biologica con tutto il dramma che questo porta con sé. L’altra, Matilde, è una sua pronipote che, del tutto casualmente, sente pronunciare il nome di Alaide, mai sentita nominare prima in famiglia e di cui nessuno, volontariamente o no, parla più da anni. Sono due donne forti e coraggiose, che attraversano il dolore ma nella sofferenza riescono a intravedere un passaggio, ferite che divengono feritoie attraverso cui ricominciare. Alaide e Matilde forse si assomigliano, affrontano l’oblio e il silenzio, vanno contro gli stereotipi della loro epoca. Si potrebbe quasi dire che l’una è l’alter ego dell’altra in un intreccio che potrebbe apparire surreale se non fosse che le basi di questa storia sono reali, a partire dall’atto di nascita di Alaide che viene trascritto e riportato integralmente all’inizio del romanzo. Il dato reale appunto, che sancisce la sua esistenza nel mondo.
Hai indagato tematiche importanti, come la malattia mentale all’inizio del Novecento, ovviamente molto prima della legge Basaglia, e la facilità con cui le donne spesso venivano rinchiuse in manicomio o in convento per la loro stravaganza, cioè per una personalità che difficilmente rientrava in certi stereotipi. Sarebbe stato possibile, dalle tue ricerche, scrivere una storia simile ma al maschile?
Domanda interessante. Forse no, anche se innegabilmente la sofferenza e l’emarginazione della malattia mentale non ha genere né età e molti sono stati uomini, spesso giovani, rinchiusi coattamente in manicomio. In realtà, nelle ricerche che ho svolto per scrivere “Figlie del silenzio”, leggendo molti documenti, cartelle cliniche, biglietti e lettere di vecchi ospedali psichiatrici, ciò che emergeva di più erano le testimonianze dei pazienti. Intendiamoci: erano lettere e biglietti mai spediti ai destinatari. A volte erano semplici richieste di aiuto ai familiari, altri erano diari, altre ancora, la maggior parte, descrizioni minuziose dei trattamenti “sanitari” che venivano somministrati giorno per giorno agli internati/pazienti, senza contare gli abusi. Molti di questi carteggi erano a firma femminile. Alcune lettere sono raccolte nel romanzo e testimoniano come i pazienti del manicomio, nella maggior parte dei casi, non solo non guarivano, ma spesso entravano per futili motivi che nulla avevano a che vedere con la malattia mentale e uscivano, se uscivano, irrimediabilmente compromessi nel fisico e nella mente.
Per concludere, la narrativa contemporanea spesso risulta inflazionata, ma questo salto indietro nella storia cosa pensi e ti auguri possa dare ai lettori e alle lettrici di oggi?
Oggi molte scrittrici e scrittori lavorano sui temi della memoria, delle radici, della saga familiare, del romanzo storico. Al di là della tendenza del momento, se la letteratura permette di rileggere e analizzare la storia per guardare consapevolmente al presente è sicuramente un bene. Se è vero, come credo, che il futuro si costruisce a colpi di passato – parafrasando uno dei miei grandi maestri, Franco Fortini – penso, anzi spero, che la storia di Alaide Fabbrini sia un monito per le donne di oggi per liberarsi dallo stigma del passato, che le ha viste imbrigliate in stereotipi e modelli patriarcali. Nello stesso tempo temi come la memoria, familiare e storica, rappresentano una spinta per affrontare i nodi del passato anche attraverso la scrittura. Che ci piaccia o no, siamo frutto di scelte e strade che i nostri antenati hanno percorso e segnato prima di noi. Solo conoscendo a fondo le nostre radici e accogliendo il nostro essere nella sua pienezza e dualità, i lati in luce e quelli in ombra, nei suoi cambiamenti e nella sua parabola esistenziale potremmo veramente trasformare la nostra vita in qualcosa di immensamente grandioso e, se possibile, anche utile per gli altri.
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