Dal set di “Mare Fuori” a quello de “Il Boemo”, Antonio De Matteo tra esperienza reale e di vulnerabilità.
Ci sono attori che si nascondono dietro i personaggi che interpretano, e altri che invece li costruiscono partendo da se stessi, dalle proprie ferite, dai propri affetti, dalla propria terra. In questa intervista Antonio De Matteo racconta il suo metodo di lavoro – fatto di gesti fisici, ricordi personali e un rapporto quasi fotografico con la fragilità altrui – e si concede una riflessione più intima su Napoli, sul successo, sulle persone che hanno creduto in lui prima ancora che lui credesse in se stesso.
Antonio De Matteo bentornato tra le pagine del magazine “La Gazzetta dello Spettacolo”. Hai interpretato ruoli molto diversi tra loro — un ragazzo di Mare Fuori, una figura storica in Leonardo, un personaggio del Settecento ne Il Boemo. C’è un filo invisibile, qualcosa di tuo, che ritrovi ogni volta che entri in un personaggio, indipendentemente dalla storia che stai raccontando?
«Sì, cerco sempre delle congruenze con me stesso, anche minime, per mantenere un senso di realtà. Dopodiché cerco di trovare l’umanità all’interno del personaggio, per una questione di comprensione e di empatia, allontanandomi dal pregiudizio, per farlo il più mio possibile. Cerco poi di caratterizzarlo fisicamente attraverso qualcosa di concreto — un movimento, un gesto — perché deve risultare il più naturale possibile. Quel gesto mi suggerisce anche ciò che il personaggio fa, come agisce, e io lo faccio mio esercitandomi costantemente perché lo diventi davvero»
Quando chiudi le riprese di un progetto e lasci andare un personaggio a cui hai dato corpo e voce per mesi, cosa resta dentro di te? C’è mai stato un ruolo che hai fatto più fatica a lasciare andare rispetto agli altri?
«Resta di me, resta del personaggio. Quello che mi rimane, soprattutto, è l’esperienza, perché il bello di questo mestiere è poter esplorare le vite degli altri. Cerco sempre di trarne un insegnamento umano, ideologico, psicologico da ciò che sono riuscito a portare in scena, insieme a una grandissima emozione. Mi restano dentro tutte le emozioni che ho provato indossando quei panni».
Napoli è spesso raccontata attraverso storie di strada, di rinascita, di conflitto. Tu che quella città la porti dentro davvero, cosa senti quando vedi la tua terra raccontata sullo schermo, a volte anche attraverso i tuoi stessi personaggi?
«Napoli per me rappresenta casa, in qualche modo. Sono di Caserta, ma ho sempre avuto un amore smisurato per Napoli e per i napoletani, e grazie a Mare Fuori mi ritengo un napoletano d’adozione. È stata raccontata in moltissimi modi, e c’è ancora tanto da raccontare di lei: il problema è che i racconti diventano spesso troppo riduttivi, diventano un’icona per tutti gli altri, mentre noi, da napoletani e da cittadini, viviamo tutt’altro. Anche da spettatore vorrei poter vedere raccontate altre cose, aggiungere nuove esperienze visive, cinematografiche e televisive di genere diverso. Non so sinceramente in che modo poterlo fare, ma sono sempre alla ricerca di un tassello in più da aggiungere all’infinita possibilità di racconto della nostra terra».
C’è un momento della tua vita, prima ancora di diventare attore, che ancora oggi torna a galla quando devi affrontare emozioni forti su un set — dolore, rabbia, paura?
«Il lavoro dell’attore è proprio questo: almeno alcune tecniche rappresentano esattamente questa cosa, quella della riviviscenza, come diceva Stanislavskij, o quantomeno il tentativo di immaginare un’esperienza e ricrearla dentro di sé. Ne ho utilizzate tante, di esperienze: il rapporto con mio padre, quello con mio figlio, le persone che amo. Questo è il bello — non le sfrutto, le uso come parte di me. Tutta la mia vita reale la porto con me, e mi faccio accompagnare da essa per trovare un terreno fertile su cui costruire i miei personaggi. Ho sempre bisogno, soprattutto quando si tratta di personaggi reali, di partire da qualcosa di concreto, non di surreale o onirico — anche se in quel caso utilizzerei altri strumenti che pure mi appartengono. Fondamentalmente cerco di rappresentare una realtà che in qualche modo devo aver vissuto, o che mi sono almeno messo a immaginare. È quello che faccio sempre, con tutti i personaggi. Anche per questo utilizzo molto il corpo: la fisicità mi dà la concretezza del gesto, dell’azione, del personaggio — è la base della sua verità».
Recitare significa in un certo senso mostrarsi vulnerabile davanti a una macchina da presa e a una troupe intera. Come hai imparato, se ci sei riuscito, a fidarti abbastanza di te stesso da lasciarti andare in quel modo?
«Ogni giorno aggiungo un tassello anche a questo. È molto difficile. Il lavoro da fotografo che faccio mi ha aiutato a vederlo dall’esterno, a capire la necessità di far emergere una fragilità. Quando faccio dei ritratti, infatti, parlo molto con i miei soggetti, perché mi interessa la fragilità nei loro sguardi, nei loro occhi. È la stessa cosa che faccio sul set: cerco le incrinature, la fragilità estrema di tutti i personaggi, anche quando sembrano molto forti, perché è quello che li rende umani, che li rende vicini a noi. Credo che il pubblico, in questo modo, possa immedesimarsi e ritrovare qualcosa di sé. La fragilità è stata qualcosa che ho dovuto imparare ad accettare, senza dubbio, perché è molto difficile. All’inizio tendi a caricarti di un’armatura per allontanare questa fragilità e questa vulnerabilità, perché spaventano. Con il tempo, però, ho capito — anche attraverso gli errori, la possibilità di sbagliare durante la recitazione, durante le scene, durante il lavoro di preparazione — che è proprio lì che si misura la potenza dei personaggi che si interpretano, la loro forza e la loro umanità. Ho cominciato quindi a usarla: all’inizio cercavo di rifuggirla, poi ho scoperto che era proprio il mio punto di forza, quel qualcosa in più».
Guardando indietro al percorso che ti ha portato fin qui, c’è una persona — un maestro, un familiare, un amico — che ha creduto in te prima ancora che tu credessi in te stesso?
«Sì, c’è stata una persona molto concreta: la professoressa Roberta Brizzi. Durante un’occupazione del liceo era una dei pochi insegnanti ad aver aderito alla protesta dei ragazzi, e si è fatta portavoce della protesta anche all’interno del corpo docenti. Fu lei a proporci, durante quei giorni di occupazione, un lavoro teatrale, e io la seguii fin dall’inizio perché la trovavo divertente, simpatica — un adulto finalmente attento ai ragazzi. Questa cosa me la sono portata dietro anche dopo, perché è stata lei ad avviarmi a questo mestiere, a spronarmi a farlo e a continuarlo, perché vedeva in me qualcosa».
Il successo arrivato con progetti visti da milioni di persone cambia inevitabilmente qualcosa. Cosa hai dovuto imparare a proteggere di te stesso, della tua vita privata o della tua identità, da quando sei diventato un volto riconosciuto?
«Cambia molto. Cambia soprattutto la percezione che gli altri hanno di te, e rischia di cambiare anche la percezione che hai di te stesso. Molti cadono nella presunzione di onnipotenza, ma le persone che mi sono scelto nella vita mi permettono — anzi, in un certo senso mi costringono — a rimanere legato a quello che sono, al mio passato, alla mia storia, e questo diventa il mio presente. Cerco di proteggere le persone che mi stanno intorno. Spesso la gente, per emotività, per passione, nel volermi dimostrare quanto le sia piaciuto il lavoro che ho fatto — che abbiamo fatto tutti, nei vari progetti a cui partecipo — può risultare invadente, ma mai con cattiveria: lo fa sempre con la migliore delle intenzioni».
La Gazzetta dello Spettacolo Il quotidiano dello ShowBiz