Dal mito degli 883 al nuovo spettacolo teatrale: Mauro Repetto si racconta tra sogno americano e donne perfette.
C’è un’energia che non invecchia, un’elettricità che sembra scorrere identica tra i palchi del Festivalbar degli anni ‘90 e i teatri italiani di oggi. Mauro Repetto non è un uomo che vive di ricordi, ma un artista che ha trasformato la sua “fuga” in una ricerca costante di libertà. Dopo aver ridefinito il pop italiano insieme a Max Pezzali, oggi Repetto torna in scena con “Ho trovato Spider-Woman”, un racconto che abbandona l’intelligenza artificiale per abbracciare la “nuda verità” del teatro. In questa intervista esclusiva, ci svela chi è davvero la sua supereroina, confessa di sentirsi ancora quel ragazzo biondo che faceva ballare l’Italia e spiega perché, tra un sogno americano “bevuto a canna” e un presente parigino, la sua vera protezione rimane sempre la musica, scritta con lo spirito rock della sua Pavia-New Jersey.
“Non darei consigli a chi ha paura di fallire. L’unica cosa che conta è finire la giornata col sorriso, sapendo di avercela messa tutta. Il resto è vita.”
Benvenuto a Mauro Repetto sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”, il titolo del tuo spettacolo evoca un archetipo potente. Oltre alla citazione pop, chi rappresenta per te oggi la ‘Spider-Woman’? È una figura salvifica incontrata nel tuo percorso a Disney o è una metafora di quella forza interiore che ti ha permesso di tessere una nuova tela dopo gli anni dei grandi riflettori?
«Grazie a voi! Per me Spiderwoman è lo statuto della donna di oggi. Ma quante cose fa la donna di oggi? Cioè, portinaia, amante, chirurga, generale di armata, capa di una ditta multinazionale, mamma, sorella, amante, moglie. Ma lei ha tutte queste maschere, tutti questi abiti. E poi tutti si cuciono in un solo momento della giornata. E lei ci chiede una sola cosa: che la guardiamo per com’è veramente. E vediamo che ha un costume da supereroe, da Spiderwoman. Vogliamo deciderci un po’ a celebrare questo statuto di supereroe che oggi è proprio quello della donna? Ecco la risposta».
Nello show precedente utilizzi l’intelligenza artificiale per dialogare con il te stesso del 1992. Se potessi uscire per un attimo dal copione, qual è la cosa che il Mauro di oggi invidia a quel ragazzo biondo che ballava sul palco del Festivalbar e, viceversa, cosa quel ragazzo non potrebbe mai capire della tua vita attuale a Parigi?
«Sì, nello spettacolo precedente alla ricerca dell’uomo oranio usavo l’intelligenza artificiale. Non ho più voglia di utilizzarla adesso in “Ho trovato Spiderwoman”. Il ragazzo che ballava nel Festivalbar è esattamente il ragazzo di oggi che calca le scene dei teatri di tutta Italia con la stessa energia, con la stessa voglia di avere una cena con 800/1000 persone del pubblico, con la stessa voglia di sedurli, con la stessa voglia di rompere il ghiaccio con l’autoironia, di raccontare una storia e di ascoltare una storia del pubblico perché bisogna interagire a teatro. Non c’è niente di differenza quindi rispetto all’anagrafe a parte rispetto a questo ragazzo biondo che ballava sui palchi del Festivalbar con questo ragazzo un po’ canuto, un po’ bianchino che diciamo calca le scene dei teatri di tutta Italia con “Ho trovato Spiderwoman”».
Hai vissuto una fase della vita che molti definirebbero di ‘fuga’, ma che tu hai spesso descritto come una ricerca di libertà. In un’epoca dominata dall’ossessione per la visibilità e i social, che consiglio darebbe “l’uomo invisibile” a chi oggi ha paura di essere dimenticato o di fallire?
«Allora prima di tutto io ho sempre sognato l’American Dream e l’ho fatto, l’ho bevuto a canna, ghiacciato ed è stato bellissimo farlo, non ho fuggito assolutamente niente, rifarei tutto diecimila volte all’istante preciso anche oggi e oggi vivo, guarda un po’, l’Italian Dream e ogni volta che vengo in Italia mi piace di brutto e comprerei un appartamento in Sicilia, in Toscana, in Lombardia, in Liguria. Ogni volta che vengo in Italia mi innamoro di una cosa e vorrei comprarla subito e non darei nessun consiglio a oggi a chi ha paura di essere dimenticato o chi ha paura di fallire, perché sappiamo benissimo che ognuno di noi arriva alla fine della giornata mettendocela tutta, quindi il mio solo consiglio è quello di avere il sorriso sulla bocca, il sorriso sempre alla fine di ogni giornata quando fai un consuntivo, ce l’hai messa tutta e vada come vada».
Passare dalla canzone pop alla dimensione teatrale e alla scrittura (come nel tuo libro “Non ho ucciso l’uomo ragno”) richiede un ritmo diverso. Come cambia la tua energia sul palco quando non hai più la protezione di una hit radiofonica, ma solo la nuda verità della tua storia da raccontare?
«Attenzione, io sto facendo degli inediti con un’energia pop rock di una diagonalona a Pavia New Jersey, come alla fine del liceo sto andando a tingere tutte le mie forze musicali da Bon Jovi, da Tom Waits, da Springsteen, quindi la hit radiofonica la sto cercando e per me è una gioia comunque farla per il mio pubblico teatrale, quindi ho sempre la protezione di questo pezzo che io scrivo ogni volta che propongo live al mio pubblico a teatro, quindi non è solo la mia sola verità da raccontare nuda, ma è proprio un racconto che io celebro col mio pubblico a teatro e che faccio in maniera hit radiofonica, anche se per il momento non hanno il successo di 30 anni fa, come in riva te, come ti amerò e come tutte le altre che tirerò fuori con un’energia pop rock da New Jersey pavese».
Il pubblico continua a vedere in te e Max un’unità inscindibile, quasi mitologica. Oltre all’amicizia, quanto c’è della vostra ‘scintilla’ originale in questo nuovo show? C’è un momento specifico dello spettacolo in cui senti che Spider-Woman e l’Uomo Ragno finalmente si stringono la mano?
«Quello che era Peter Parker oggi è veramente la donna di tutti i giorni, è la cuoca di Gallarate, oggi è la portinaia, oggi è se vuoi la maestra degli elementari, oggi è la direttrice dei computer Dell che fa del marketing e che si spacca i marroni ogni giorno per trovare qualcosa sia alla propria famiglia sia al proprio team di lavoro. Quindi celebriamo, ve l’ho detto all’inizio, Spider-Woman come donna qualunque di tutti i giorni che assume il ruolo e lo statuto di supereroe, perché in fondo noi quando ci mettiamo noi maschetti, quando ci mettiamo un costume, una maschera, è una cosa da codardi perché ce lo mettiamo forse per evitare che la tipa e che la vita ci riconoscono e che vadano via perché non siamo all’altezza, mentre invece la donna quando mette un costume da supereroe è proprio per proteggerci».
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