Tra il successo di “Un Posto al Sole” ed il teatro condiviso con la moglie Marina Lorenzi, Riccardo Polizzy Carbonelli si racconta.
C’è un confine sottile, quasi magico, che separa la vita vissuta dal palcoscenico, specialmente quando a condividere entrambi è una coppia affiatata. Riccardo Polizzy Carbonelli, volto amatissimo del piccolo schermo, ci invita a varcare questo confine portandoci nel cuore di “Un letto per due”, la commedia che lo vede protagonista accanto alla moglie Marina Lorenzi.L’intervista si trasforma presto in una riflessione profonda sulla natura dei rapporti umani. Con un pizzico di autoironia, l’attore riconosce nella figura femminile il vero “motore” del cambiamento, ammettendo una sorta di immaturità congenita dell’uomo nelle dinamiche di coppia rispetto alla lungimiranza femminile. Il segreto della loro armonia? Una distinzione netta tra il piano professionale e quello privato, maturata in anni di collaborazione prima ancora di diventare una coppia nella vita. Ma non c’è solo il teatro. Carbonelli affronta con gratitudine il legame indissolubile con il pubblico di “Un Posto al Sole” e il suo iconico Roberto Ferri. Nonostante il successo longevo, l’attore mantiene lo spirito dell’apprendista, citando i grandi maestri e sottolineando l’importanza di “rubare con gli occhi” e saper accogliere le critiche costruttive per arricchire la propria tavolozza espressiva.Tra anticipazioni sui futuri scontri “generazionali” del suo Ferri e il desiderio di continuare a calcare le scene con Marina, emerge il ritratto di un artista che non ha perso la voglia di emozionarsi. Un uomo che, nonostante gli anni di carriera, crede ancora che l’amore, fatto di rispetto e comprensione, sia l’unico motivo per cui valga davvero la pena di vivere.
Benvenuto Riccardo Polizzy Carbonelli sul magazine “La Gazzetta dello Spettacolo”. “Un Letto per due” è una brillante commedia che ti vede in scena proprio con tua moglie, Marina Lorenzi: ma perché si dovrebbe vedere?
«Questa è una domanda che si potrebbe estendere a tanti altri progetti che partono da spettacoli, fiction, film… rimanendo nel nostro piccolo ambito, che è l’ambito del nostro artigianato, diciamo che è una commedia nella quale ci si può ritrovare e identificare come coppie. C’è sempre qualcosa da scoprire nelle coppie viste da fuori: quando litigano, quando scimmiottano, quando si fanno delle tenerezze; quando si mettono il broncio oppure quando arrivano al mare e preparano la giornata… viste da fuori le coppie sono sempre molto buffe, divertenti, anche quando litigano, nulla di inquietante perché inquietante diventa vedere violenza; ma quando invece le vedi a tratti ridicole, un po’ grottesche… ti accorgi di tante cose. La bravura di Tato Russo, con uno sguardo rivolto più al femminile che al maschile, è riuscita ad inquadrare un rapporto a due, soprattutto dal punto di vista della donna: la donna è il motore, il principio del movimento, dell’evoluzione, del cambiamento. La donna è il corpo trainante inevitabilmente, mentre l’uomo è sempre un po’ più lento nel prendere decisioni. Magari sul lavoro è straordinario, però nella vita coniugale, nello stare insieme, nella programmazione, nella pianificazione ma anche della crescita in generale, l’uomo sta sempre un po’ più indietro. Diciamo che per natura l’uomo è sempre un po’ più immaturo rispetto alla donna. Io mi ci vedo molto in questa cosa, sarà che sono “cresciuto” con Marina, quando ancora non stavamo insieme, anche se già lavoravamo insieme. Praticamente io facevo battute e tutti ridevano… tranne lei, che mi sbatteva la porta del camerino in faccia. Sono abituato a considerarmi una persona che, in un certo senso, tiene molto al parere di Marina e anche delle donne precedenti -quelle che hanno contato profondamente nella mia vita- perché sono sempre stati lungimiranti; noi abbiamo, per carattere, una progettualità a breve gittata, la donna, invece, a lunga gittata. Adesso, per esempio, sto un po’ discutendo con Marina sul problema del “futuro”.

Tu come lo vedi, come vedi il nostro futuro da qui a 20-30 anni?
«Sì, come lo vedo, speriamo di vederlo!».
Quindi la collaborazione professionale, artistica, incide positivamente anche nel rapporto privato?
«La cosa importante è non confondere il piano lavorativo, come piano di rivendicazione della coppia. Se la coppia ha dei problemi suoi personali, non li deve risolvere attraverso il lavoro. Sono due cose distinte. Bisogna, per l’appunto, distinguere il piano professionale da quello privato e la fortuna nostra è stata che, avendo lavorato sette anni insieme a tanti spettacoli, abbiamo avuto modo di conoscerci senza stare insieme. Nel tempo ci siamo poi fidanzati, e devo dire, per quanto mi riguarda, che è veramente un grande amore.
Io ho una venerazione spropositata per mia moglie, e a volte mi spaventa, anche perché sono molto dipendente, forse -purtroppo- complice il fatto di non avere figli, ma le sto molto addosso e questo non va bene… solo che succede. Che devo fare? Un po’ di apprensione ci sta! Lavorare molto insieme ci ha fatto conoscere e ci ha fatto rispettare, capire i momenti in cui è il caso di parlare oppure di aspettare.
Scherzando, spesso io dico che: “l’uomo deve capire sempre quando è il momento di stare zitto, quando è il momento che deve fare silenzio e quando è il momento di tacere.” Sostanzialmente non dovrebbe mai parlare.
Siamo arrivati allo stare insieme e ci siamo amati tantissimo (con sette anni di ritardo, ma tantissimo). Penso che ci siano state delle situazioni in vari momenti, se vado a ritroso nel tempo, in cui la vita ci ha messo non solo vicini a lavorare, ma in cui ci ha fatto anche incontrare in momenti strani: a delle rassegne di cortometraggi, in mezzo alla strada, mentre lei faceva il trasloco, così quando io passavo con la macchina mi chiedeva supporto… La notte tra il 9 e il 10 marzo del 2001, qualcuno ci ha messo con la capoccia l’uno vicino all’altra, e ha pensato che se non ci fossimo messi insieme, veramente non avrebbe più saputo cosa inventarsi.
Quando non hai tutta questa conoscenza precedente, utilizzi il piano professionale come piano di vendicazione della coppia, del tuo malcontento e da lì avvengono gli scontri veri e propri, attraverso cui le coppie potrebbero scoppiare. Noi facciamo una grande distinzione, proprio netta, quando lavoriamo e quando stiamo insieme. Io che la conosco bene, so che non ha avuto una vita facile, così riesco a giustificare determinati atteggiamenti, tipo risposte brusche o più distaccate».
Un personaggio teatrale che ameresti poter interpretare e che non hai ancora interpretato?
«C’è un testo di Pirandello, “Non si sa come”, il cui protagonista è bellissimo. Nella mia vita ho cercato di non avere rimpianti, di fare tutte scelte amate. Ho subito questo cambiamento, come anche questa riduzione lavorativa che sto vivendo nel doppiaggio, che non mi sta assolutamente bene. Il senso di quello che noi facciamo, spesso mi interrogo, a chi possa interessare. Non c’è un vero e proprio addestramento, un incitamento. Sembra quasi che il teatro sia diventato un “fatto generazionale”, però poi i ragazzi quando vanno al teatro si divertono. Questa è la cosa strana: secondo me si deve premere di più sul concetto che la cultura non è necessariamente pesante, dà solo la possibilità di “aprire” la testa, e di conseguenza pensare con la propria mente, prendere le proprie decisioni. Leggere un libro, guardare uno spettacolo di un grande autore o come quando eravamo piccoli noi, che ancora non eravamo così abili da leggere i grandi romanzi, li guardavamo in televisione avendo la possibilità di conoscere Dostoevski, Cekov, i vari Goldoni. Noi siamo stati allevati con programmi scolastici, sia con educazione familiare, a vedere spettacoli di danza, di opera lirica, di teatro, di cinema, di balletto. Eravamo abituati, ora viviamo di tablet, realtà virtuale, sulle serie televisive e sulla violenza; questo sicuramente non ha inciso positivamente sull’andare a teatro. Se dovessi scegliere oggi, vedendo i cartelloni teatrali, sono pochi gli spettacoli che andrei a vedere. Andrei a vedere quelli dei grandi maestri, andrei a vedere Orsini e Branciaroli, andrei a vedere Lavia.
Ora mi riallaccio alla prima domanda: “Perchè vedere un letto per due?” Perché è una commedia leggera dove ci si può ritrovare, dove soprattutto l’amore vince, anche nei contrasti, la coppia riesce sempre a trovare un punto d’incontro… e come dice sempre Marina, sarebbe bello che nel guardarsi, e magari nel riconoscersi in alcune situazioni, le coppie potessero recuperare o rivedere il proprio compagno o compagna. Ribadire, riconfermare le scelte fatte. L’amore è bello quando fatto di rispetto, di crescita e di comprensione, l’unico motivo per cui vale la pena di essere vissuto. Altrimenti, se diventa una galera…».
C’è stato mai qualcuno che ti abbia veramente confuso Riccardo Polizzy Carbonelli con il tuo personaggio, Roberto Ferri di “Un Posto al Sole”?
«No, no, per fortuna non è mai successo, però succede una cosa strana; magari interpreto un personaggio totalmente diverso a teatro, e ai ringraziamenti finali sento una voce che esclama: “Bravo Ferri!”».
Che rapporto hai con il pubblico?
«La gratitudine che io ho sempre nei confronti di “Un posto al sole”, della Rai, della Fremantle, che è la casa di produzione per conto della Rai, è così grande che mi fa essere sempre molto disponibile, sempre a disposizione del pubblico che mi ferma. Bisogna sempre pensare che se non ci fosse stato il pubblico, la gente, io avrei già chiuso Baracca e Burattini da parecchio. Bisognerebbe sempre essere grati di questa cosa.
Quindi, anche quando sono stanco ho sempre la rivitalizzazione, pensando soprattutto ai fan, a chi mi segue. Ovviamente io ancora gioco a pallone, vado in palestra, non vedo l’ora che arrivi l’estate perché io le piscine non le amo, però mi piace nuotare al mare e mi faccio delle nuotate molto lunghe, che mi danno una gioia incredibile. Sono molto attivo da questo punto di vista ma a volte, quando gli acciacchi che ti fanno “arrancare” si fanno sentire, qualche domanda te la fai».
C’è una frase, un consiglio di cui fai sempre tesoro e che vorresti tramandare alle nuove leve?
«“Rubare con gli occhi e con le orecchie”. Per fare questo, però, devi avere una grande passione e anche una predisposizione all’ascolto… e per avere una predisposizione all’ascolto bisogna essere umili, non presuntuosi e arroganti. Quando si è ragazzi, anche quando si comincia la scuola di recitazione, si hanno le proprie idee, pure nella propria immaturità. Il mio maestro diceva spesso che: “per essere moderni bisogna tornare all’antico”. Io, quando ho avuto la fortuna di fare la tragedia nei luoghi deputati della tragedia (parlo di Siracusa, di Ostia Antica, parlo di Segesta, Ferento e Viterbese), ti rendi conto che quando ti rivolgi agli dèi c’è solo un modo. Io pensavo ce ne fossero altri, invece no, c’è solo un modo, ma non è il modo unico: è come portare la voce e crederci fino in fondo. Tutti quanti noi abbiamo avuto le nostre rivoluzioni, le nostre ribellioni all’autorità che magari ci diceva “Dilla così, dilla cosà” e magari noi rispondevamo “non mi piace così, mi sembra troppo all’antica”. Allora c’era sempre Ileana Ghione, altra grandissima figura fondamentale della mia formazione. Lei era una grande imprenditrice che gestiva il suo teatro e che ci ha fatto crescere facendo i primi protagonisti e poi dandocene a iosa, tutti nell’ambito classico. Protagonisti difficili, quindi l’asticella si alzava sempre di più. Ileana consigliava sempre di provare; diceva: “prima di dire no, prova a fare quello che ti chiedo e poi vedi; se ci riesci, se ti piace, allora avrai aggiunto un colore in più nella tua tavolozza espressiva”. Beh, aveva ragione lei, perché effettivamente è stato un grande insegnamento. Quando mi vengono chieste delle cose non ho mai delle idee preconcette, anche se magari ho la mia idea su come realizzare quella scena. Però, se il regista mi dice “avevo pensato di fare questa cosa così” non dico no, non avrà mai da parte mia un rifiuto. Benché abbia le mie idee abbastanza granitiche, bisogna imparare ad ascoltare… anche le critiche, perché le critiche ti fanno crescere. Senza critica c’è il disinteresse totale, ed io non voglio il disinteresse, voglio una persona che si accanisca su di me, perché c’è sempre da imparare, non ci si ferma mai. Come consiglio io dico di fare proprie anche le critiche, farne tesoro… costruttive, ovviamente.
Inoltre, bisogna sapersi difendere anche da chi, in maniera malevola, dà dei consigli sbagliati per trarne vantaggio: una volta mi capitò di coinvolgere il pubblico in grosse risate, con delle mie battute. Il giorno dopo, un attore mi “consigliava” di evitarle e di fare in un altro modo. In poche parole, mi ha consigliato di non fare più quello che avevo sempre fatto in modo che potesse farlo lui, per prendersi applausi e risate. Bisogna sapersi difendere, sapendo ben distinguere il consiglio demolitivo da quello accrescitivo».
Progetti futuri ci saranno? Anche colpi di scena con Roberto?
«Ovvio, anche per la presenza di Cristina che rientra nella sua vita in maniera così prepotente. Roberto non è abituato ad avere rapporti con l’adolescenza. Sa fare il nonno, può fare il padre con la bambina o il bambino piccolo… ma nella fase di transizione, quando cominciano gli scontri, lui ha bisogno di avere le sue certezze, deve essere ubbidito, ascoltato, si fa come dice lui. Ci saranno dei momenti di confronto.
La ragazza è molto brava nel rappresentare queste sue turbative e questo suo tormento. Il fatto di essere stata cresciuta da un altro uomo, mentre il padre era presente economicamente, ma non sentimentalmente, l’ha destabilizzata. Attenzione, perché Roberto Ferri in questa fase denuncia anche un po’ la sua immaturità come padre, perché è uno “stra-boomer”. Mi diverto molto sul set, questi ragazzi sono carini, sono simpatici… effettivamente, pensandoci, ci saranno contrasti importanti, soprattutto nel rapporto padre-figlia. Praticamente Ferri non sta mai tranquillo: prima c’era Gagliotti, ogni tanto imprevisti importanti… capisco perché è sempre nervoso, alla fine. Nei progetti per il futuro c’è ancora tanta voglia di continuare a lavorare insieme a Marina con altri testi, altre commedie, e di lavorare sempre meglio.
Avere la possibilità di circuitare in maniera più serena, magari non fare tantissime piazze però fare le città più importanti, compresa la Campania. Noi comunque continuiamo così, nel senso che ci piace sempre stare insieme, ci piace fare il teatro insieme e tutte le volte che avremo la possibilità di farlo, lo faremo!».
La Gazzetta dello Spettacolo Il quotidiano dello ShowBiz