Intervista sulla lunga carriera (e non solo) a Federico Moccia in occasione del Pop Corn Festival, in quel di Porto Santo Stefano.
Ospite del nostro quotidiano è Federico Moccia, scrittore e regista più che affermato, pronto a raccontarsi in occasione della sua partecipazione come Presidente di Giuria alla IX edizione del Pop Corn Festival. Un viaggio nei ricordi, quello affrontato con l’artista, legati ad un mito indiscusso, Raffaella Carrà, oltre che ai successi raggiunti a livello lavorativo e personale…
Benvenuto sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”, a Federico Moccia. Dal 24 al 26 luglio presenzierai come presidente di giuria alla IX edizione del Pop Corn Festival del Corto di Porto Santo Stefano. Cosa dire a riguardo?
«Sono molto felice di fare parte di questo festival, anche per via del fatto che verrà consegnato un Premio intitolato a Raffaella Carrà, una donna che ho amato tantissimo, sin da bambino, e con cui ho avuto il piacere di collaborare come autore in occasione di Fantastico ’90. Ho ritenuto tutto ciò un segno, un gesto di affetto verso una persona che non c’è più e che ci ha regalato tanto. Non meno importante, per l’occasione, i racconti realizzati, dei brevi film/corti che devono avere la capacità di emozionarti…».
Quali piccole anticipazioni sono legate a questa edizione?
«Posso dirti che alcuni corti mi sono sembrati molti forti e a tratti anche contrastanti con quella che è la mia solita visione delle cose. Credo che il titolo di quest’anno, Luci e Ombre, sia davvero molto esaustivo. Ogni progetto porta uno spunto di riflessione e sono certo che piaceranno a tanti…».
La tua è una carriera caratterizzata da lavori importanti, di certo indimenticati ma, se posso chiedertelo, cosa ti ha regalato ad oggi?
«Sta regalandomi tantissimo, a partire proprio dai lavori con Raffaella, perché non era cosa da poco poter essere un suo autore, e tanto devo anche al libro realizzato anni dopo, “Tre metri sopra il cielo”. Ho sempre avuto la fortuna di poter raccontare delle storie, di poter mettere in scena cose che mi divertivano, confrontandomi anche, ad esempio, con incontri che mi hanno portato a crescere, come gli esordi di Leonardo Pieraccioni e molto altro. Sono accadute anche cose particolari, come il pensare che tutto ciò che era presente in “Tre metri sopra il cielo” fosse inventato e invece avevo davvero vissuto situazioni del genere, evidenziando una Roma piena anche di scontri, specie politici (di cui non ho parlato). Quel libro ha portato alla luce anche Riccardo Scamarcio, con un successo ancora oggi inimitabile».
Ti andrebbe di regalarci, a tal proposito, un persolare ricordo della Carrà?
Raffaella era una grandissima professionista! Era una donna molto capace, allegra, spiritosa e leggera, nonchè vogliosa di saper regalare grande attenzione, grande ascolto. Ti portava a riflettere, a trasportarti altrove rispetto a ciò che si provava a considerare in prima battuta. Era una vera e propria icona di sé stessa con le sue movenze, la sua risata, il modo di ballare. Un concentrato di incredibile positività nei confronti della vita, di ogni singola cosa. Nei suoi racconti sapeva essere molto sincera, diretta, senza dimenticare di sottolineare quanto una donna dovesse, ai suoi tempi, trovarsi a dover di volta in volta affermare la sua importanza dinanzi ad un uomo. Non c’è niente di lei che mi possa non piacere».
Chi è oggi Federico e quanto sei cambiato da quegli inizi?
«La mia fortuna è racchiusa nel fatto che il successo di “Tre metri sopra il cielo” sia arrivato nel 2004 e non anni prima, nel momento della sua reale pubblicazione. Ero molto più abituato, all’epoca, al lavoro, seppure parte di un pull di autori. E tanto devo a Pipolo (Giuseppe Moccia), mio padre, che nel suo lavoro, da “Il bisbetico domato”, a “Innamorato pazzo” e molti altri, mi ha insegnato a rimanere con i piedi per terra».
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