A tu per tu con Vera Dragone, attrice che ci ha abituato a diversi personaggi nella sua carriera e che ci racconta le sue emozioni in esclusiva.
Il nostro benvenuto va a Vera Dragone, artista dalla spiccata sensibilità espressiva, capace di attraversare forme diverse dello spettacolo. Attrice dalla formazione teatrale, ha costruito il proprio percorso tra palcoscenico, cinema e televisione, distinguendosi per la versatilità interpretativa e l’attenzione alla dimensione emotiva dei personaggi. Al suo lavoro di attrice affianca il canto e la musica, dando vita a un’identità artistica nella quale rigore e libertà creativa si incontrano.
Vera Dragone benvenuta sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”. Iniziamo con una domanda di rito: quando ti accorgi della tua grande passione per la recitazione?
«Me ne sono accorta a sedici anni, durante una festa per gli ottanta anni di mio nonno, il documentarista Vittorio De Seta. In quell’occasione ho incontrato quella che sarebbe diventata la mia prima insegnante di recitazione e la persona che mi ha permesso di debuttare a teatro: Adele Fulciniti. In qualche modo, è stato il teatro a venire da me. Io nascevo cantante, amavo disegnare e frequentavo corsi di danza; quell’incontro mi ha fatto realizzare che il teatro racchiudeva in sé tutte le discipline che già praticavo. Da quel momento ho iniziato a frequentare i laboratori del liceo sulle tragedie greche, unendoli a un corso di teatro serale diretto da Irma Ciaramella. Praticamente facevo teatro tutti i giorni, fino alla decisione di entrare all’Accademia Silvio D’Amico».
Grande il successo teatrale ottenuto con “A casa tutti bene” di Gabriele Muccino, dove ricoprirai il ruolo di Elettra. Raccontaci le tue emozioni.
«Lavorare con un maestro come Muccino è una grande fortuna, soprattutto perché Gabriele è uno di quegli autori che amano visceralmente gli attori e sanno come dirigerli. Il ruolo di Elettra è arrivato nella mia vita in modo magico, anche se ho capito che succede spesso tra i colleghi: certi personaggi arrivano nei momenti esatti in cui la tua esistenza si specchia in quella del ruolo, come se i fatti della vita si iscrivessero dentro di te. Elettra è una donna separata, che ha cresciuto da sola una figlia e nutre un grande scetticismo verso la possibilità di una nuova relazione. Quando ho fatto il provino e ho affrontato il personaggio, ero anch’io separata da poco e diffidente verso il futuro sentimentale. È stato un confronto catartico. A teatro impari a sospendere il giudizio sul personaggio; nella vita, invece, siamo sempre severi con noi stessi e facciamo fatica a restare nel “qui e ora”. Credo, quindi, che bisognerebbe imparare molto dal teatro perché stare nel “qui e ora” è salvifico, sospendi il giudizio e ti occupi di vivere».
Da Elettra ad Eva in “Madre Terra” di Cinzia TH Torrini, prossimamente su Canale 5, dove indossi i panni di un’avvocatessa. Quali sono le affinità tra Vera ed i suoi due personaggi?
«Eva è un’avvocatessa spietata, interamente concentrata su se stessa, sulla carriera e pronta a tutto. Io non sono affatto così, ed è proprio questo che mi ha divertito di più: interpretare un personaggio diametralmente opposto al mio modo di essere. Potremmo definirla una “cattiva”, ma sappiamo che nella realtà non esistono personaggi totalmente bianchi o neri; sono le sfumature tridimensionali a renderli vivi, proprio come le persone. Quando un personaggio è così distante da te, la sfida iniziale è più complessa, ma la distanza stessa rende il lavoro di costruzione infinitamente stimolante».
Con quale tua fragilità pensi di aver fatto pace?
«Arrivata alla soglia dei quarant’anni, penso di aver fatto pace con la capacità di restare nel dolore, di affrontare quelle emozioni scomode da cui vorremmo sempre fuggire ma che, se ignorate, finiscono per ingigantirsi. A un certo punto capisci che le cose si possono fare lo stesso, anche quando è faticoso, doloroso o non ci va: siamo adulti. Prima sentivo il bisogno costante di fuggire dalle giornate no, mossa dall’ansia di essere sempre performativa e di dover riempire anche i momenti meno belli. Poi impari che, se ti concedi il permesso di fermarti e di accogliere anche i momenti di fragilità, è proprio da lì che possono nascere le cose più belle».
Una dote che non hai ma che ameresti poter avere?
«Sicuramente la matematica! Mi piacerebbe avere una mente più pratica, e non parlo solo di saper sbrigare la contabilità o parlare con il commercialista senza che mi venga un attacco di panico. Parlo proprio di una forma di praticità quotidiana: hai presente quando si rompono il computer o la stampante? Ecco, in quei momenti io mi blocco, non so proprio cosa fare, mentre vorrei tanto essere di quelle persone che sanno mettere le mani ovunque e riparare tutto».
Avendo vissuto entrambe le esperienze, dovendo scegliere: teatro o TV?
«Se rispondo col cuore e per passione, scelgo il teatro tutta la vita. Per un sano senso pratico e la prospettiva di vita migliore per guadagni decisamente migliori, beh, allora dico la tv… anche se, beninteso, pure la televisione si può fare con immenso amore!».
Da addetta ai lavori, come definiresti lo stato di salute del mondo dello spettacolo?
«Non versa in buone condizioni, diciamo che siamo in terapia intensiva e cerchiamo di salvarlo. Ultimamente ci sono molte mobilitazioni e associazioni di categoria che si stanno attivando per rivendicare i nostri diritti, come il rinnovo del contratto nazionale fermo da anni o la regolamentazione dei set. Il problema di fondo è che la nostra categoria non è compatta, siamo molto frammentati. Forse accade perché il lavoro è poco e, quando c’è, viene percepito quasi come una concessione, scatenando una competitività che non avrebbe ragione d’essere. Bisognerebbe avere più coscienza di noi attori come categoria».
Un personaggio che ameresti poter interpretare?
«A teatro mi piacerebbe moltissimo interpretare Julie Andrews, magari portando in scena uno spettacolo sulla sua vita: è un’artista pazzesca, completa, che amo da sempre e la mia vocalità si avvicina alla sua; dicono anche che ci sia una certa somiglianza! Al cinema, invece, mi piacerebbe cimentarmi in un action movie puro: una di quelle eroine che sparano e si buttano per terra, rigorosamente senza controfigura. Vorrei fare una cosa alla Tom Cruise, lanciarmi da un’auto in fiamme… mi divertirebbe da morire».
In conclusione: tre motivi per venire a teatro a vedere “A casa tutti bene”.
«Il primo motivo è la curiosità di vedere al teatro un grande successo cinematografico. È un’operazione che adoro, un po’ come quando leggi un libro e poi lo vedi al cinema; devo dire che Muccino ci è riuscito alla grandissima; infatti, lo spettacolo è un trionfo e siamo al secondo anno di tournée con i teatri sempre pieni. Il secondo motivo è che lo spettacolo è incredibilmente consolatorio: ognuno di noi ha una famiglia, o almeno qualche parente “tossico”, e vedere in scena dinamiche così familiari ci fa sentire decisamente meno soli. Il terzo motivo è che siamo una compagnia fighissima: ho la fortuna e l’onore di lavorare con colleghi straordinari, da Anna Galiena a Simone Colombari ad Alice Arcuri. Sono attori con molta più esperienza di me, ed è fantastico perché lavorando con loro non si finisce mai di imparare, anche solo stando a guardarli».
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