“Minerva – La Scuola”, la nuova serie da poco approdata su Netflix, ci regala l’occasione per incontrare l’attrice Irene Maiorino.
Incontriamo oggi un’attrice amata da molti, Irene Maiorino, apprezzatissima non solo ne “L’Amica Geniale” ma anche in “Portobello”, “Quasi Grazia” e tanto altro. Oggi è con noi per parlare di “Minerva – La Scuola”, la serie Netflix in otto episodi che la vede vestire i panni del maggiore e vicecomandante Teresa Bonaiuto. Un incontro, quello avuto con l’artista, ricco di vita, di amore per il suo lavoro e di nuovi progetti da realizzare, con la speranza di poter vivere un ruolo che sia parecchio distante dal suo reale modo di essere.
L’intervista ad Irene Maiorino
Benvenuta sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”, Irene Maiorino. Attualmente possiamo vederti in “Minerva – La scuola”, un progetto presente su Netflix che si avvale della regia di Ivan Silvestrini (prodotto da Picomedia), suddiviso in otto episodi, che prende ispirazione dalla scuola Nunziatella. Cosa dire su questa esperienza e sul ritrovarti a ricoprire un ruolo differente dai precedenti?
«Si tratta di certo di un prodotto pop, realmente diverso dai precedenti, che ha da sempre l’obiettivo di voler arrivare a un pubblico giovane. Un lavoro interessante perché l’approccio con questo progetto mi ha portata a vivere un mondo, quello militare, che è tanto distante dal mio modo di essere e che mi ha concesso di poter ragionare su quel ‘dubbio’ che il mio personaggio porta nell’affrontare il sistema. Al di là del mio personaggio, del ‘dubbio e della riflessione’ che potrà regalare alla serie, ci sono attori che rappresentato il bianco e l’altro il nero, ed è il caso di Massimiliano Gallo che rappresenta l’istituzione e i valori, e poi ci sono freschezza e libertà, impersonati dalla collega Cristiana Capotondi. È scavando nel proprio animo che si ha modo di trovare una certa tridimensionalità, proprio come mi è accaduto in “Portobello”, motivo per cui sono stata felice di vivere questa ennesima avventura».
È proprio questo il bello del vostro mestiere, ossia la possibilità di poter vivere più vite possibili, interrogandosi sul percorso da seguire…
«Esatto! Si creano tanti interrogativi e alla fine è un piacere poterli affrontare».
Non da meno il fatto che a fungere da sfondo alla storia di Minerva ci sia la Campania, la tua Napoli…
«Si! Abbiamo girato a Portici, una reggia conosciuta da piccola, ma non ricordavo fosse così bella. È, insieme a noi attori, un’altra protagonista della serie. È davvero bellissima!».

Cosa sta regalandoti questo percorso artistico, quali maggiori consapevolezze?
«Tendo tanto a guardarmi intorno per capire come sto navigando nel mondo, in generale e dal punto di vista lavorativo. Continua ad essere un percorso in salita, fatto di occasioni e di dimostrazioni che non so ancora se devo a me stessa o agli altri. Sento, ad ogni modo, che sto percorrendo la strada giusta. A nutrirmi anche i complimenti delle persone, di tutti coloro che incontro e mi spronano a fare sempre di più. Non è facile ma il sogno è sempre davanti ai miei occhi, benché sia difficile mantenerlo, perché questa realtà è fatta anche di incomprensioni, di tanti no, di cose che ancora non comprendo in piena regola. Cose che, se vogliamo, abbassano il raggiungimento della vetta, ma posso dirti che quando lavoro sto bene perché ho modo di potermi esprimere, di stare davvero bene, di incontrare delle belle storie da raccontare».
Ti regala tanto…
«Si, sono molto contenta perché mi regala tanto. Si è dentro ad un sistema, non tutto dipende da noi, ma le soddisfazioni che vivo sono tante, così come l’impronta che ti regala, ad esempio, poter lavorare con Marco Bellocchio subito dopo “L’Amica geniale”. Ecco, avere la sua stima, la stima di un maestro, mi rende appagata, e lo stesso potrei dirti quando ho avuto modo di spaziare con Minerva o con Grazia Deledda, in “Quasi Grazia”. Quest’ultimo lavoro, tra l’altro, mi ha portata a Londra, a New York e chissà dove potrà ancora portarmi…».
Un ruolo da ricoprire, qualcosa che senti di voler realizzare in breve tempo?
«Qualcosa di distopico! Vorrei portare in scena qualcosa di totalmente diverso dalla mia persona, un’immagine completamente stravolta, in cui possa essere difficile riconoscermi. L’America ce lo dimostra! Quando ho interpretato Alessandra Mussolini, ad esempio, ero tutt’altro da me, bionda, e lo stesso vorrei fare adesso. Mi piace immaginarmi parte di un progetto lontano ma neanche troppo, anche perché porto con me la riflessione di questi tempi veloci di cui difficilmente si riesce ad averne un valido controllo. Il passaggio ad internet, all’AI ne sono la prova. Sento di fare non poca fatica».
Ho avuto modo di rivivere “L’Amica geniale”, come tanti da quando è approdato su più piattaforme, e riscontro, di volta in volta, un differente modo di ‘vedere’ la tua Lila, il suo modo di essere. Le sue fragilità, fondamentalmente, sono le fragilità che accomunano tutti noi, lo stesso potremmo dire della forza che la caratterizza, così come del suo continuo voler sfuggire alla vita. Cosa ti ha regalato quel ruolo, quanto affetto da parte del pubblico?
«Di affetto me ne ha regalato tanto! Dal primissimo mese, dopo la presentazione di New York fino al successivo approdo in Rai, sono stata travolta da tantissimi messaggi e forse adesso ancora di più. Davvero, come sostenevi poco fa, questo rewatch ha nuovamente acceso qualcosa nelle persone. Ho sempre pensato che Lila fosse un cavallo di razza, un personaggio che vivrà per l’eternità, forse anche perché legato al successo del libro. Non mi ha portato a lavorare in America, come è successo alla Impacciatore, ma ha comunque raccolto una grande potenza. Questo archetipo femminile in cui si sono ritrovate tantissime donne, ancora oggi vive di pura magia. Anche Elena, a suo modo, raccoglie il suo interesse, anche per il suo essere una scrittrice, ma Lila vive ancora in maniera indefinita nei cuori altrui, come qualcosa di in-collocabile, e non posso negare che anch’io mi sia un po’ persa dentro di lei. Ho studiato per anni con la speranza di poterla impersonare, senza farne parola con nessuno, senza sapere se avesse avuto davvero luogo questo nostro ‘incontro’, ma continuava ad essere dentro di me, e così è stato anche durante il periodo delle riprese, per poi doverle dire, in un certo senso, addio».
Chi è oggi Irene e quali passioni costituiscono il tuo percorso di vita?
«Non saprei dirti chi sono, sai?! Vivo una grande crisi, a soli quarantuno anni, legata al non sapere ancora cosa mi capiterà. Vivo una vita funambolica! (Ride) Oggi sono a Roma, tra quarantotto ore ripartirò, e in vent’anni che vivo in questa città non sono ancora riuscita a mettere una targhetta sul citofono delle case in cui ho vissuto. Sono un po’ gitana! Non so cosa accadrà, avrei voglia di stabilizzarmi, ma forse non è ancora il momento. Provo ad adeguarmi a ciò che mi accade e lo stesso vale per i nuovi eventi. Resto in osservazione, almeno al momento».
In ultima battuta, e nei limiti del possibile, cosa puoi anticiparci sul tuo futuro artistico?
«Ho da poco terminato le riprese in Bulgaria di un film bulgaro, in cui interpreto una scienziata che crede nell’intelligenza artificiale, un progetto che mi è piaciuto tanto, ma non so ancora dirti quando uscirà. Sarò, inoltre, nel nuovo film di Mel Gibson, “La Passione di Cristo: Resurrezione”, girato interamente in inglese. Essere sul set con lui è stato molto piacevole. Altro non posso anticipare ma posso dire che sarei felice di poter tornare in teatro. Sento la mancanza di quella libertà che solo il palcoscenico sa regalare, qualcosa di rivitalizzante, che ti consente di portare tante cose a casa, allontanandosi dalla propria persona, prediligendo un contatto con l’altro».
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