A 25 anni dal successo generazionale di Sole, cuore, amore, Valeria Rossi torna sulla scena musicale con il nuovo singolo “Rivedendo Te”.
A venticinque anni dal fenomeno socio-culturale che nel 2001 ha travolto l’Italia al ritmo di Sole, cuore, amore, Valeria Rossi si presenta al pubblico con una consapevolezza nuova e uno sguardo saldamente proiettato al futuro. Lontana dalle facili tentazioni nostalgiche, la cantautrice ha scelto di celebrare questo importante anniversario non con un’operazione amarcord o una riedizione dei vecchi successi, ma con un brano inedito dal titolo “Rivedendo Te”, nato dall’incontro tra il suo inconfondibile stile e le sonorità elettroniche di SSD Project (Salvo Saverio D’Angelo) e Vima.
Nel corso di una ricca e profonda intervista rilasciataci, l’artista svela per la prima volta un curioso retroscena sulla nascita del suo brano più iconico: le tre parole simbolo “sole, cuore, amore” non figuravano nel testo originale, ma furono un’intuizione dell’allora compagno di vita e coautore Francesco Cabras. Un dettaglio che racconta come quel tormentone abbia saputo trascendere il semplice ascolto musicale per entrare nel linguaggio comune e nell’immaginario collettivo.
Oggi, a distanza di un quarto di secolo, Valeria Rossi descrive quel pezzo non come una gabbia dorata, bensì come una fortunata rampa di lancio verso una costante ricerca personale e artistica, dove il corpo, la presenza e la libertà espressiva rimangono il centro della sua musica.
L’intervista a Valeria Rossi
Bentornata Valeria Rossi sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”. Partiamo dall’effetto che fa questa cifra: 25 anni. Nel 2001 “sole, cuore, amore” è diventato un tormentone generazionale e un vero e proprio fenomeno socio-culturale. Che rapporto hai oggi, nel 2026, con quel brano? Lo avverti mai come una gabbia o, al contrario, come una felice rampa di lancio che ti dà ancora oggi la totale libertà di sperimentare?
«Venticinque anni fanno un certo effetto, soprattutto perché mi ricordano che una canzone può avere una vita molto più lunga di quella che immagini mentre la stai scrivendo.
E nel caso di “sole, cuore, amore” c’è anche un piccolo paradosso: quelle tre parole non erano nemmeno presenti nel mio testo originario. Io avevo già scritto e registrato il brano quando Francesco Cabras, che all’epoca era il mio compagno di vita e di scrittura, arrivò all’ultimo con questa formula: “sole, cuore, amore”. Mi suggerì di inserirla e, devo dire la verità, all’inizio non credo di averne compreso fino in fondo la forza simbolica.
Poi è successo qualcosa di curioso: quelle tre parole hanno cominciato a vivere una vita propria. Sono diventate un meme, sono entrate nel linguaggio comune, nell’immaginario di moltissime persone e, nel frattempo, hanno continuato a cambiare significato anche per me.
Credo che il mio rapporto con quel brano sia stato proprio un processo di continua evoluzione, ma soprattutto di continua incarnazione. A venticinque anni di distanza, “sole”, “cuore” e “amore” non sono più soltanto tre parole di una canzone: sono concetti che la vita mi ha costretto, nel senso più bello e anche più duro del termine, a verificare nel corpo e nell’esperienza. Il sole come possibilità di tornare alla luce, il cuore come luogo da abitare davvero e non soltanto da evocare, l’amore come qualcosa che ha molto meno a che fare con la retorica e molto di più con la presenza, la responsabilità, la cura, la libertà.
Per questo oggi ho un rapporto molto pacificato con quella canzone. Non l’ho mai vissuta davvero come una gabbia, anche se quando un brano diventa così popolare rischia inevitabilmente di trasformarsi, agli occhi degli altri, in una fotografia definitiva di chi sei. Ma un artista non è una fotografia: è un processo. Cambia, attraversa stagioni, sperimenta, a volte contraddice persino ciò che ha fatto prima.
Quella canzone mi ha dato moltissimo: un pubblico, un riconoscimento enorme e la possibilità di entrare nell’immaginario collettivo. Sarebbe assurdo rinnegarlo. Semmai, crescendo, ho sentito sempre più il bisogno di andare a vedere cosa ci fosse davvero dietro quelle tre parole che inizialmente avevo accolto quasi dall’esterno.
E forse questo è il punto più interessante: sono partita da tre parole di cui allora non conoscevo ancora completamente il significato e ho trascorso venticinque anni, attraverso la musica, il corpo, la voce e la mia ricerca personale e professionale, a scoprirlo.
Perciò oggi la considero decisamente più una rampa di lancio che una gabbia. Una rampa molto fortunata, certo, ma dalla quale ho continuato a muovermi. E la libertà più grande è proprio questa: non dover dimostrare di essere diversa dalla Valeria di allora, né doverla replicare. Posso portarla con me e, nello stesso tempo, continuare a diventare altro».

Molti artisti scelgono di celebrare gli anniversari importanti con operazioni nostalgia, remix del vecchio successo o greatest hits. Tu invece hai spiazzato tutti guardando avanti con un inedito, “Rivedendo Te”. Come mai hai sentito l’esigenza di festeggiare questo traguardo parlando al presente e non al passato?
«Costruire un’operazione nostalgia sarebbe stato anche più facile, probabilmente, ma non mi sarebbe appartenuto fino in fondo.Venticinque anni, per me, non significano voltarsi indietro e dire “guarda cosa è stato”, ma chiedersi piuttosto: “dove sono oggi, artisticamente e umanamente?”. “Rivedendo Te” nasce esattamente da questa esigenza.
Ho sentito invece il bisogno di guardare ciò che è stato, sì, ma da una posizione nuova. Il titolo stesso, “Rivedendo Te”, contiene questa idea: rivedere significa incontrare di nuovo qualcosa, ma con occhi diversi. E questo vale per una persona, per una relazione, per una parte di sé, perfino per la propria storia artistica.
Credo che il modo più autentico che avevo per celebrare questi venticinque anni fosse dimostrare che sono ancora dentro un processo creativo vivo. Che non sto semplicemente amministrando ciò che è successo nel 2001, ma continuo a cercare, scrivere, cambiare, espormi.
In fondo, un anniversario può diventare una teca dove cristallizzarti oppure una porta. Io ho preferito la porta.
“Rivedendo Te” parla al presente proprio per questo: perché anche quando guardiamo indietro, lo facciamo sempre dal punto in cui siamo oggi. Ed è questo sguardo nuovo che trasforma il ricordo in qualcosa di vivo, invece che in nostalgia».
“Rivedendo Te” nasce dall’incontro tra il tuo mondo pop e la club culture elettronica di SSD Project (Salvo Saverio D’Angelo), con l’innesto di Vima. Raccontano che quando Salvo ti ha fatto ascoltare il primo provino la tua risposta sia stata un immediato: “Facciamolo!”. Cosa ti ha colpita così velocemente di quella traccia, apparentemente così lontana dal tuo percorso abituale? Si parla di un lavoro di scrittura condiviso a tre voci e sviluppato in gran parte a distanza. Com’è stato far convergere tre identità artistiche diverse in un unico testo e come si è incastrata la tua firma con quella di Salvo e Vima?
«In realtà, quella traccia non era così lontana da me come poteva sembrare: intercettava una parte del mio gusto musicale forse meno visibile, ma molto radicata.
Quando Salvo mi ha fatto ascoltare il primo provino e ho detto subito “Facciamolo!”, non ho avuto la sensazione di entrare in un territorio estraneo. Anzi, ho riconosciuto immediatamente qualcosa che mi apparteneva.
Ho sempre avuto una grande passione per la dance, soprattutto per quella degli anni Settanta: la disco, il groove, il basso che porta il corpo prima ancora della testa, quella capacità quasi fisica della musica di creare movimento, aggregazione, desiderio di stare insieme. È un linguaggio che ho sempre amato, anche se magari non è stato quello più evidente nel mio percorso artistico, perfettamente coerente con il tuo rapporto tra musica, corpo e presenza. Quindi quella traccia mi ha colpita perché aveva energia, eleganza e soprattutto una pulsazione vera. Non era elettronica fine a se stessa: c’era già dentro uno spazio emotivo. E io credo molto in questo incontro tra corpo ed emozione. Se una musica ti muove fisicamente ma allo stesso tempo lascia spazio a qualcosa da raccontare, per me diventa subito interessante.
Da lì è iniziato il lavoro a tre con Salvo e Vima, ed è stata proprio la diversità delle nostre identità a rendere il processo fertile. Salvo arrivava con una sensibilità più legata alla club culture, Vima con un approccio molto contemporaneo alla scrittura e alla forma, io con il mio modo di cercare sempre una verità emotiva dentro le parole.
La cosa bella è che non abbiamo cercato di uniformarci. Abbiamo cercato, piuttosto, il punto in cui le tre sensibilità potessero incontrarsi senza che nessuno perdesse la propria identità.
Molto del lavoro si è sviluppato anche a distanza, con scambi, modifiche, riscritture, intuizioni che passavano da uno all’altro. E forse proprio questa modalità ha reso il brano più interessante, perché nessuno dei tre ha imposto un’idea definitiva: il pezzo si è costruito progressivamente, per sedimentazione.
La mia firma credo sia entrata soprattutto nella parte emotiva e narrativa: nel tentativo di far sì che, dentro una struttura molto immediata e fisica, ci fosse comunque una storia, una memoria, uno sguardo.
Alla fine “Rivedendo Te” è diventata proprio questo: l’incontro tra mondi apparentemente diversi che, invece di annullarsi, si sono messi in risonanza. Ed è forse la cosa che mi interessa di più oggi anche artisticamente: non stare dentro un genere, ma capire cosa succede quando linguaggi diversi si incontrano davvero».
Il testo del nuovo singolo racconta la storia di un incontro improvviso con il passato — uno sguardo, un profumo o una canzone che riattivano emozioni sopite — vissuto nella leggerezza di una notte da club. C’è un pizzico di metafora autobiografica in questo? Possiamo dire che “Rivedendo Te” rappresenta anche il tuo personalissimo e romantico “ritorno al passato” cinematografico nella musica estiva italiana?
«Mi interessa molto quel meccanismo quasi misterioso per cui il passato può riattivarsi all’improvviso attraverso un contesto, un luogo, un odore, una luce e soprattutto attraverso la musica.
Ci sono situazioni che crediamo di avere archiviato e che invece rimangono impresse da qualche parte dentro di noi. E quando riguardano persone che sono state davvero importanti, soprattutto persone che non ci sono più, basta pochissimo perché tutto torni presente con una forza sorprendente. Non necessariamente come dolore: a volte è una forma di presenza improvvisa, quasi una sovrapposizione tra ciò che stai vivendo adesso e ciò che hai vissuto allora.
La musica ha un potere enorme in questo senso. Puoi essere in un luogo completamente diverso, magari in mezzo alla leggerezza di una serata, e una sequenza armonica, un suono, un ritmo possono aprire istantaneamente una porta. Per qualche secondo non sai più bene se stai ricordando o se stai davvero “rivedendo” quella persona.
Ed è proprio questo cortocircuito che mi affascinava in “Rivedendo Te”: mettere una memoria profondamente emotiva dentro un ambiente vitale, fisico, persino festoso come quello del club mettendo completamente da parte l’idea convenzionale del “ricordo triste”. Originale è il contrasto tra una memoria anche profonda o dolorosa e un contesto leggero, corporeo, danzante. Forse, è proprio quel contrasto a dare al pezzo una dimensione cinematografica.
Perché la vita funziona così. Il ricordo non arriva necessariamente quando siamo soli davanti a una finestra sotto la pioggia, può arrivare mentre balliamo, mentre ridiamo, mentre apparentemente siamo da tutt’altra parte. Mi affascina il passato quando irrompe nel presente e lo modifica. Forse “Rivedendo Te” parla proprio di questo: di quelle assenze che, in determinate circostanze, smettono improvvisamente di sembrare assenze».
La musica oggi corre a una velocità impressionante, spesso bruciando tutto subito. Salvo ha dichiarato che questo brano vuole essere un invito a fermarsi e a vivere pienamente il presente attraverso la musica e la danza. Tu come vivi questa frenesia della discografia attuale rispetto ai tempi di “Tre Parole”? Riesci ancora a trovare quella “leggerezza” di cui parla la canzone?
«La differenza rispetto ai tempi di “Tre Parole” è enorme. Esce un brano e sembra che, mentre lo stai ancora raccontando, tu debba già pensare al successivo. C’è una fame continua di novità che rischia di confondere la velocità con la vitalità.
Nel 2001 i tempi erano diversi: una canzone aveva la possibilità di sedimentare, di essere scoperta gradualmente, di passare dalla radio alle persone. Oggi spesso un brano viene valutato nelle prime ore, nei primi numeri, nei primi secondi di ascolto. È un sistema che offre possibilità straordinarie, ma che può anche diventare molto vorace.
E credo che proprio per questo il messaggio di “Rivedendo Te” abbia senso: fermarsi non significa necessariamente stare immobili. Significa essere completamente dentro quello che stai vivendo invece di essere già proiettato nella cosa successiva.
Quanto alla leggerezza, sì, la cerco ancora, forse molto più consapevolmente di allora. Ma oggi per me leggerezza non significa superficialità. Anzi. È una conquista, è la capacità di entrare nel tessuto delle cose, nella trame per carpirne il disegno senza esserne intrappolato.
A venticinque anni di distanza da “Tre Parole” penso di aver capito meglio anche questo: la musica ha una funzione meravigliosa proprio perché può contenere contemporaneamente profondità e piacere, memoria e movimento, malinconia e danza. Un pezzo può farti pensare e, nello stesso momento, farti venire voglia di muovere il corpo.
Forse la mia forma di resistenza alla frenesia di oggi è proprio questa: continuare a concedermi il tempo di “sentire davvero” quello che faccio. Non pubblicare semplicemente qualcosa perché bisogna esserci, ma cercare ancora quella sensazione per cui una canzone, prima di diventare un contenuto, è un’esperienza.
E se “Rivedendo Te” riesce per tre minuti a far dimenticare a qualcuno il telefono, il tempo, quello che deve fare dopo e a farlo ricordare o sentire qualcosa o semplicemente ballare, allora credo che abbia già fatto una cosa importante. Fermarsi, in questo caso, significa esserci pienamente, non significa smettere di muoversi».
Il videoclip ufficiale di “Rivedendo Te” ha trasformato il borgo di Poggio Mirteto in un set a cielo aperto, coinvolgendo centinaia di ballerini e majorette da ben sei regioni d’Italia. Che atmosfera si respirava su quel set? Vedere così tanta energia corale e collettiva muoversi sulle tue note che effetto ti ha fatto?
«Vedere un piccolo gioiello come Poggio Mirteto trasformarsi in uno spazio attraversato dalla musica, dal movimento, dai corpi e da persone arrivate da sei regioni diverse è stato molto emozionante, ha segnato il passaggio da un’esperienza privata a quella collettiva. La cosa che mi ha colpita di più è stata proprio la dimensione collettiva. Una canzone nasce spesso in un luogo molto intimo: da un pensiero, da un ricordo, da una suggestione. Poi, a un certo punto, smette di appartenerti completamente e comincia a vivere nei corpi e nelle emozioni degli altri. Lì l’ho visto accadere davanti ai miei occhi.
C’erano centinaia di ballerini, majorette, persone diverse per età, provenienza, esperienza, tutte dentro lo stesso ritmo. E per me, che ho sempre percepito la musica anche come un’esperienza corporea e relazionale, è stato potentissimo. Non era semplicemente “girare un videoclip”: era vedere una comunità che si organizzava spontaneamente intorno a un suono.
Mi ha fatto pensare ancora una volta a quanto la musica abbia questa doppia natura: nasce da qualcosa di profondamente personale, ma acquista davvero senso quando diventa condivisione, quando mette in relazione.
E forse è stato anche il modo più bello per dare forma visiva a “Rivedendo Te”, perché il brano contiene memoria e nostalgia, ma non vuole restare fermo nel ricordo: vuole trasformarlo in movimento, presenza, vita.
In quel momento ho avuto la sensazione molto precisa che la canzone non fosse più soltanto nostra. Era diventata di tutti quelli che la stavano ballando. Il maestro di ballo Maurizio Serafini Social Dance l’ha sentita e l’ha portata nella sua scuola facendone immediatamente una coreografia, questo ha scatenato un effetto domino estendendosi in tutta Italia e anche all’estero! Lì sul posto lo stilista Erasmo Fiorentino ha dato i suoi splendidi abiti ed accessori a tutti rendendo il momento ancora più straordinario ed indimenticabile!».
Box di riepilogo su Valeria Rossi
| Nome completo | Valeria Rossi |
| Attività principali | Cantautrice, autrice, operatrice della voce e del corpo |
| Anno di svolta | 2001 – Esordio discografico con il singolo Tre parole (Sole, cuore, amore) |
| Certificazioni e premi | Pluri-disco di platino, vincitrice del Festivalbar 2001 (sezione Giovani/Rivelazione) |
| Album in studio | Ricordatevi dei fiori (2001), Osservi l’aria (2004) |
| Progetto 2026 | Singolo inedito Rivedendo Te (feat. SSD Project & Vima) |
| Tratti distintivi | Fusione tra scrittura pop d’autore, ricerca introspettiva e sperimentazione elettro-dance contemporanea |
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