Dai palchi di Zelig al tour “Prima Pagina”, Vincenzo Comunale si racconta: Troisi, il rapporto con la Generazione Z e sfida alla satira.
Vincenzo Comunale si conferma come una delle voci più lucide e affilate del nuovo panorama comico italiano. Napoletano, classe ‘96, ha già saputo conquistare palcoscenici prestigiosi come quelli di Zelig, Rai2 e i premi Troisi e Charlot. Oggi, nel pieno del suo tour “Prima Pagina” che lo vedrà protagonista non solo in Italia, tra Milano, Torino e Roma, ma anche in Spagna e Belgio Comunale sceglie di raccontarsi senza filtri.La sua è una filosofia artistica fondata sul valore del silenzio e sulla qualità del contenuto: «Se ho qualcosa da dire di comico parlo, sennò meglio stare zitti», dichiara con la schiettezza che lo contraddistingue. In questa intervista, l’autore e monologhista esplora il peso (necessario) della tradizione comica napoletana, vista non come una gabbia ma come un punto di partenza per interpretare le nevrosi di una generazione di trentenni “sospesi”, intrappolati tra la velocità della tecnologia e città sempre più globalizzate. Dall’adrenalina del “foglio bianco” al lavoro dietro le quinte per colleghi come Peppe Iodice, fino alla critica verso una comicità retrograda e sessista, Comunale traccia il perimetro della moderna stand-up: un genere che non ha paura di essere dissacrante, purché sia sincero, inclusivo e profondamente ancorato alla propria verità.
Benvenuto sul magazine “La Gazzetta dello Spettacolo” a Vincenzo Comunale. In un’epoca in cui tutti vogliono “finire in prima pagina” come si fa a trovare una chiave comica?
«Per quanto io stesso cerco di stare “sempre sul pezzo” e scherzare (e sdrammatizzare) sull’attualità, cerco di non partecipare a tutti i costi a questa affannosa corsa sul dire la propria su qualsiasi argomento. La regola che mi sono imposto è semplice: se ho qualcosa da dire, parlo; sennò meglio stare zitti. Aggiungo una precisazione doverosa: se ho qualcosa da dire… di comico parlo, sennò evito. Se cominciassi a fare discorsi seri tradirei il mio mestiere, diventerei un prete o peggio ancora un politico».
Ti sei esibito a Piazza del Plebiscito davanti a seimila persone, hai ancora paura del “foglio bianco” o ormai è un vecchio compagno di banco?
«La paura c’è sempre, guai se così non fosse! È quello che mi tiene vivo, che mi fa avere quella giusta ansia per fare le cose bene».
Premio Troisi, Charlot, Rai2 e Zelig. Senti il peso di dover portare avanti una certa tradizione comica napoletana?
«Il peso della tradizione c’è sempre ed è giusto così. Però non bisogna restarne ingabbiato. Ogni artista è figlio dell’arte che lo ha preceduto, ma è anche figlio del suo tempo. Ma c’è bisogno di portare idee nuove, al passo coi tempi. Nel mio piccolo cerco di fare questo, con la consapevolezza che tutto è già stato fatto… ma non è già stato fatto da me».
Nei primi film di Troisi c’era il ritratto di giovani napoletani che sognavano di viaggiare ma finivano nello stereotipo dell’emigrante. Oggi per un giovane c’è futuro a Napoli?
«Penso che Napoli sia cambiata prevalentemente in meglio. Certe cose sono dei clichè (lo erano negli anni ’80, come egregiamente denunciava Troisi, figuriamoci nel 2026), certe altre invece restano ancora questioni irrisolte e problemi innegabili. Credo nei “corsi e ricorsi storici”, che alla fine ripetiamo sempre un po’ gli stessi meccanismi come società, ma penso ci sia molto da raccontare oggi. Una generazione di 30enni indecisi, fagocitati dalla tecnologia e dalla velocità dei tempi che viviamo, ma anche delle città sempre più globalizzate. Questo e altri temi mi piacerebbe raccontare».
Com’è la salute della stand-up a Napoli? Che differenza c’è col passato?
«Direi che stiamo vivendo un bel momento: la stand up è diventata “di moda”, tant’è che molti comici della precedente generazione ci si avvicinano più o meno con curiosità sincera. Si è parlato spesso di differenze tra cabaret e stand up e io sono molto flessibile su questo: penso che l’importante sia salire sul palco e far ridere la gente; forse una delle differenze è una maggiore aderenza alla propria verità: essere sincero, non necessariamente volgare, parlare senza retorica, senza qualunquismi, luoghi comuni».
Chi sono i tuoi comici di riferimento del passato? E tra i nuovi?
«Le influenze e le contaminazioni sono importantissime. Troisi è sicuramente il mio “faro” principale, poi sono cresciuto con le commedie di Vincenzo Salemme ed i film di Aldo, Giovanni e Giacomo. Vedendo Gigi Proietti in “A me gli occhi please” e “Fiesta” di Alessandro Siani ho capito che avrei voluto fare il monologhista; quando poi sono arrivati i video “sub ita” su YouTube degli stand up comedian americani ne ho avuto la conferma (ad esempio guardando Woody Allen ma anche altri che conoscevo come attori e ho scoperto essere stati comedian come Jim Carrey, Adam Sandler e Robin Williams). Guardo con ammirazione e sono stati fondamentali nella mia formazione anche Peppe Iodice, Antonio d’Ausilio ed il trio Villa PerBene. Oggi secondo me ci sono tanti “nuovi” comici interessanti (con molti dei quali ho la fortuna di essere amico): da Valerio Lundini e Carlo Amleto (che ormai sono delle certezze), a Francesco Migliazza e Raffaello Corti (e ce ne sarebbero tanti altri ma mi sa che sto citando un sacco di nomi). Mi fa molto ridere Toni Bonji».
Sei autore per Vincenzo De Lucia e hai collaborato con Peppe Iodice. Cosa impari stando dietro le quinte di comici con stili diversi dal tuo?
«Si impara molto, è un modo diverso di vivere la professione. Fa anche un po’ strano quando senti una forte risata per una cosa che hai scritto tu. Scrivere per un’altra persona stimola molto la creatività, ti fa esplorare strade diverse».
Dobbiamo aspettarci un Comunale regista o attore al cinema?
«Vorrei fare entrambe le cose (anzi, ci aggiungiamo anche la sceneggiatura). Su questo ho un approccio un po’ “vecchia maniera”, legato ai comici che negli anni ’80, portando non solo la propria faccia da attore, ma anche soprattutto le proprie idee autoriali. Mi piacerebbe fare una cosa del genere. Intanto ho ancora molto da imparare e devo fare altri step intermedi prima».
Oggi conflitti e assurdità dei tempi moderni sono una miniera d’oro per la comicità o sono diventate incommentabili perché la realtà supera la satira?
«I politici ci stanno decisamente rubando il mestiere. Far ridere di un politico che è già ridicolo di per sé (per ciò che dice, per come si mostra sui social, ecc) è veramente difficile».
I giovani hanno il senso dell’umorismo? C’è spazio per una comicità dissacrante?
«No, non siamo troppo suscettibili, siamo solo più attenti all’inclusione e ci ha un po’ stancato una comicità retrograda e qualunquista. È un bene che se un comico fa ridere con un luogo comune (vedi il sessismo) venga criticato. Bisogna fare comicità pensando a qualcosa di più articolato della battuta che faresti al bar col tuo amico».
Se il tuo spettacolo fosse un articolo di giornale, quale sarebbe il titolo?
«“Comunale: vi racconto la mia prima pagina. Clicca qui per scoprirlo”, poi clicchi ed escono 15 pubblicità. E’ così che funziona il giornalismo online oggi, no?».
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