Matteo e Davide: la fotografia e la vita di Senna

Matteo Orsi e Davide Rigoni

Intervista doppia a Matteo Orsi e Davide Rigoni accomunati da un nome: Ayrton Senna Da Silva. Ecco la storia…

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Partiamo da un assunto universale: Non è facile, né semplice e scontato parlare e raccontare di personaggi entrati nella Leggenda, che già nella loro vita erano dei miti viventi, senza forse rendersene conto. È il caso di Ayrton Senna Da Silva che nella sua breve ma intensa vita è stato un uomo prima di un pilota che ha tracciato più di un solco nella vita di tanti, anche di coloro che non hanno mai seguito la F1 ma che sanno dire esattamente anche a distanza di più di trent’anni dove fossero quella domenica Primo maggio 1994. Personalmente sento “il peso” di quell’onore nell’aver abbracciato, condiviso, ascoltato e rispettato le parole e i silenzi di coloro che lo hanno vissuto e che all’unanimità affermano che Ayrton nonostante sia stato un uomo feroce in pista, era altresì l’uomo che tanti avrebbero voluto essere e che tante avrebbero voluto avere accanto.

Qui entrano in gioco Matteo Orsi, figlio del noto fotografoufficiale di Autosprint Angelo Orsi, amico fraterno del tre volte campione di F1 e lo scrittore Davide Rigoni che ha raccolto le narrazioni emotive di Matteo, nel libro Ayrton Storie fuoripista per la Bolis Edizioni, che è in vetta alle vendite e agli apprezzamenti dei lettori.

Questa doppia intervista nasce da un’idea e un sogno fattosi concreto e non è la cronaca di un campione, ma il diario che “il fratello minore”, quale Matteo in senso affettuoso era nei confronti di Ayrton, dedica al ragazzo e all’uomo che ha segnato la storia dello sport e la sua vita. Perché quando Senna entrava in casa Orsi, la tuta e la politica dei box restavano fuori dalla porta. Matteo insieme a Davide, ci aprono le porte dei ricordi che vanno oltre i rullini che ci parlano di un Ayrton che amava la verità umana e il calore degli affetti sinceri prima ancora della pole position.

Oggi incontriamo sia Matteo che Davide, in un’intervista esclusiva, per provare ad andare più nel cuore di un uomo divenuto immortale. Cercando di capire cosa resta di quell’eredità quando si spegne l’eco dei circuiti e si resta uomini, figli e custodi di una memoria che profuma di casa.

Ciao Matteo e benvenuto sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”. Ho letto il libro che avete scritto a quattro mani e mi ha colpito un’assenza che comunica in modo potente la presenza di Ayrton. Hai confessato che oggi ti manca una foto di voi tre insieme in casa. Eppure per chi legge il libro, quel “vuoto” è la prova più grande del rispetto che c’era tra tuo padre e Ayrton, in casa era l’amico, non il fotografo. Ebbene, in quella normalità che difendevate così bene, qual è il gesto più “normale” e quotidiano che ricordi di Ayrton, quello che lo rendeva semplicemente uno di voi?
Matteo: «Ecco, il gesto più “normale” che mi chiedi e che io ricordo di Ayrton, è anche contenuto nel libro. Si tratta di una cosa che nella sua normalità, parlava di lui. Quando veniva a casa nostra, la prima cosa che faceva era di dire: “Vado a lavarmi le mani e arrivo”. Potrebbe sembrare una cosa banale ma non lo era affatto; era un segno come per sottolineare che stava bene con noi, che si sentiva in famiglia. Era come se arrivasse mio fratello, anche se in realtà sono figlio unico, questo per dirti com’era il nostro rapporto. Ed io per tutti i dieci anni che l’ho frequentato, ho sempre provato una grande emozione e anche quando è diventato campione del mondo, lui rimase quel ragazzo di sempre, pur essendo diventato un uomo importante. Per cui questi gesti quotidiani, come il lavarsi le mani, erano le cose più normali ma autentiche. Ma potrei anche citare, quando venne in camera mia ed io stavo ascoltando i Queen a tutto volume; lui si sedette lì e li ascoltò con me. Anche questo aneddoto è presente nel libro. Ecco,per me Ayrton era questa persona, un ragazzo che arrivava a casa e si comportava come si potrebbe comportare un familiare che rientra a casa, dopo una giornata di lavoro. Era semplice nei suoi modi di fare; viveva nella normalità, pur parlando di un tre volte Campione del Mondo di F1, un personaggio famoso, conosciuto in tutto il mondo ma era rimasto una persona estremamente normale».

Ciao anche a te Davide e benvenuto sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”. Com’è stato l’incontro con Matteo in che momento hai capito che i suoi ricordi “fuori pista” avevano la forza necessaria per diventare un libro?
Davide: «Diciamo che l’intuizione che questi ricordi potessero diventare un libro, sono stati la causa dell’incontro non la conseguenza. Questo perché, seguendo Matteo sui social e vedendolo quando raccontava di ciò che aveva vissuto nell’amicizia con Senna, ho avuto l’idea che sarebbe potuto venir fuori un libro e soprattutto che sarebbe stato qualcosa che ancora non era stato raccontato; quindi sarebbe stato un qualcosa di effettivamente nuovo. Così l’ho contattato, ci siamo incontrati e da lì è nato tutto».

Matteo, leggendo il tuo libro i brividi si tramutano in commozione profonda, perché ho sentito che non stavi raccontando di un campione, ma di un pezzo di cuore della tua famiglia. C’è un capitolo o un singolo ricordo che mentre lo narravi ha fatto commuovere te per primo, facendoti sentire Ayrton di nuovo lì, seduto sul divano di casa tua o attorno al tavolo da pranzo?
Matteo: «Devo dire che il capitolo che mi ha fatto sentire maggiormente la presenza di Ayrton è stato quando ho raccontato nel libro di quel “bruttissimo quarto d’ora” in cui lui mi beccò ad Imola appeso alla rete, mentre tutti mi sapevano in casa a studiare. Ecco, questo momento mi ha emozionato, perché al di là della cavolata che feci e della lavata di capo da parte dei miei, mi ha fatto emozionare ricordare come Ayrton si fosse preoccupato per me, che io non fossi in casa a studiare. Perché lui mi ripeteva spesso che io dovevo studiare, che quello era il mio lavoro, come il suo era quello di correre. Lo studio per il me di allora era come il lavoro per lui: il mio impegno da portare avanti. Se trasportassimo questa cosa nella società attuale, con tutto quello che vediamo e ascoltiamo, ha dello straordinario! Anche perché è stata detta da un uomo della sua fama e levatura. Ecco perché per me Ayrton è stato un fratello maggiore. Al di là dell’episodio, quello che viene fuori da questo è lo spessore e la caratura di Ayrton. Lui, nonostante chi fosse per il mondo, si preoccupava che un ragazzino, figlio del suo collaboratore, non fosse in casa a fare i compiti ma era ad Imola. Questo mi porta ad averlo vicino, anche adesso; perché quando ne parlo come ora mi sembra di averlo qui con me e nella mia memoria risuona il fatto che lui fosse preoccupato per me. Ayrton era questo! Che come ti dicevo, se paragonato a quello che viene fuori dal mondo televisivo e social, dà l’idea di un uomo con una tara che oggi è sparita. Lui era umano e vero. Un incontro con lui, che durasse cinquanta secondi o tre ore, ti lasciava dentro qualcosa di enorme, perché era tempo speso in maniera giusta. Era una persona profonda e chiunque incontrasse Ayrton, anche i comuni fan, erano sempre incontri che lasciavano qualcosa, per il fatto che ogni momento che Ayrton viveva era per lui una cosa importante. Per il fatto che per lui era importante il contatto umano. Lui possedeva un grande carisma e una grande capacità di analisi. Per dire, lui poteva ascoltare 4 persone e accogliere i loro discorsi anche diversi e poi fare il sunto finale. Aveva la capacità di una spiccata dote di sintesi e di comunicazione. Tanto per fare un esempio: durante una conferenza stampa se gli facevano una domanda un poco particolare, che richiedeva maggiore attenzione, lui diceva: “Questa è una bella domanda, però rispondo alla fine perché ci devo pensare”; in quel modo si prendeva il tempo per rispondere e intanto mentre ci pensava, proseguiva con le altre domande e teneva per la fine la domanda che sentiva meritasse una risposta più approfondita. Lui era tutta un’altra storia».

Davide tradurre i ricordi altrui è un atto di grande responsabilità, quasi un esercizio di sintonizzazione affettiva che tu hai reso molto bene. Qual è stata la sfida più grande nel dare voce ai silenzi e alle confidenze di Matteo?
Davide: «Senza dubbio, la sfida più difficile, che poi è la cosa più importante, è stata sicuramente quella di scrivere “per essere Matteo”. Perché per me la cosa fondamentale era che lui si ritrovasse in quello che scrivevo, non tanto nei fatti e nella cronaca di quello che succedeva, ma proprio nelle sensazioni, nel modo in cui sono state vissute in determinati momenti. Quindi la cosa più difficile era proprio fare in modo che lui si sentisse parte di quello che io scrivevo e non fosse un racconto esterno. Quella era la cosa che più mi preoccupava mentre scrivevo con maggiore attenzione».

Matteo nel libro emerge l’integrità di Ayrton e leggendo la narrazione, mi è venuto in mente Suzuka 1990, quando si ribellò all’ipocrisia del sistema. Tuo padre che era la sua ombra nei box: ha mai raccontato a te quel senso di solitudine di Ayrton? Sentivi, da ragazzo, che quell’uomo stava portando un peso tanto grande sulle proprie spalle?
Matteo: «Dunque, Ayrton era un uomo che, passami il termine, tendeva alla perfezione, potremmo dire che viveva una tensione che non sempre fa bene al vivere. La solitudine di Ayrton era quella di essere un uomo che coniugava l’essere un grande pilota, abbinato ad un carattere che presentava due sfaccettature: da una parte hai una persona estremamente amabile, buona, premurosa, godibile e dolce; dall’altra quando era in pista era Senna. Una sorta di Dr Jekill e Mr Hyde. Uno degli esempi è quello che abbiamo visto a Suzuka. Quindi se da un lato c’era un ragazzo con dei valori e con una sensibilità, dall’altro c’era un agonista che incuteva paura. Una persona che se tu, come si dice in gergo, “gliela facevi”, lui applicava la legge del taglione, per la serie: Tu me la fai, io te la restituisco. Quindi, quando l’anno prima si era visto messo al muro da Balestre (l’allora presidente FIA), correndo nel 1990 lo fece con la rabbia e con l’idea che se la situazione si fosse presentata in bilico, sarebbe stato lui a decidere come farla finire. Per cui, secondo me lui aveva premeditato di fare quello che poi fece. La sola cosa che ti posso dire è che mio papà quel giorno lì era ai box e dopo lo scontro con Prost, Ayrton tornò ai box dicendogli “Allora… Campione del Mondo”. Mio padre gli rispose: “Bè, Ayrton gli sei andato contro a 230 all’ora col pieno di benzina…” e lui come pronta risposta gli disse: “ E allora lui l’anno scorso, che mi ha buttato fuori in maniera molto più subdola?”. Hanno avuto quasi un momento di scambio di visioni. Ma alla fine, nessuno protestò e nessuno fece reclami, a dimostrazione della malafede dell’anno precedente. Eravamo arrivati al culmine di una sfida incredibile tra Senna e Prost. Perché alla fine tutti ci siamo divertiti nel vedere questi due fuoriclasse correre l’uno contro l’altro. Purtroppo non ce ne saranno due così. All’epoca avremmo potuto godere di un simile scontro con Schumacher, ma quella pagina è stata strappata in modo drastico. Con la morte di Ayrton non abbiamo potuto assistere ad un altro duello ed io sono convinto che ne avremmo viste delle belle e ci saremmo divertiti. Sarebbe stata una bella sfida. Senna e Prost erano complementari, avevano l’uno bisogno dell’altro. Entrambi erano dei collaudatori di automobili; uno era più istintivo e l’altro più razionale. Mentre Ayrton era un pilota puro, Prost era un pilota che sapeva usare la diplomazia».

Davide scrivere di Senna in questi anni, significa confrontarsi con un mito globale. Come avete lavorato per mantenere il racconto su un piano intimo e umano, evitando le celebrazioni scontate?
Davide: «Sotto questo aspetto ci siamo trovati immediatamente d’accordo con Matteo, su tutto quello che doveva essere sia il taglio che il senso del libro. Perché come hai detto tu, su Senna sono stati scritti centinaia di libri e molti dicono le stesse cose. Cioè la carriera la conosciamo, sappiamo com’è morto e cosa ha fatto nella sua vita professionale. Quindi avendo in mano potenzialmente qualcosa di nuovo, abbiamo cercato di concentrarci solo su quello, tralasciando tutto il resto, cioè tutto quello che era stato detto, scritto e sentito. E volutamente abbiamo evitato i passaggi, come si direbbe oggi, da “acchiappa click”, se fosse un post su un social. Nello specifico abbiamo evitato di parlare dell’incidente e della morte, cioè di quelle cose un po’ sensazionalistiche che poi tutti vogliono leggere, ma che non abbiamo scrittoperché non avrebbero aggiunto niente a quello che già si sapeva e a quello che si era già detto. Per cui ci siamo concentrati esclusivamente solo sulle nostre cose, tralasciando tutto il resto».

Matteo, Ayrton avvertiva un’urgenza etica profonda verso gli ultimi. Tra un discorso e l’altro, magari a tavola tra voi, trapelava mai questa sua necessità interiore di cambiare il mondo, oppure preferiva che il tempo trascorso in casa Orsi fosse un’isola di pace e leggerezza?
Matteo:«Tra noi, diciamo che non ha mai esplicitamente affrontato un simile argomento. Noi sapevamo che era impegnato sul sociale e che faceva delle cose che non voleva si sapessero, come l’aiuto che dava ai bambini delle favelas di San Paolo. Togliendoli da quello stato di miseria per farli andare a scuola. Una realtà che dopo è diventata la Fondazione Senna che tutt’oggi opera per il recupero e il sostegno sociale. Per cui, noi sapevamo che lui dava aiuto, ma senza fare clamore, bensì nella riservatezza. Ayrton non aveva bisogno di organizzare eventi spettacolari, ci metteva i propri soldi, la sua faccia. Dal canto nostro rispettavamo la sua volontà nel mantenere il segreto, perché lui non voleva si sapesse in giro per il semplice motivo che erano dei gesti mossi dal suo cuore e dalla sua coscienza. Per cui, costruire case e aiutare i bambini, affinché avessero un tetto e un’istruzione sicuri, era per garantire, a chi non aveva avuto i suoi privilegi, una vita decorosa. Queste cose sono sintetizzate in una delle sue famose dichiarazioni: “I ricchi non possono vivere su un’isola circondata da un oceano di povertà. Respiriamo tutti la stessa aria. Dobbiamo dare a tutti una possibilità, almeno una possibilità fondamentale”. Lui sapeva benissimo di essere fortunato e un privilegiato nell’aver fatto della sua passione un lavoro. Queste cose gli portavano fama e soldi ma che metteva a disposizione, insieme al suo ascendente, nei riguardi di chi queste possibilità non le aveva avute».

Davide c’è un aneddoto o un dettaglio raccontato da Matteo che ti ha colpito così tanto da cambiare il modo in cui avevi immaginato di scrivere un capitolo o l’interezza del libro?
Davide: «Allora, più che decidere di cambiare tutto diciamo che, quando abbiamo messo un po’ insieme i racconti che sono venuti fuori, anche in modo molto sporadico perché man mano che gli venivano in mente, cercavo di fare delle domande in merito a Matteo, c’è stato il racconto di quello che è stato il suo giorno dopo. Cioè la prima cosa che ho chiesto a Matteo, quando ci siamo visti, è stato del 2 maggio del ’94. Questo serviva a me per capire tante cose. Quando lui me lo ha raccontato, mi sono reso conto che quello sarebbe stato perfetto per dare l’inizio al libro. Perché attuava l’attenzione in un modo diverso; nel senso che non ti faceva immergere e partire gradualmente nella storia, ma ti buttava dentro dal momento più forte e più doloroso. Quindi, quando mi ha raccontato quello, io sono venuto via dall’incontro con Matteo dicendo che come prima cosa gli avrei chiesto quella. Perché ho capito che quello era il momento da cui volevo far iniziare il libro, anche se si trattava dell’epilogo della vita di Ayrton. Poi ci sono tanti momenti che sembrano quasi come se fossero già guidati e scritti dal destino».

Matteo oggi, con il tuo lavoro in un certo qual senso aiuti tuo padre a gestire questo archivio immenso; senti mai la responsabilità di proteggere quell’Ayrton “privato” che in gran parte il mondo non ha conosciuto? C’è un confine che Angelo e tu avete deciso di non superare mai per non tradire quel patto di amicizia nato quasi una vita fa?
Matteo: «Sì, nel senso che io sono molto attento a queste cose, anche perché noto che questo argomento per il mio papà è qualcosa che lo sensibilizza tanto. Mio papà è una persona molto riservata, nel senso che per cavargli fuori delle cose su Ayrton, come dire, bisogna insistere e stare lì a lavorarci un po’. Per cui, la mia responsabilità è anche quella di salvaguardare i ricordi di mio papà. Che potrebbe sembrare strano, ma io mi sento responsabile nei riguardi dei suoi ricordi. Perché quando qualcuno mi chiede qualcosa, io ho sempre paura nel rispondere proprio per dire ciò che non “potrei” o “dovrei” aprire. Poi, per dire, il primo è mio padre a divertirsi nel raccontare le “stupidate” che facevo io e in cui c’era anche Ayrton. Per far capire, due anni fa quando mio papà è stato ad Imola per presentare una mostra fotografica, ha raccontato l’episodio della variante alta, dalla sua versione. Cioè ha raccontato della telefonata che Ayrton gli fece per dirgli che io ero attaccato alla ringhiera invece di stare a casa a studiare. Il suo racconto fece ridere tutti. Quindi la responsabilità che sento è quella di non tradire la riservatezza di mio papà. Ecco, sono due le persone che non devo tradire, una è Ayrton e la sua memoria e l’altro è mio papà e i suoi ricordi».

Davide qual è il tuo ricordo su Ayrton da giovane spettatore di allora?
Davide: «Ecco, io ovviamente non l’ho mai conosciuto, ero uno spettatore, però per me Senna era una sorta di “divinità laica”. Non era solo un idolo sportivo, era un punto di riferimento, un modello che usavo per superare i momenti difficili, da cui trarre motivazione. Era una specie di “santo protettore”. Quindi Ayrton è stato qualcosa che, seppur a distanza,ha fatto parte di tutta la mia adolescenza. C’è chi come modello ha il cantante, il calciatore, io invece avevo Senna come punto di riferimento. Comunque, in tutto quello che è stato il mio tifo adolescenziale verso Senna, ritrovarmi oggi, dopo più di trent’anni ad avere la possibilità di scrivere un libro su di lui, non in maniera banale perché mi ci sono messo io a scriverlo, ma attraverso e grazie la conoscenza di Matteo, che lo ha vissuto e conosciuto, è stato come chiudere un cerchio della mia vita. Questo mi ha permesso di riallacciarmi a quello che era il mio passato giovanile grazie ai ricordi personali di Matteo. Quindi è stata un’esperienza molto particolare, perché non mi sono messo a tavolino e ho scritto un libro, ma ho vissuto questo libro attraverso gli occhi e i racconti di chi veramente ha attraversato quello che io da ragazzo vivevo dal di fuori. Per cui è stata la chiusura di un cerchio al 100%».

Matteo mi sono rimasti impressi due momenti, il primo è presente nel libro e uno me lo hai raccontato durante la presentazione di quest’ultimo. Se ti va di dirlo. Il primo riguarda quel 7 marzo 1994, giorno in cui chiedesti una licenza dalla caserma in cui eri militare per tornare a casa, senza sapere che quella sarebbe stata l’ultima volta che avresti visto a pranzo da voi Ayrton. Il secondo riguarda un sogno che hai fatto, in cui gli chiedevi – data la presenza degli smartphone – quella foto insieme che non vi siete mai fatti. Entrambi mi hanno emozionata oltre le parole. Per cui, rispettando la tua emotività ti chiedo, se te la senti di raccontarceli e dirci cosa entrambi e per modalità diverse, a livello emozionale ti hanno lasciato?
Matteo: «Allora l’episodio del 7 marzo del 1994, in proiezione di quello che poi è accaduto, mi ha lasciato un grandissimo rimpianto. Per il fatto che, di occasioni e serate, ce ne sarebbero potute essere tante altre come quella. Penso ad altri momenti anche dopo, una volta che avesse smesso di correre, e saremmo rimasti amici. Questo mi porta a un rimpianto e ad una nostalgia che spesso mi fa pensare a come sarebbe potuto essere tutto questo e in generale non è che mi piaccia tanto. Perché mi vengono in mente tanti “se”, come ad esempio: “Chissà come sarebbe stato se quel giorno la macchina avesse curvato come avrebbe dovuto fare …” Quindi quell’ultimo incontro lì, guardato con lo sguardo di adesso, è abbastanza doloroso da ricordare e da portarsi dietro. Per quel che riguarda il sogno, la cosa straordinaria era che lui era accanto a me; la foto veniva scattata, ma lui nella foto non c’era, anche se io lo vedevo accanto a me. In questo caso, mi sono svegliato scosso; il risveglio da quel sogno lì è stato difficile emi ci è voluto un po’ per riprendermi. Nel senso che ho cercato di dargli una logica, di riviverlo per dargli una spiegazione, ma questo è ancora peggio. Per cui, ti dico che è stata dura in entrambi in casi e in modalità diverse; una è un peso reale che mi porto dentro e l’altra è uno shock emotivo di una presenza che si è fatta sentire attraverso il sogno».

Chiedo a entrambi: se oggi Ayrton potesse sedersi a tavola con voi e sfogliare questo libro, quale capitolo pensate che lo farebbe sorridere di più e quale, invece, gli farebbe dire “grazie per averlo mantenuto segreto fino ad ora?”
Matteo: «Dunque, per quel che riguarda il capitolo che lo farebbe sorridere, secondo me non sarebbe uno ma due. Il primo è quello di quando mi beccò attaccato alla rete ad Imola, sulla variante alta; e l’altro è quello della scommessa delle bistecche di cavallo (contenuti nel libro). Sicuramente entrambi lo farebbero ridere e anche oggi ci faremmo delle sane risate. Quanto al “segreto mantenuto”, ecco probabilmente ci ringrazierebbe per essere sempre stati discreti con lui, per averlo sempre accolto e avergli fatto vivere delle ore spensierate, tranquille e con discrezione in casa nostra. Facendolo sentire uno di noi e in famiglia. Conoscendolo, ci avrebbe ringraziato per quello».
Davide: «Allora sul secondo non saprei rispondere, perché purtroppo non l’ho conosciuto. Però sul primo ti potrei dire che, secondo me si divertirebbe molto a leggere come Matteo vive oggi “la spiata” che gli fece dopo il famoso episodio della variante alta; potrebbe essere una di quelle cose che immagino vedere da un uomo di oltre sessant’anni che leggendolo si fa un sorriso divertito ricordando quell’episodio».

Per chiudere: Se poteste scegliere un solo aggettivo per descrivere l’Ayrton che emerge dai ricordi di Matteo e dalle pagine di questo libro, quale sarebbe e perché?
Matteo: «Se dovessi dire un aggettivo, ti direi Magic, come lo chiamavano tutti; Ayrton era magico. Per me, potrebbe sembrare banale, ma ti rispondo che era Speciale. Lui era Ayrton… e Ayrton era speciale nella sua incredibile normalità e nella sua umanità. E credimi, per come va adesso il mondo, non sono due concetti che vanno spesso a braccetto».
Davide: «Trovare un aggettivo solo è difficile. Io lo definirei Universale. Perché la parolaUniversale vuol dire tante cose: da uomo normale a straordinario; vuol dire eroe sportivo e eroe umano. È un aggettivo che si rivolge a tutti coloro che sono appassionati e alle persone comuni che non l’hanno conosciuto direttamente ma lo hanno seguito, anche coloro che non guardavano le corse. Perché come hai spesso sentito pure tu, tutti sanno dove fossero quel Primo di maggio del ’94, anche chi non ha guardato mai una corsa in vita sua. Quindi Ayrton Senna è stato qualcosa di universale. Lui stesso è stato sia spirituale che sportivo. Ha abbracciato tutte le possibilità di ogni aspetto di quella che poteva essere la sua vita e la sua carriera. Quando tu mi chiedi cosa gli direi oggi, se non ci fosse stato quel Primo di Maggio di trentadue anni fa, se non perdessi l’uso della parola per l’emozione, cosa molto probabile, gli direi semplicemente “Grazie”. Perché comunque, potrebbe sembrare assurdo dirlo, però in un certo senso la persona che oggi sono è anche per lui.Perché lui è stato veramente una persona, nel suo modo di vivere e combattere che durante la mia adolescenza mi ha guidato. Senza mai conoscersi lui, in qualche modo, mi ha influenzato e ha contribuito a costruire una parte e un aspetto della mia vita».

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