Il racconto sulla vita del Maestro Rapacchietta Fanciullo, nelle pagine del libro L’Uomo dell’Organetto, di Dosolina Rapacchietta.
Dosolina Rapacchietta torna in libreria con L’Uomo dell’Organetto (Carabba), romanzo biografico dedicato alla vita del Maestro Rapacchietta Fanciullo. Una storia che intreccia musica, memoria, psicologia e storia, raccontando come l’organetto sia diventato per il protagonista rifugio, strumento di resilienza e veicolo per trasformare il dolore in arte. Ne parliamo con lei per la nostra rubrica Libri & Scrittori.
Dosolina Rapacchietta, benvenuta sul Quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”. Lei definisce il recupero della memoria una forma di “Mindfulness storica”: cosa intende esattamente con questa espressione?
«La mindfulness permette di passare da uno stato di sofferenza a una percezione soggettiva di benessere, grazie alla conoscenza profonda degli stati mentali, portando attenzione al momento presente in modo curioso e non giudicante. L’obiettivo è quello di eliminare la sofferenza inutile, applicare questo principio alla storia personale e collettiva, come racconto nel libro attraverso la figura simbolica dell’uomo dell’organetto, significa intraprendere un radicamento nel presente attraverso l’ascolto attivo del passato. Si tratta di un vero e proprio atto terapeutico e d’integrazione identitaria. La “Mindfulness storica” ci permette di fare esperienza dei ricordi senza rimanerne ostaggio: riconosciamo la traccia del vissuto, la accogliamo nel corpo e nella mente, e la trasformiamo in uno strumento di resilienza per affrontare il presente. Dal punto di vista musicologico ed etnomusicologico, l’organetto è uno strumento a mantice intrinsecamente legato al respiro, alla corporeità e al ritmo popolare. La musica dell’organetto agisce come un ancoraggio acustico: stimola l’area limbica attivando la memoria implicita ed emotiva legata all’infanzia, alla comunità e al territorio. Mentre la società contemporanea ci impone un tempo lineare, rapido e frammentato, il ritmo dell’organetto riporta l’ascoltatore a un tempo rituale e condiviso, favorendo lo stato di flow e la presenza mentale. Ricostruire la memoria attraverso la musica dell’organetto significa quindi fare un’operazione di presenza consapevole: ascoltare la risonanza del passato all’interno del proprio corpo presente, restituendo continuità e senso alla propria storia individuale e collettiva. Quindi possiamo affermare che la pratica mindfulness migliora le performance musicali e il benessere dei musicisti».
Il pubblico americano rimase affascinato dall’organetto in anni dominati dal Rock e dal Pop: secondo lei perché?
«Il fascino esercitato dall’organetto sul pubblico americano, in un’epoca dominata dall’esplosione del Rock e del Pop, risiede in una potente combinazione di dinamiche acustico-musicali e profondi bisogni psicologici collettivi. Questo fenomeno si spiega attraverso tre fattori chiave. Innanzitutto a differenza del Pop e del Rock di quegli anni, sempre più legati all’amplificazione elettrica, l’organetto è uno strumento meccanico, aerofono e totalmente acustico. Musicalmente: crea un’onda sonora ricca di armoniche naturali, percepita dall’orecchio umano come “calda” e “viva”. Psicologicamente il pubblico ha percepito una spinta verso la verità acustica, una stimolazione sensoriale diretta e non filtrata che la musica elettronica non poteva replicare. Poi le strutture melodiche e ritmiche della musica tradizionale abruzzese (si pensi ai ritmi ternari della saltarella) poggiano su schemi antichi, quasi ipnotici. Dal punto di vista psicologico, queste melodie attivano una sorta di inconscio collettivo. Il Rock e il Pop parlavano alla ribellione del momento o al consumismo giovanile; l’organetto parlava a un livello transgenerazionale. I ritmi tradizionali offrono una struttura prevedibile e rassicurante, favorendo una risposta emotiva immediata, che invita alla danza e alla socialità. Infine, negli anni del boom industriale e della globalizzazione culturale americana l’ascoltatore viveva un senso di alienazione. Strumenti così “antichi” riescono a parlare al presente perché agiscono come antidoti alla modernità. Dal punto di vista psicologico, l’antico non viene percepito come “vecchio”, ma come autentico. È la ricerca di un’ancora in un mondo iper-veloce. Lo strumento ha colmato un vuoto emotivo e sensoriale, dimostrando che la musica radicata nella terra possiede un codice universale capace di scavalcare le mode commerciali di qualsiasi epoca».
In un’epoca dominata dal digitale e dall’intelligenza artificiale, crede quindi che la musica popolare possa ancora insegnare qualcosa alle nuove generazioni?
«Assolutamente sì. In un’epoca dominata dall’iper-connessione digitale e dai modelli generativi di Intelligenza Artificiale, la musica popolare non è un relitto del passato, ma una tecnologia socio-emotiva fondamentale per l’equilibrio delle nuove generazioni. Per comprenderne il valore oggi, occorre tenere presente il concetto di Embodied Cognition come risposta all’”alienazione da sintesi”. L’IA generativa produce contenuti musicali perfetti disincarnando il suono: l’algoritmo elabora dati senza un corpo, senza vissuto, senza respirare. La teoria psicologica della Cognizione Incarnata (Embodied Cognition) dimostra che l’intelligenza umana e l’empatia si sviluppano attraverso l’interazione fisica, viscerale e sensoriale con l’ambiente. La musica popolare, suonata con strumenti fisici come l’organetto, insegna ai giovani il valore del radicamento corporeo (grounding). Insegna che la musica non è solo un flusso di bit da consumare passivamente tramite algoritmi di raccomandazione, ma un’esperienza incapsulata nel corpo e nel movimento. Inoltre insegna la Resilienza all’imperfezione: L’IA tende alla perfezione levigata. La musica popolare educa alla bellezza dell’imperfezione, dell’imprevisto e dell’unicità del momento, abilità psicologiche fondamentali per sviluppare tolleranza alla frustrazione ed estro creativo».
Dopo L’Uomo dell’Organetto, quali temi sente di voler approfondire nei suoi prossimi lavori letterari?
«È una bellissima domanda. Vede, io ho un rapporto molto particolare con la scrittura: di solito dico sempre che non sono io a cercare le storie, sono le storie che vengono a cercare me. Bussano alla mia porta attraverso incontri, confidenze e sguardi, e io sento semplicemente il dovere morale di dare loro una voce. Sulla scia di questa urgenza narrativa, ci sono due progetti letterari importanti che mi hanno “scelta” e che sto attualmente approfondendo: la forza delle donne davanti alle crepe del sistema e dare la parola alla disabilità oltre il pietismo. Il primo progetto nasce dal bisogno di raccontare la resilienza al femminile di fronte alle ingiustizie più grandi. sarà la storia di una donna forte che si trova a combattere una battaglia titanica contro gli errori sanitari. Non voglio narrare solo la cronaca di un’ingiustizia, ma l’aspetto psicologico e umano: l’impatto devastante che la vulnerabilità della malattia e l’errore umano hanno sulla vita di una persona, e la straordinaria forza d’animo necessaria per trasformare il dolore in una battaglia di dignità e verità. È una storia che parla di coraggio, di giustizia e della capacità di non farsi spezzare dalle istituzioni. Il secondo progetto, a cui tengo immensamente, si concentra sulla qualità della vita dei soggetti disabili. La vera svolta narrativa di questo lavoro sarà un radicale cambio di prospettiva: dare direttamente la parola a loro. Spesso la disabilità viene raccontata dall’esterno, con uno sguardo che oscilla tra il pietismo e l’eroismo retorico. Io voglio eliminare questi filtri. Saranno i protagonisti stessi a narrare il loro quotidiano, i loro desideri, le barriere (culturali prima ancora che architettoniche) e la loro personale percezione del mondo. L’obiettivo è ridefinire il concetto di “qualità della vita”, dimostrando che la dignità dell’esistenza risiede nell’ascolto autentico dell’altro. In fondo, se ci pensa, c’è un filo rosso che lega questi nuovi progetti a “L’uomo dell’organetto”: la volontà incrollabile di dare voce a chi spesso non ce l’ha, esplorando la capacità dell’essere umano di rialzarsi, reinventarsi e splendere anche nelle difficoltà più profonde».
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