Il confine dei silenzi, di Viviana Picchiarelli

Il confine dei silenzi, di Viviana Picchiarelli

Intervista alla scrittrice Viviana Picchiarelli, che ci racconta il suo quinto romanzo dal titolo “Il confine dei silenzi”.

Con Il confine dei silenzi (Bertoni Editore, 2025), Viviana Picchiarelli firma il suo quinto romanzo e ci regala una storia potente, emozionante e politicamente attuale. Al centro della vicenda, Clara Rossetti: una psicoterapeuta sorda che decide di candidarsi a sindaca nel suo paese natale, sfidando una dinastia familiare che da anni controlla Terravecchia del Monte. Ma Il confine dei silenzi è molto più di una lotta per il potere: è una riflessione sulla disabilità, sul peso del pregiudizio, sui silenzi che isolano — e su quelli che proteggono.

Tra ambizione e fragilità, memoria e riscatto, il romanzo tocca corde profonde, dando spazio a personaggi femminili forti e complessi, a dinamiche sociali sottili, e a una scrittura che si muove con eleganza tra pubblico e privato.

Abbiamo incontrato Viviana Picchiarelli per la nostra rubrica Libri e Scrittori e farle qualche domanda sul suo ultimo lavoro, sul modo in cui scrive e sulle scelte narrative che rendono Il confine dei silenzi un romanzo necessario, oggi più che mai.

Viviana Picchiarelli, benvenuta su La Gazzetta dello Spettacolo. Sei una scrittrice con una solida formazione accademica e un percorso variegato. Come il tuo background in comunicazione e scrittura creativa ha influenzato il tuo modo di costruire personaggi e intrecci narrativi?
Grazie, è un piacere essere qui. La formazione nel campo della comunicazione mi ha insegnato ad ascoltare davvero le persone – un’attitudine che porto nei personaggi, cercando sempre di coglierne la complessità. La scrittura creativa, invece, mi ha aiutata a trovare la forma giusta per raccontarli, a dare ritmo e verità alle storie.

Nei tuoi romanzi affronti spesso tematiche sociali complesse con grande sensibilità. Cosa ti spinge, ogni volta, a raccontare storie che vanno oltre l’intrattenimento e, in queste nuove pagine, ad affrontare il tema della sordità in modo profondo e realistico?
Scrivere, per me, è anche un atto di responsabilità: non mi interessa solo intrattenere, ma creare empatia, spostare lo sguardo. Questa storia è nata da una sfida lanciatami dall’editore. Era la prima volta che scrivevo “su tema” e, lo ammetto, ero un po’ titubante: temevo di cadere nel cliché, o peggio, nel pietismo. Poi ho capito che potevo trovare una mia strada, più intima e vera. La sordità è diventata una lente attraverso cui raccontare la comunicazione, la distanza, il bisogno di essere ascoltati davvero.

Il romanzo mette in scena un microcosmo di potere familiare e sociale: quanto è importante l’eredità – politica, affettiva, culturale – nella definizione dell’identità dei personaggi e come hai lavorato alla rappresentazione della disabilità di Clara? Hai tratto ispirazione da esperienze personali o testimonianze dirette?
L’eredità, in tutte le sue forme, è il cuore del romanzo. I personaggi si muovono dentro ciò che hanno ricevuto – consapevolmente o meno – e spesso devono fare i conti con aspettative che non hanno scelto. Mi interessava raccontare proprio questo: quanto sia difficile, a volte, distinguere chi siamo da ciò che ci è stato trasmesso. Per Clara, invece, ho lavorato con grande cautela e rispetto. Non ho esperienze personali dirette, quindi mi sono documentata molto, ascoltando testimonianze, leggendo articoli, immergendomi nel vissuto di chi convive con la sordità. Volevo che la sua disabilità non fosse il centro del personaggio, ma solo una parte di lei. Clara non è “quella sorda”, ma una donna complessa, con una storia, delle ferite, una voce potente anche nel silenzio.

Il romanzo affronta pregiudizi e microaggressioni quotidiane verso la disabilità. Quanto pensi sia importante raccontare questi aspetti nella narrativa contemporanea?
Penso sia importante raccontarli perché fanno parte della quotidianità di molte persone, ma spesso passano sotto traccia. Non servono grandi gesti per far sentire qualcuno escluso: bastano un’interruzione di troppo, una frase detta con leggerezza, un tono sbagliato. Inserirli nella narrazione è un modo per farli emergere senza forzarli, per mostrarli per quello che sono: normalità distorte a cui ci siamo abituati troppo in fretta.

C’è una domanda, a oggi, che in una intervista avresti desiderato ricevere e ciò non è avvenuto? Se sì, quale e con che risposta?
Una domanda che nessuno mi ha mai fatto è: “Ti capita mai di annoiarti mentre scrivi?”. Sì, mi capita. Ed è il segnale che qualcosa non funziona: o sto raccontando una scena che non serve, o sto cercando di compiacere qualcun altro. Se mi accorgo che sto solo riempiendo spazio, mi blocco. Se non succede niente – dentro la storia e dentro di me – allora meglio cancellare e, nei casi più eclatanti, abbandonare proprio il progetto. E mi è successo almeno un paio di volte. Non mi interessa portare a termine qualcosa che non ha più tensione.

Viviana, vivi l’esperienza dei concorsi letterari sia come autrice in gara sia dall’altra parte, come giurata. In cosa differisce il tuo sguardo nei due ruoli? Cosa cerchi quando leggi per valutare e cosa speri che venga colto, invece, quando è un tuo romanzo a concorrere?
Quando leggo da giurata cerco onestà. Non mi interessa la perfezione stilistica se manca una voce autentica, una necessità. Voglio sentire che l’autore o l’autrice ha davvero qualcosa da dire. Quando partecipo io, invece, spero che venga colta la stratificazione: ciò che non è esplicito, ma lavora in profondità. Per questo sono veramente felice che Il confine dei silenzi, che gioca proprio su questi livelli, abbia ricevuto di recente il Premio Eccellenza alla 66ª edizione del San Domenichino.

Per concludere, “Il confine dei silenzi” non è solo una storia individuale, ma anche un ritratto sociale. Quali messaggi volevi trasmettere sulla comunità e sul cambiamento attraverso Terravecchia del Monte?
Terravecchia del Monte è un luogo immaginario, ma somiglia a tanti paesi di provincia reali: chiusi, diffidenti, legati alle proprie gerarchie. Mi interessava raccontare cosa accade quando, dentro una comunità di questo tipo, qualcuno rompe l’equilibrio apparente e mette in discussione regole non scritte. Non volevo dare messaggi, ma mostrare crepe. Il cambiamento, in fondo, è fatto di resistenze, di piccoli cedimenti, di scarti. E spesso inizia proprio da chi, all’inizio, sembra fuori posto.

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Su Francesca Ghezzani

Giornalista, addetto stampa, autrice e conduttrice di programmi televisivi e radiofonici. In passato ha collaborato con istituti in qualità di docente di comunicazione ed eventi.

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