Per la nostra rubrica “Libri e Scrittori”, incontriamo la pluri-premiata Giusi Russo, che ci racconta il suo “Come un taglio nel vetro”.
La pluripremiata scrittrice Giusi Russo, vincitrice, con il suo secondo romanzo Di notte, solo di notte, del Premio letterario-giornalistico Piersanti Mattarella 2025 e del Premio Nadia Toffa 2022, è tornata in libreria con Come un taglio nel vetro (Edizioni clandestine-gruppo Santelli, collana Narrazioni clandestine), un romanzo di formazione e memoria che attraversa gli anni ’70 in una Sicilia periferica, selvaggia e mitica, dove l’amore si fa ferita e l’essere sé stessi è un intimo campo di battaglia.
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Giusi Russo, ben trovata sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”. Dopo Di notte, solo di notte, torni a raccontare un universo femminile segnato dal dolore. Cosa ti conduce verso queste storie?
«Al fondo di questa mia scelta vi è un intimo bisogno, quello di scavare negli abissi dell’animo umano, per disvelarne la complessità. Attraverso la delineazione di figure femminili immerse nello spazio scorticato del dolore, ho voluto puntare l’attenzione su quella humanitas in cui noi tutti, uomini e donne, beninteso, possono riconoscersi. Una humanitas innervata di luci e di ombre, di splendore e di oscurità, arrancante e resiliente al contempo. Non nascondo, tuttavia, l’intento di evidenziare, in particolare, la cifra qualificante delle donne, in cui determinazione e fragilità, da sempre, coesistono senza alcuna dissonanza. Le donne che racconto in questa, come nelle mie storie precedenti, incarnano un femminile selvaggio, sanguigno, dal forte sentire, direbbe Alfieri. In esse c’è qualcosa di Antigone, di Medea, di Clitemnestra, chiaro rimando alla tragedia greca e a quella sicilianità di cui sono partecipe, in quanto siciliana».
Di solito, scrittori e scrittrici sono dei grandi osservatori. Quando c’è di vero e quanto di invenzione in queste nuove pagine?
«Il movente che ci spinge a creare una storia è sempre inciso nella profondità del nostro essere; pertanto non c’è romanzo che non sia idealmente autobiografico. E non è necessario che le vicende narrate abbiano un riscontro diretto nella vita dell’autore. Ciò che sempre è autobiografico è l’emozione. L’emozione che lo scrittore trasfonde nella pagina, che prende corpo e sostanza e si fa personaggio, e diventa storia, diventa mondo. L’emozione che ogni scrittore si aspetta di suscitare nel lettore. Un aspetto di questo romanzo è segnatamente autobiografico ed è l’ambientazione ovvero la periferia, povera e difficile, di Borgo Venturi dove, tra una cava che ogni giorno esplode e case che resistono al frastuono, si incontrano, a un tratto, le esistenze di due bambine, Anna e Lucia. Ho voluto, profondamente e convintamente, puntare lo sguardo su una realtà dura, sovente accompagnata da aggettivi di segno negativo, per evidenziarne aspetti pregevoli non sempre riconosciuti. Una volta ho sentito Renzo Piano definire le periferie “fabbriche di desideri”. E io condivido questa definizione, non in astratto, ma in forza di dati esperienziali, essendo io figlia della periferia. Le periferie, anche le più degradate, possono essere spazi di grande vitalità, crogioli di energia e di passione, luoghi che possiedono poco o nulla dove cresci con l’idea di partire, di diventare altro, proprio come accade ad Anna e Lucia. Luoghi che forgiano il carattere e che, tra insidie e pericoli, insegnano a desiderare, a lanciare il cuore oltre l’ostacolo».
Nella tua nota d’autrice affermi che questa storia “non è per tutti”. Chi immagini come lettore ideale di questo romanzo
«“Questa storia non è per tutti” è un’affermazione volutamente provocatoria. L’intento era ed è quello di porre il focus su quello che, a mio credere, è oggi la radice di ogni male: non riuscire mai a riconoscere la propria vulnerabilità, preferendo pose miopi e arroganti, inutili quanto improficue per la costruzione di sane relazioni umane. La storia di Anna e Lucia è una storia in grado di mettere il lettore con le spalle al muro, suscitando domande scomode: fino a che punto siamo disposti a spingerci per proteggere i nostri sogni? Può un’ambizione, un progetto di vita, ancorché mille volte vagheggiato, inficiare un’amicizia, un amore, un orizzonte valoriale? E ancora: fino a che punto siamo disposti a spingerci per colmare un vuoto d’amore, per compensare una perdita, un abbandono?».
Durante la lettura ho avuto la sensazione che molti passaggi invitino chi legge a porsi in una sospensione di giudizio. È effettivamente così?
«Sì, è così. Sospendere il giudizio, in alcune situazione della vita, non è un atto di codardia, ma di intelligenza. È sguardo largo e verticale, che non condanna né assolve. Ce lo ha insegnato il mondo antico con la celebre massima terenziana: Homo sum, humani nihil a me alienum puto (sono un essere umano, non considero estraneo a me nulla di ciò che è umano)».
Quali reazioni desideri suscitare nei lettori una volta chiuso il libro?
«Io credo fortemente, come dicevo prima, nel romanzo che scava nelle profondità dell’animo umano. Le storie, a mio credere, devono confortare e far pensare; riscaldare il cuore e, nello tempo, avere un effetto squassante. Per dirla con Kafka, “un libro deve essere l’ascia che spezza il mare ghiacciato che è dentro di noi”. Che la vicenda narrata affondi nel passato o germogli dal presente, che sia ambientata in Sicilia o altrove, sempre, in ultimo, è questo, per me, il dato valoriale: potere generare, attraverso la scrittura, dubbi e interrogativi. Bisogna che, attraverso l’emozione, il romanzo consegni non risposte, ma domande, che lasci incerti, dubbiosi e, perché no, disorientati».
Un’ultima curiosità: la classe del liceo in cui insegni italiano e latino ti ha letta e, se sì, qual è stata la reazione?
«Una reazione che potrei definire di identificazione. Molti hanno affermato che è stato naturale immedesimarsi nella storia, non per le vicende in sé, ma per i tratti caratteristici delle due protagoniste, adolescenti come loro e, come loro, affamate di futuro, onnipotenti eppure fragili, sempre sul punto di cadere e già pronte a ricominciare la corsa. Un’identificazione che disvela, se mai ve ne fosse bisogno, quanto difficile e doloroso, in ogni tempo e in qualsivoglia contesto, sia il cammino della crescita».
La Gazzetta dello Spettacolo Il quotidiano dello ShowBiz