L’autrice Mariù Adamo ci racconta “Il coraggio di essere donna”: 14 storie di resilienza e riscatto tra impegno civile e valore sociale.
Esiste un tempo per la velocità della cronaca, che brucia le notizie nello spazio di un battito di ciglia, ed esiste un tempo per la sosta. È proprio in questa dimensione di ascolto profondo e meditativo che nasce “Il coraggio di essere donna”, il nuovo libro della giornalista e conduttrice Mariù Adamo, edito da De Nigris Editore.
Frutto di una maturazione intima e professionale germogliata nello spazio intimo dell’oikos televisivo di “Casa Mariù”, l’opera raccoglie i ritratti di 14 protagoniste: sportive, artiste, attiviste e madri. Donne diverse per età e percorso, ma unite da un identico e invisibile filo conduttore: la straordinaria capacità di non permettere alla propria ferita di trasformarsi nella propria identità.
Dalla dolorosa e potente testimonianza di Daniela Di Maggio — madre di Giovanbattista Cutolo (Giogiò), che con le sue scarpe bianche chiede oggi con forza l’istituzione del reato di “mammicidio” — fino alle voci segnate da violenze, malattie e ingiustizie sociali, l’autrice rifugge con fermezza dal tranello della spettacolarizzazione e del pietismo. La sua è una scrittura sobria ed empatica, mossa da una certezza d’ispirazione classica: il pathei mathos, la conoscenza che scaturisce solo dall’aver attraversato la sofferenza.
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Presentato ufficialmente nella cornice della Sala Caduti di Nassiriya del Consiglio Regionale della Campania — alla presenza del Presidente Massimiliano Manfredi e di rappresentanti del mondo civile e sanitario — il volume supera i confini dell’opera letteraria per farsi vero e proprio atto politico e civile. Un’opera che interroga le istituzioni e rilancia proposte concrete, come l’istituzione del 17 maggio quale Giornata del Coraggio di essere Donna.
Nelle righe che seguono, Mariù Adamo si racconta a La Gazzetta dello Spettacolo, guidandoci nel cuore di un progetto che non vuole offrire facili consolazioni, ma accendere una speranza generativa: dimostrare che anche ciò che ci ha spezzati può trasformarsi in una nuova, irrinunciabile responsabilità verso gli altri.
L’intervista a Mariù Adamo
Bentornata sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo” a Mariù Adamo. Nel suo nuovo libro edito da De Nigris Editore lei traccia i ritratti di 14 protagoniste tra sportive, artiste, attiviste e madri. Da giornalista e conduttrice abituata al ritmo quotidiano dell’attualità, qual è stata la spinta interiore che l’ha portata a fermarsi per raccogliere queste storie così intense di dolore trasformato in forza?
«“Il coraggio di essere donna” non nasce da un tavolo editoriale, ma da un’urgenza interiore che è prima di tutto umana, e poi giornalistica. Ho sentito che il tempo dell’attualità, con la sua velocità, non bastava più a contenere la profondità di alcune vite che incontravo. Nel format televisivo “Casa Mariù” ho avvertito il bisogno di creare uno spazio dedicato alle donne, non per raccontarle in astratto, ma per dare voce a chi aveva attraversato ferite così profonde da diventare, paradossalmente, sorgente di luce per altri.
L’immagine che porto dentro è quella di un’“oikos”, una casa, più che di uno studio televisivo: un luogo dove chi entra non si sente un caso di cronaca, ma una persona intera. Ascoltandole, ho riconosciuto un filo invisibile che univa tutte le protagoniste, al di là delle differenze di età, storie e percorsi. Ognuna ha trovato il coraggio di non lasciare che la propria ferita diventasse la propria identità.
La decisione di “fermarmi” è nata dal comprendere che la televisione ti concede l’immediatezza, ma non sempre la sosta. La scrittura, invece, è un tempo di meditazione: permette di ritornare sulle storie, di rileggerle, di farle maturare dentro di sé. Come giornalista ho raccolto voci; come autrice ho sentito la responsabilità di custodirle, trasformandole in memoria condivisa».
Il volume si propone esplicitamente di accendere i riflettori su chi troppo spesso resta invisibile e inascoltato, promuovendo valori cardine come la parità di genere e la dignità sociale. Qual è stata la sfida più complessa nel tradurre racconti segnati da violenza, malattia e discriminazione in una scrittura profonda ed empatica, senza mai cedere al pietismo?
«La sfida più grande è stata quella di camminare costantemente su un crinale sottile: raccontare il dolore senza trasformarlo in spettacolo, restituire la ferita senza indulgere nel compiacimento del tragico. Vengo dal giornalismo, e questo significa avere chiaro che dietro ogni notizia c’è una persona: il primo dovere è la tutela della sua dignità. Ho sentito che ogni parola aveva un peso specifico e che un aggettivo di troppo avrebbe potuto deformare ciò che le protagoniste mi avevano affidato.
Per questo ho posto al centro il verbo ascoltare. Viviamo in un tempo in cui spesso le risposte arrivano prima delle domande e le narrazioni si consumano nell’arco di poche ore. Io ho provato a fare l’opposto: sospendere il giudizio, rallentare, concedere alle storie il tempo necessario per raccontarsi. Mi accompagna da sempre un’espressione di Eschilo, pathei mathos: attraverso la sofferenza può nascere una forma di conoscenza. Ed è proprio questo che ho cercato di raccontare: non il dolore in sé, ma ciò che quel dolore ha insegnato a queste donne.
In concreto, questo ha significato evitare il pietismo e scegliere una scrittura sobria, che lascia parlare le protagoniste. Non cercavo il colpo emotivo, ma un’empatia che nascesse dal riconoscimento, non dalla commiserazione. Ho cercato di tenere insieme verità e delicatezza: dire le cose per come sono, senza edulcorarle, ma al tempo stesso proteggendo lo spazio interiore di chi ha avuto il coraggio di raccontarsi.
Credo che sia un equilibrio fragile, ma sia proprio lì che una storia possa diventare un luogo di incontro, capace di trasformare il dolore di una persona in una responsabilità condivisa».
La storia che apre il libro è quella di Daniela Di Maggio, la mamma di Giovanbattista Cutolo (Giogiò), ucciso brutalmente a Napoli nel 2023. A margine dell’incontro, la Di Maggio ha lanciato la proposta di istituire il reato di “mammicidio”, presentandosi con delle scarpe bianche destinate a diventare il simbolo di questa battaglia. Come ha vissuto, da autrice, la responsabilità di dare spazio a una determinazione così straziante e potente?
«Di fronte a una storia come quella di Daniela Di Maggio la prima reazione non è mai professionale, è profondamente umana. Ti siedi davanti a una madre che ha perso un figlio in modo assurdo e capisci che il tuo compito non è “scrivere di lei”, ma farti da parte perché sia lei a parlare. Ho vissuto questa responsabilità con un senso quasi sacrale della parola: tutto ciò che viene detto su Giogiò, sulla sua morte e sulla battaglia che ne è scaturita, deve essere all’altezza dell’amore e del dolore che l’hanno generata.
Le scarpe bianche, il termine “mammicidio”, la sua determinazione a trasformare un lutto indicibile in una richiesta di giustizia e di cambiamento, sono segni che parlano a un’intera comunità. Come autrice, ho cercato di non sovrappormi a quei segni, ma di custodirli con rispetto. Raccontare Daniela significa riconoscere che il suo grido non è solo individuale, ma è la voce di molte madri che chiedono allo Stato e alla società di non essere lasciate sole.
Scrivendo di lei mi è tornata alla mente Antigone, la figura sofoclea che non si rassegna a una legge percepita come ingiusta e che, nel dolore, trasforma una vicenda personale in una responsabilità verso la comunità. In Daniela ho riconosciuto quella stessa forza: una maternità che diventa impegno civile, che chiede nuove parole e nuove categorie – persino giuridiche – per nominare ciò che accade. La proposta del reato di “mammicidio” nasce proprio da questa esigenza: dare un nome a un dolore che non può restare invisibile.
Il mio compito è stato, semplicemente, quello di non tradire la sua voce. Perché credo che chi racconta una storia abbia il dovere di custodirne la verità, senza aggiungere enfasi, ma senza sottrarre nulla alla sua forza».
La presentazione ufficiale del libro nella Sala Caduti di Nassiriya ha richiamato un parterre istituzionale imponente, culminato con l’intervento del Presidente del Consiglio Regionale della Campania Massimiliano Manfredi e di numerosi esponenti del panorama civile e sanitario. Ritiene che la politica sia finalmente pronta a tradurre il messaggio culturale di queste 14 protagoniste in riforme e tutele sociali concrete?
«Il fatto che “Il coraggio di essere donna” sia stato presentato nella Sala Caduti di Nassiriya del Consiglio Regionale della Campania, con una presenza istituzionale così importante, è stato innanzitutto un segnale di attenzione. Significa riconoscere che certe storie non appartengono solo alla sfera privata, ma interrogano l’intera comunità.
Credo che la cultura possa preparare il terreno alle riforme, ma non possa sostituirsi ad esse. Le storie di queste quattordici donne chiedono con forza che non ci si limiti alla commozione del momento, ma che si intervenga sulle cause: la violenza di genere, le discriminazioni, le fragilità sociali, le solitudini. In questo senso considero il libro un atto civile, perché prova a trasformare esperienze personali in una riflessione collettiva.
La politica sarà davvero pronta quando accetterà di lasciarsi interrogare da queste storie e di tradurle in scelte concrete. Le leggi, da sole, non cambiano una cultura, ma possono creare le condizioni perché una cultura cambi. Per questo considero fondamentale il dialogo tra testimonianze e istituzioni: vorrei che le esperienze raccontate in questo libro non restassero semplici racconti di vita, ma diventassero uno stimolo per chi ha la responsabilità di governare e legiferare.
Tra i momenti più significativi di quella giornata c’è stata anche la proposta, avanzata da Marinella Modica, presidente dell’associazione La Salute è di Moda, e che ho condiviso con convinzione, di istituire una Giornata del Coraggio di essere Donna, da celebrare il 17 maggio, una data che richiama anche la figura di San Pasquale Baylón, tradizionalmente considerato il protettore delle donne. Non immagino una semplice ricorrenza, ma un’occasione concreta per promuovere ascolto, educazione, prevenzione e consapevolezza, soprattutto tra le nuove generazioni.
In fondo, la misura di una comunità si vede da come sa prendersi cura delle persone più vulnerabili. Se questo libro riuscirà anche solo a favorire una maggiore consapevolezza e un confronto più serio su questi temi, avrà raggiunto uno dei suoi obiettivi».
L’opera si chiude idealmente con un invito potente: credere nella capacità di trasformare la tragedia in un nuovo inizio di riscatto civile. Al di là della denuncia e del dolore, qual è il messaggio di rinascita più urgente che si augura rimanga impresso nella mente del lettore dopo aver girato l’ultima pagina?
«Se c’è un messaggio che vorrei restasse è che il dolore non è l’ultima parola. Non possiamo cancellarlo, e tradiremmo queste donne se fingessimo il contrario; ma possiamo scegliere cosa farne. Tutte le protagoniste del libro, in modi diversi, hanno deciso di non restare prigioniere della propria ferita. Hanno trasformato la sofferenza in consapevolezza, la solitudine in impegno, la paura in responsabilità verso gli altri.
Mi piace pensare a questo libro come a un’opera “generativa”, nel senso più profondo del termine: qualcosa che continua a vivere oltre l’ultima pagina. Non perché dia risposte, ma perché vuole suscitare domande, cambiare uno sguardo e far nascere una consapevolezza nuova. Credo che sia questo il valore più autentico delle testimonianze: ricordarci che anche ciò che ci ha spezzati può diventare un punto di incontro, di ascolto e di rinascita.
Vorrei che chi chiude il libro si sentisse meno solo nella propria fragilità e, allo stesso tempo, più responsabile verso quella degli altri. Se anche una sola storia riuscirà a far nascere una domanda nuova, a fermare un gesto di indifferenza, a incoraggiare una denuncia o a dare il coraggio di chiedere aiuto, allora questo libro avrà raggiunto il suo scopo.
La vera rinascita, per me, comincia quando una testimonianza smette di appartenere soltanto a chi l’ha vissuta e diventa un patrimonio condiviso, capace di generare consapevolezza, responsabilità e speranza».
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